Incontro con Francesco Radino

Il nuovo libro Fotografie 1968-2019 diviene il pretesto per una chiacchierata con Francesco Radino sulle tante sfaccettature di un lavoro che sconfina nell’arte.

Al reparto di Arte, Foto e Grafica della libreria Hoepli di Milano, tra gli scaffali zeppi di libri, proseguono gli appuntamenti con fotografi di fama. L’occasione nasce dalla pubblicazione di un nuovo libro ma il tono non è quello formale della conferenza quanto quello della conversazione amichevole.
L’emozione tuttavia non manca quando si ha l’opportunità di trovarsi al cospetto di un protagonista della fotografia contemporanea del calibro di Francesco Radino: in oltre mezzo secolo di attività non solamente ha formato – direttamente o indirettamente – generazioni di fotografi ma i suoi scatti sono divenuti autentiche icone dell’immaginario collettivo. Radino risponde alle domande dei presenti con tono pacato, offrendo spunti per riflessioni ulteriori, condividendo ricordi e considerazioni professionali che riportiamo qui di seguito per i lettori di Artalks, organizzati per tematiche.

Il libro, Francesco Radino. Fotografie 1968-2019 a cura di Roberta Valtorta
Francesco Radino: «Il libro è un tentativo di mettere ordine in 50 anni di lavoro. Sottolineo “di lavoro” e non “di carriera”. Sono 230 immagini: è solamente una prima selezione – cui spero di farne seguire altre – ma mi mette un po’ in pace con quello che ho fatto. Ho cercato di ordinare i materiali seguendo un criterio non solo cronologico ma anche mentale e affettivo.
Nella scelta non ho privilegiato le fotografie più belle ma piuttosto gli episodi più significativi della mia vita e del mio lavoro, partendo dagli esordi nel ’68. Ho cominciato a documentare le lotte di quegli anni e man mano mi sono appassionato a questa voglia/possibilità di narrare quello che vedevo intorno. È così che sono diventato fotografo, poi sono andato avanti. Vedrete che nel libro c’è un cambiamento e una progressione: di volta in volta ogni lavoro ha una sua identità, inizia e finisce dopodiché ne inizia un altro completamente diverso.
Ogni sezione è accompagnata da un testo, a volte mio, a volte di persone con cui ho lavorato, in modo tale che ci sia una pluralità di visioni e punti di vista. C’è anche una sezione dedicata agli assistenti in cui ringrazio tutte le persone che mi hanno supportato e sopportato».

Il metodo di lavoro
F.R.: «Ho deciso di fuggire dall’idea di produrre un immaginario che si ripetesse all’infinito, con le stesse modalità. Ho cercato ogni volta di cambiare punti di vista, suggestioni e tecniche per paura di rimanere imprigionato all’interno di una logica visiva. Questo mi ha salvato un po’ la vita perché ho potuto fare tante cose – anche molto distanti tra di loro – e inserirle in un ampio quadro generale di rappresentazione del mondo.
Molto è stato certamente orientato da quello che mi hanno chiesto di fare ma ogni volta ho cercato di metterci qualcosa di nuovo, di diverso: il bianco e nero, il colore o sperimentare le innovazioni offerte da una tecnologia in continua evoluzione».

La tecnica e la tecnologia
F.R.: «Le modalità del mio lavoro sono da sempre legate sia alla committenza sia alla tecnologia disponibile. Il colore per esempio: prima dell’avvento del digitale lo utilizzavo raramente perché mi vincolava a particolari pellicole e laboratori per lo sviluppo. Adesso, col digitale, fotografare in bianco e nero mi fa specie, mi sembra una forzatura innaturale.
Da sempre mi occupo di tutto il processo fotografico da solo: un tempo sviluppavo il bianco e nero in camera oscura mentre adesso faccio la postproduzione in camera chiara e poi stampo con macchine ink-jet. È un’attività che mi piace e mi permette di avere il controllo su quello che sto facendo. A qualsiasi ora del giorno e della notte.
Io provo curiosità per le nuove tecnologie, mi piace sperimentarle. Capisco il desiderio dei giovani di tornare alla pellicola, anche di grande formato, perché non l’hanno mai provata ma io, dopo averla utilizzata per tanti anni, ho voglia di provare qualcosa di nuovo. Per me il progresso tecnologico è frutto di un normale percorso evolutivo: sono felice di avere a disposizione macchine piccole e leggere con cui posso fare fotografie ad alta definizione. Tra l’altro alla mia età non ce la farei più a portarmi dietro la vecchia attrezzatura».

