Antigone

La tragedia di Sofocle, riscritta da Jean Anouilh per descrivere il clima parigino durante l’occupazione nazista, trova nella regia di Roberto Latini nuovo vigore. Antigone si fa così metafora, anche nel XXI secolo, della perdurante e la drammatica attualità del conflitto tra legge e coscienza.

Non sono trascorsi nemmeno una decina di giorni dalla fine delle repliche di Giulietta e Romeo al Teatro Fontana e Roberto Latini è di nuovo in scena a Milano, questa volta al Teatro Melato, con Antigone di Jean Anouilh. Lo spettacolo è in replica sino a domenica 22 marzo ma i biglietti per tutte le repliche sono introvabili da ben prima del debutto.
Anouilh nel corso della lunga carriera ha scritto 47 opere teatrali e, volendo riprendere la classificazione da lui adottata a partire dal 1942, Antigone, insieme agli altri testi mutuati dai miti della Grecia antica, rientra tra le “opere nere”. L’opera è infatti una riscrittura in chiave contemporanea del dramma di Sofocle. Una contemporaneità che a Parigi, la città dove l’autore vive e lavora, corrisponde con l’occupazione nazista, per quanto il dramma – per un’ovvia necessità di autotutela – non manifesti chiaramente tale contestualizzazione, né sostenga la posizione dei collaborazionisti o quella della resistenza.
Nell’intenso dialogo tra Antigone e lo zio Creonte, re di Tebe, trovano invece spazio, da un lato, la difesa di ideali – pur se non supportati dall’effettivo stato delle cose – e dei valori della famiglia e, dall’altro, la necessità del sovrano di agire con coerenza alle leggi, come il popolo si attende. Fanno da sfondo altre importanti tematiche, ricorrenti in molte opere di Anouilh: il rifiuto di un sistema basato sul privilegio della nascita e, quindi, sull’ipocrisia e sulla menzogna; il vizio; un’infanzia ricordata felice solo grazie a un’attenta rimozione dalla mente delle scene più dolorose: l’incapacità di amare e la ricerca della morte quale sollievo al male di vivere.
Antigone viene rappresentata per la prima volta nel 1944 ma la stesura risale almeno a un paio di anni prima, mentre la resistenza mette in atto i primi vani tentativi di scardinare il governo di occupazione. Tentativi che trovano un lampante parallelismo nell’intento di Antigone di dare degna sepoltura al fratello Polinice, permettendo così alla sua anima di trovare pace. Antigone è consapevole che questa sua azione contravviene all’editto emanato da Creonte, in cui si avverte che ogni tentativo di seppellire il cadavere sarebbe stato punito con la morte. È tuttavia un gesto impostole sia dal legame famigliare con Polinice, sia dal senso di pietà verso le spoglie lasciate in balia degli animali, per quanto consapevole di andare incontro a morte certa. Una morte cui non trova giusto sfuggire solo perché membro della famiglia reale.
Una morte quasi cercata con ostinazione come ancora oggi apprendiamo fanno tanti giovani.
Roberto Latini, regista di Antigone, sceglie di enfatizzare la componente metaforica dell’opera e opta per una messa in scena che scombini le carte dei sessi, ritagliando per sé il ruolo della principessa tebana protagonista della storia. Francesca Mazza è Creonte, vestita con una camicia nera a richiamare la divisa nazista, Ilaria Drago è suo figlio Emone, fidanzato con Antigone. Il cast si completa con Silvia Battaglio, interprete della bella Ismene, sorella di Antigone, e con Manuela Kustermann cui è delegato il ruolo assegnato nell’antico teatro greco al coro e della nutrice. Lo stesso Latini dichiara: “Ho distribuito i ruoli in due modalità diverse e complementari. Alcuni personaggi corrispondono a sé stessi, altri al proprio riflesso. Antigone e Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone è il riflesso di Creonte e chi è Creonte è il riflesso di Antigone”.
La scelta è efficace nel conferire valore esemplare alla vicenda, a dimostrare come la diatriba tra ragione politica e principio etico non sia propria di un sesso ma una condizione che affligge da sempre l’umanità, senza mai essere giunta a una soluzione equa. Un conflitto che troppi cadaveri lascia a terra – e non solamente in Antigone – come ben anticipano le maschere dalle fattezze spettrali che celano i volti dei personaggi, con l’incavo degli occhi accentuato a ricordare il gesto di strapparsi gli occhi di Edipo una volta resosi conto di aver ucciso il padre e sposato la propria madre.
Roberto Latini è straordinario, intenso e assolutamente convincente nel ruolo della principessa tebana, magistrale nello scuotere l’intero teatro con la tonante esposizione di ideali di fraternità e pietà. Un ruolo interpretato sì indossando un abito da ballo in croccante seta nera ma senza indugiare in mossette o vezzosità da drag queen. La sua presenza fisica e la potenza della voce riempiono il Teatro Melato in tutta la sua ampiezza: egli è tra l’altro l’unico attore che spazia nell’ampia area semicircolare che separa il palcoscenico dalla platea nel teatro ispirato al Globe di Shakespeare. Ottima Francesca Mazza a reggere il confronto, in uno scontro verbale ad alto coinvolgimento emotivo.
Il pubblico, indubbiamente preparato alle vicende narrate in Antigone, resta infatti sopraffatto dall’energia di questo allestimento firmato da Roberto Latini, volutamente minimale nella scenografia al fine di spostare tutta l’attenzione sui dialoghi tra i personaggi, sui valori professati e, soprattutto, sulla veemenza con cui vengono difesi.
Antigone, in questi termini, più che uno spettacolo da vedere si rivela un’esperienza da compiere, utile e necessaria per cercare di comprendere in che direzione stia andando la società occidentale e decidere quanto si voglia condividere tale percorso.

Silvana Costa

Lo spettacolo è andato in scena:
Piccolo Teatro Studio Melato
via Rivoli 6 – Milano
dal 17 al 22 marzo 2026
www.piccoloteatro.org
 
Antigone
di Jean Anouilh

traduzione Andrea Rodighiero
con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
regia Roberto Latini
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
durata: 1 ora e 30 minuti senza intervallo