Il vizio della perfezione

Ricomposta, a Santa Maria della Scala, la prestigiosa Collezione Spannocchi. Un viaggio nel preziosismo dei Fiamminghi.

La serata ideale per andarsene altrove. L’ordinario gelo dicembrino senese ha calato il cappuccio sui tetti della città di Duccio. Vien voglia di restarsene in casa, a sorseggiare bevande roventi e contemplare l’appannarsi della finestra. Là fuori, Santa Maria della Scala ha aperto i battenti. Uno può appisolarsi tra le coperte, concedere meno attesa all’ennesimo domani; oppure può andare, perché no?
È il tredici dicembre. Freddo, niente neve. Non esiste che l’inverno possa comporsi in poesia, stasera. Le porte automatiche si dividono sull’androne, espirando aria condizionata. C’è una città nella città, a Siena; un gioiello riposa nel suo portagioie.
Dürer, Altdorfer, la Scuola del Nord. Un bouquet di utopie, delineate fiore per fiore, come solo un fiammingo può fare. L’olio indora la tavola, le corolle sbocciano fuori stagione; non esiste tempo: per la perfezione, ciascun tempo è il tempo.
Una Città Ideale schiude l’ingresso su un allestimento minimale, fatto di fari scultori e boccioli di colore. Frutto della cura di Cristina Gnoni Mavarelli, Maria Mangiavacchi e Daniele Pittèri, la mostra ricompone la preziosa quadreria Spannocchi, ennesima testimonianza del mecenatismo delle grandi famiglie italiane dell’Ancien Régime, parte della quale è prestata alla rassegna dagli stessi Uffizi fiorentini; ad accrescere il prestigio della collezione, i cui ascendenti sono da ricercare nella corte mantovana, il vaglio con la quale è stata composta: vi si rintracciano tutte le caratteristiche salienti della Scuola nordica, tanto prodiga di dettagli da presentarsi paradossalmente irrealistica: sappiamo per empirismo che l’occhio umano agisce con selettività quando mette a fuoco ciò che l’attornia, mandando necessariamente in secondo piano certi particolari. Al contrario, questo stilema così perfetto da rasentare l’ossessione non sa cosa sia il discrimine: non esiste goccia, nervatura di foglia o riflesso di capello che non meriti una pennellata intensa, sensoriale. Un’operazione estenuante, che poggia le proprie basi su studio e razionalità portate all’estremo. Ben poco a che vedere con le tenerezze italiane, a cominciare dall’attenzione dell’osservatore, palesemente deviata su sfondi paesaggistici ed elementi d’ambiente, che prendono il sopravvento sulla scena e relegano gli attori in secondo piano. È il caso della giornata mistica di Johan Konig, nelle cui declinazioni pittoriche (L’alba, Il giorno, Il tramonto e La notte) la natura conquista nel titolo stesso il primato sugli episodi evangelici che vi prendono dimora. E la ricerca delle figurine nel paesaggio è un piacere tutto di senso e percezione.
La mostra ha andamento tematico. Aderente alla gerarchia accademica, esordisce con le scene sacre, i ritratti e la mitologia, riservando alle ultime stanze la potenza della natura morta fiamminga, nonché certe fortunate scene di genere che già abbiamo visto nel repertorio caravaggesco – una per tutte, La buona ventura, qui arricchita dalla studiata architettura di Bartolomeo Wittig. È questo lo spazio riservato ai cosiddetti Bamboccianti, e ai ludi pittorici che tanto hanno spopolato nella Roma secentesca.
Arretrando tra i ritratti ufficiali, colpisce una volta di più la cura nordica nel definire il soggetto sino al dettaglio minimo, con una schiettezza rappresentativa che pare ben discostarsi da qualsiasi piaggeria cortese; tutt’altro, le scelte figurative del ritrattista hanno spesso e volentieri un carattere impietoso, come nell’evidenza data al mento prominente dell’imperatore Carlo V da un pittore ignoto; o la tracotanza monetaria che traspare dal Gioielliere, orpellato di tutto punto da un altro artista anonimo. Di tutto rispetto la sezione a tema mitologico, sebbene non sia la punta di diamante di una Scuola artistica che, contrapposta a quelle della Penisola, prospera sul volto della realtà; e un plauso speciale va alla modalità espositiva dedicata al San Girolamo nello studio, di Hendrick von Steenwijk il Giovane, dipinto su piccola base metallica, e pertanto isolato su un fondo scuro con una particolare illuminazione che ne valorizzano il tipico sfavillio.
Conclude l’esposizione il tema che l’ha intitolata: finestre dischiuse sull’utopia, su giardini segreti e battaglie tecnicamente perfette, che culminano sullo spettacolo della Torre di Babele, contornata dall’animosità dei cantieri. E in questa studiata armonia tocca recuperare la strada del ritorno.
Giù nella città reale.
 
Sharon Tofanelli

La mostra continua:
Santa Maria della Scala

piazza del Duomo, 1 – Siena
fino a domenica 5 maggio 2019
orari:
fino al 14 marzo 2019: lun-mer-ven, 10.00-17.00; gio, 10.00-20.00; sab-dom, 10.00-19.00
martedì chiuso
solo dal 23 dicembre al 6 gennaio 2019: tutti i giorni, 10.00-19.00; giovedì, 10.00-20.00
eccetto il 25 dicembre chiuso, e festività 10.00-19-00
dal 15 marzo al 5 maggio 2019: tutti i giorni, 10.00-19.00; giovedì, 10.00-22.00
www.santamariadellascala.com

Una città ideale. Dürerm Altdorfer e i Maestri Nordici della Collezione Spannocchi di Siena
a cura di Cristina Gnoni Mavarelli, Maria Mangiavacchi, Daniele Pittèri
promossa dal Comune di Siena e dal Polo Museale della Toscana

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