Il genere
F.R.: «Ho cercato di conoscere il mondo attraverso la visione fotografica e, in questo libro, voglio far apparire la varietà di soggetti affrontati e il mio desiderio di esplorare in ogni direzione, senza chiudermi dentro un genere. La specializzazione è più consolante e forse paga meglio ma io sono stato attento a non farmi incastrare. Amo la fotografia di paesaggio, di reportage, di architettura; ho fatto anche alcuni servizi di moda ma ho capito subito che io non facevo parte di quel mondo.
Mi sono ispirato sempre al cinema: Kubrik e Kurosawa, per esempio, non hanno mai fatto un film uguale all’altro. Ogni film racconta una storia in modo completamente diverso dal precedente: è un aspetto che spiazza il pubblico ma è anche l’aspetto più interessante della loro produzione. Credo – come loro – di dimostrare la mia capacità di variare temi e modalità di lavoro pur sempre lasciando un’impronta personale ben riconoscibile.
Ogni lavoro è per me un’avventura nuova e la vita diventa forse più divertente».

Il bombardamento mediatico
F.R.: «Oggi il bombardamento di immagini è disturbate e fuorviante: io cerco di uscire da questo rumore di fondo. Ricordo che Giovanni Tintori, il grafico dell’Olivetti, mi diceva: “Stai attento a quello che vedi perché ti resta dentro”.
Serve trovare un equilibrio tra gli stimoli esterni – che è giusto avere – e scegliere con cura come muoversi, dove andare e cosa vedere perché le cose buone sono poche mentre il disturbo è tanto».

La formazione
F.R.: «L’insegnamento dei fotografi che mi hanno preceduto è fondamentale: ho imparato tanto da tanti, ho cercato di conoscere tutto il meglio che potevo. Quello che ho capito è che non ci si può nascondere dietro l’immagine, se non c’è un pensiero la storia dietro non emerge: puoi fare la fotografia come vuoi ma non funzionerà mai. È un fattore che non possiamo controllare e accomuna tutte le professioni creative. Un esempio per farvi capire: quando vedo le foto di Robert Frank, anche se sciupate, sgranate o stampate male, le trovo bellissime perché hanno qualcosa d’importante da raccontare.
Ognuno vede ciò che conosce e racconta ciò che sa: quelle sono le sue forze, capacità nate lontano nel tempo e raffinate nel corso della vita. Ho avuto la fortuna di avere genitori pittori che mi portavano alle mostre, in casa c’erano i cataloghi dei grandi pittori, dai pompeiani ai contemporanei. Osservandoli ho imparato tanto su inquadratura, toni, ombre, sul mistero dietro l’immagine. I fotografi li ho scoperti tardi ma quando li ho conosciuti ho capito che avrei potuto esserlo anche io».

Un bilancio
F.R.: «Nel libro ho messo testi miei in modo fossero un lascito che si accompagnasse alle immagini per raccontare la mia esperienza. Mi ritengo soddisfatto della mia vita anche perché non è rimborsabile: ho viaggiato, fatto esperienze, conosciuto persone e non posso lamentarmi. È andata come è andata ma riconosco che la mia generazione è stata fortunata perché le sono state offerte tante occasioni.
La vita è fatta di momenti interessanti, altri meno, la delusione non la considero come opzione.
Sono stato sempre un po’ determinista: ci sono stati dati degli elementi e quelli determinano la nostra esistenza; le cose non avrebbero potuto andare diversamente da come sono andate. È il caso che determina il percorso della vita: se mi dicono “Bravo!” io rispondo che sono solamente stato fortunato.
Ho fatto tanto, e ho cercato di farlo nel modo migliore possibile: questo mi dà soddisfazione e piacere. E in più mi hanno anche pagato».

Silvana Costa

www.francescoradino.it

Il libro:
Francesco Radino
Fotografie 1968-2019
a cura di Roberta Valtorta
Silvana editoriale, 2019
30 x 24 cm, 320 pagine, 280 illustrazioni, cartonato con plancia
prezzo 49,00 Euro
www.silvanaeditoriale.it

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