Bi(g)sbetiche e gatte morte

Teatro del Simposio porta in scena una dissacrante riduzione pop de La bisbetica domata di William Shakespeare.

La bisbetica domata, la cinica commedia in cinque atti di William Shakespeare, torna a deliziare il pubblico dello Spazio Tertulliano nella riuscita riduzione del Teatro del Simposio, firmata da Ermelinda Cakalli, Antonello Antinolfi e Francesco Leschiera. Riduzione che – grazie al cielo – porta comunque in scena un nutrito gruppo di attori e salvaguarda alcune delle battute più argute del testo originale: tale operazione consente di offrire al pubblico una performance dal ritmo sostenuto che catalizza l’attenzione dalla prima all’ultima battuta.
L’operazione di attualizzazione dell’epoca delle vicende raccontate e la compressione della narrazione rispetto all’originale shakespeariano non influiscono sulla complessità psicologica dei personaggi in scena: La bi(g)sbetica domata non riduce le vicende delle sorelle Minola a una mera storia d’amore. Di amore in scena ce n’è ben poco! Bianca (Valentina Pescetto), contesa tra Ortensio (Alessandro Macchi), e Lucenzio (Stefano Cordella), deve attendere che si sposi la sorella maggiore prima di poter avere il permesso paterno a lasciarsi corteggiare dai suoi spasimanti; purtroppo il pessimo carattere di Caterina (Sonia Burgarello) scoraggia qualsiasi pretendente – alla sua mano ma, ancor più, al ricco patrimonio paterno. Come sempre accade nelle opere del Bardo, gli innamorati respinti – per capriccio o necessità – si ingegnano e ben presto individuano in Petruccio (Marco Marzaioli) un possibile marito per Caterina. Basta poco infatti per far sì che Petruccio si lasci allettare dalla corposa dote e dall’intrigante sfida di domare la bisbetica Caterina.
Restiamo piacevolmente sorpresi dall’elevato livello di aderenza al testo originale, seppur questo fattore si manifesti più nel messaggio trasmesso al pubblico che nella rappresentazione. Rivoluzionando le sequenze originali, Cakalli, Antinolfi e Leschiera celano l’espediente narrativo del metateatro – che Shakespeare pone come introduzione – al fine di trasformarlo in un ulteriore colpo di scena per tener desta l’attenzione del pubblico. Inoltre, in entrambe le versioni, la commedia è spunto per una profonda riflessione sulla condizione femminile nella società che, ci si passi il sarcasmo, in quattrocento anni o poco più non sembra aver fatto grandi progressi. Il monito sui doveri di una buona moglie che Caterina rivolge alla sorella ha contenuti non molto differenti da quelli di certi manuali dedicati alla felice riuscita di un rapporto coniugale che, ancora, si trovano nelle librerie. Non si lamentino poi i signori mariti se le consorti, vissute anni in loro adorazione, al momento del divorzio, esigano, come risarcimento di tanta accondiscendenza, i beni accumulati nel corso di un’esistenza insieme e una grossa ipoteca su quelli futuri.
Nell’allestire lo spettacolo, Francesco Leschiera, il regista, non esita a mischiare gli stili narrativi attingendo a piene mani a espedienti e linguaggi che, seppure non propri del teatro, gli consentono di offrire al pubblico un prodotto estremamente accattivante. Per esempio, alcuni passaggi imprescindibili del racconto sono stati trasformati in deliziosi siparietti ispirati ai vecchi film muti in bianco e nero, comprensivi dell’accelerazione innaturale dei movimenti. È stato anche introdotto un angolo confessionale dove i personaggi, come i partecipanti al noto reality, possono gettare la maschera utilizzata per rapportarsi con i compagni di avventura e rivelare al pubblico in sala i loro veri sentimenti. Il risultato di quest’ultima scelta è impietosamente desolante: emergono superficialità, sciocchezza, avidità e spietatezza tali da far apparire Lady Macbeth un’improvvisata dilettante. La cosa peggiore è che questa triste farsa è molto – troppo – aderente alla società attuale, educata ai finti valori promossi dai media con l’unico fine di incrementare il consumismo. Con qeste premesse, quale ambientazione temporale scegliere se non gli edonistici anni di fine XX secolo? Ne La bi(g)sbetica domata la cultura pop eccessiva e sfacciata degli anni Ottanta e Novanta, molto più che evocata, è assurta a vera e propria protagonista sul palco, al pari degli attori in carne ed ossa. La ritroviamo nei costumi – i pantaloni a vita altissima di Caterina o lo stile goticheggiante di Bianca, con il grande fiore tra i capelli – ma anche negli effetti luminosi stroboscopici, nell’uso dei neon per delimitare lo spazio scenico ed enfatizzare i volumi degli arredi o, ancora, nella colonna sonora che attinge a piene mani nella disco music e trasforma definitivamente il palcoscenico in un night club.
Il risultato finale conquista anche lo spettatore più ancorato alla tradizione. Solide basi culturali permettono agli autori del Teatro del Simposio di giocare con i testi classici e concedersi sperimentazioni – a tratti ardite se non dissacranti – che producono inattese interpretazioni di un testo talmente noto da credere che gli resti ben poco con cui sorprenderci.

Silvana Costa


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Lo spettacolo continua:
Spazio Tertulliano
via Tertulliano 68 – Milano
fino a domenica 15 marzo 2015
orari: da mercoledì a sabato 21.00, domenica 16.30
www.spaziotertulliano.it
 
La bi(g)sbetica domata   
di William Shakespeare
regia di Francesco Leschiera
elaborazione e riduzione drammaturgica di Ermelinda Cakalli, Antonello Antinolfi e Francesco Leschiera
con Marco Marzaioli, Sonia Burgarello, Alessandro Macchi, Valentina Pescetto e Stefano Cordella
produzione Teatro del Simposio
in coproduzione con Spazio Tertulliano
http://teatrodelsimposio.wix.com/teatrodelsimposio

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