Alle origini del gioco dell’attore

Claudio Morganti al Dialma Ruggiero di Spezia con La vita ha un dente d’oro e tre giorni di laboratorio per attori. La stagione di Fuori Luogocontinua a regalare grande teatro.

Due uomini, un tavolo, due sedie, una bottiglia e un bicchiere. Luci pulite: tre coni in controluce stagliano le figure, altrettanti riflettori ne illuminano il volto. Uno dei due mescola un mazzo di carte: inizia così un concerto di gesti e suoni. Come annunciato dalle note di sala, vediamo semplicemente due attori – mentre tutto ciò che avviene è caratterizzato da un andamento fondamentalmente musicale, in cui il ritmo è l’elemento chiave.
Caratteristiche dell’interprete: leggero, fragile, preparato, con un controllo del corpo fuori dal comune, sinuoso, reversibile, mobile nei gesti come nelle emozioni. Si diverte e diverte. Vagabonda nei mondi che crea col suo sguardo: sotto le stelle o sotto cieli limpidi, nascondendosi dai cacciatori o dalle aquile, al chiuso – nel buio di un osteria, seduto a un tavolo. Col suo potere visionario, passa veloce come il vento da un luogo all’altro, con l’andamento e gli scarti tipici dei sogni. Ha reazioni inconsulte e parla di cose strane.
Dei due sulla scena uno beve e l’altro versa. Sempre. Uno (quello che beve) potrebbe essere l’”uomo”, l’altro (colui che versa) il suo “specchio-attore”.
A fine spettacolo, nell’incontro con i due interpreti, Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur, e la dramaturg Rita Frongia, si parla anche dell’idea di regia di Claudio Morganti. Parafrasando, quando un regista vuole imporre e realizzare la sua visione personale, spesso imbalsama; con il teatro di regia si costruisce immobilità, si cementifica il corpo vivo e libero del teatro – quando, al contrario, l’attore deve poter “suonare il proprio respiro”.
Ripenso allora alle mie impressioni e vi noto un senso di leggerezza: ciò che ho visto non era statico e pesante, ma leggero e dinamico, volatile – proprio come il vento. Una leggerezza che si potrebbe rischiare di opporre alla serietà o all’impegno. Ma non è questo il caso, e tantomeno abbiamo a che fare con l’autoironia o il non volersi prendere troppo sul serio perché lo spettacolo (termine generico anche se scorretto nella visione di Morganti) al quale assistiamo non pretende di essere altro, non vuol dire, dimostrare, argomentare. Vive, al contrario, nel cuore delle cose, lontano dai discorsi che sono infiocchettati intorno a esse. È zen – pura trasparenza.
Nelle intenzioni della dramaturg, si trattava di realizzare un lavoro incentrato sulla relazione fra Pennacchia e Stetur (quindi, non fra due attori qualsiasi) e su ciò che accadeva loro in scena. Questa scelta ha escluso il ricorso alla letteratura e ha concentrato l’attenzione sulle dinamiche che si instaurano tra gli uomini, permettendo che esse nascano liberamente e lasciando che siano sempre mobili e cangianti. È stato così creato un canovaccio dal quale si parte per poi lasciare ampio spazio all’improvvisazione, e il periodo di prove è servito per sperimentare le dinamiche e i limiti di questo loro incontro e del relativo, continuo scambio di energia.
Il fulcro del progetto è l’essere presenti, dialogare e ascoltare. Il gioco fra gli interpreti si rinnova ogni sera ed è lasciato in balia del caso: anche gli sgambetti fra i partecipanti sono leciti, pur di evitare il pericolo di cadere nella routine della ripetizione.
Perché soffermarci su queste riflessioni? Perché, in fondo, non vi è modo per descrivere lo spettacolo al quale abbiamo assistito. Come promesso dal regista, abbiamo visto due persone giocare. Un gioco libero dai sistemi, dagli intenti e dalle dichiarazioni – impalcature simili a quelle che con le quali si cerca di catturare la vita – di per sé fuggevole e indefinibile. Ci siamo abbandonati a ciò che accadeva in scena e abbiamo preso ciò che ci è stato donato – anche se non riusciamo a definire cosa sia né è importante farlo.
Chiede uno dei due attori all’altro: “Come fai a sapere cosa cantava la mia mamma?” Un vero attore lo sa. Sa tutto. E lo può cantare insieme a te.

Mailè Orsi

Lo spettacolo è andato in scena:
Centro Giovanile Dialma Ruggiero
via Monteverdi, 117 – La Spezia
http://dialmaruggiero.spezianet.it/
 
La vita ha un dente d’oro
regia Claudio Morganti
con Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur
drammaturgia Rita Frongia
organizzazione Adriana Vignali
con il sostegno della Regione Toscana

 

Share
Questa voce è stata pubblicata in Cascina, La Città del Teatro, prosa&danza e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.