Giorgio De Chirico. Piazza d’Italia

Un volume scientifico sul “caso de Chirico” che seduce i lettori come un poliziesco d’autore, spalancando una finestra sul “complotto surrealista e/o modernista” ai danni di de Chirico al fine di fugare definitivamente dubbi e sospetti in merito.
È giunta in libreria la nuova pubblicazione dell’Archivio dell’Arte Metafisica, dedicata alle complesse vicende giudiziarie volte a stabilire l’autenticità di Piazza d’Italia – realizzato da Giorgio de Chirico. Il volume, curato da Paolo Baldacci e Gerd Roos, pur procedendo attraverso la citazione di atti processuali, testimonianze e documenti d’archivio, risulta avvincente, conquistando i lettori con i dettagli, le considerazioni e le testimonianze dei periti che emergono a ogni nuovo capitolo. Protagonista indiscusso è Giorgio de Chirico, non tanto con l’opera oggetto del dibattere, quanto per il carattere vendicativo, meschino e venale che manifesta, noto a quanti hanno avuto modo di lavorare con lui ma, crediamo, sorprendente per i tanti estimatori della sua produzione.
Oggetto del contendere è un dipinto a olio su tela dalle particolari dimensioni di 80×31 cm, risalente al periodo metafisico della produzione, intitolato Piazza d’Italia (Souvenir d’Italie II); sebbene in calce, sotto la firma, sia riportato 1913, è dimostrato che fu realizzato a Parigi solamente nell’estate del 1933, inserito nella retrospettiva organizzata a settembre a Zurigo e, infine, venduto dallo stesso artista al famoso collezionista Alberto Della Ragione. La tela in questione, non considerata dalla critica ufficiale particolarmente significativa come opera d’arte, ha acquistato, grazie alle vicende narrate nel libro, una grande importanza storica. Per due motivi: documenta l’inizio su vasta scala delle ripetizioni metafisiche retrodatate – pratica che ebbe conseguenze nefaste per la reputazione di de Chirico – ed è, con la sua vicenda processuale, la chiave di volta su cui si è finora retta la teoria del “complotto surrealista e/o modernista” ai danni di de Chirico, come lo stesso artista denuncia, per la prima volta, nelle Memorie – pubblicate nel 1945.
Dopo alcuni passaggi di proprietà, la tela, esposta alla Galleria Il Milione di Milano, viene acquistata il 28 ottobre 1946, per 400.000 lire, da Dario Sabatello “commerciante in quadri e oggetti d’arte” – come recita la Sentenza di primo grado – col fine di rivenderlo a un collezionista statunitense. Sabatello, apprendendo “che vi sarebbero state delle agevolazioni doganali nel caso il quadro fosse accompagnato da una dichiarazione di provenienza resa dall’autore, aveva dato incarico […] di mostrare il quadro suddetto al pittore de Chirico per ottenere il rilascio del necessario documento”. L’artista, appena lo scorge, senza la briga di esaminarlo con cura, lo definisce un falso e lo fa porre sotto sequestro.
Sabatello, in realtà, è un noto critico e gallerista romano, emigrato negli Usa per sfuggire alle leggi razziali, noto nell’ambiente artistico per le importanti esposizioni organizzate sia in Italia sia in America – tra le quali la prima personale di Savinio a Roma nel 1934. Alla luce della sua competenza in materia, invece di rivolgersi alla Galleria Il Milione per ottenere la restituzione di quanto pagato, Sabatello decide di citare in giudizio in primis proprio Giorgio de Chirico, contestando il giudizio di falsità del dipinto che questi aveva reso, mettendo per la prima volta in dubbio, nella storia della giurisprudenza italiana, il diritto riconosciuto dalla legge all’autore di un’opera di riconoscerne l’autenticità.
Lasciamo ai lettori il gusto di scoprire quali ragioni possano aver indotto un artista universalmente noto a cotal deplorevole azione; immaginiamo il piacere che proveranno nel seguire l’evolversi dell’iter processuale, protrattosi sino al 1955, con il coinvolgimento di esperti di primo piano del panorama artistico nazionale, che, quando chiamati a supporto della tesi di Sabatello, sono costretti a subire il sarcasmo e le ripicche di de Chirico. Il saggio di Paolo Baldacci e Gerd Roos ha l’indubbio pregio di guidarci alla scoperta di una verità storica, suffragata da riflessioni inconfutabili, molto diversa dalla verità processuale, recuperando un’opera autentica da archiviare nel catalogo generale e dando un’ulteriore picconata alla ridicola tesi del “complotto modernista” inventato da de Chirico nel secondo dopoguerra e tuttora sbandierato, con sempre minore capacità persuasiva, dalla Fondazione che ne porta il nome.
Piazza d’Italia (Souvenir d’Italie II) rientra nella serie di pubblicazioni utilizzate dal Consiglio Scientifico dell’Archivio dell’Arte Metafisica per prendere “posizione in merito a problemi di autenticità o di datazione di opere storiche di Giorgio de Chirico (intendendosi quelle ascrivibili al periodo 1909-1943), sia su richiesta di parti interessate sia in tutti i casi in cui il Consiglio stesso lo ritenga opportuno per motivi scientifici, storici e culturali. Tali interventi sono resi necessari e indifferibili a causa della confusione che regna in questo campo ormai da troppi anni e della arbitrarietà e contraddittorietà di molti giudizi recentemente espressi o fatti esprimere, anche in sedi giudiziarie, dai responsabili dell’ente titolare dei diritti d’autore dell’artista.”

Silvana Costa

Giorgio De Chirico
Piazza d’Italia (Souvenir d’Italie II)
1913 [luglio-agosto 1933]
Il più clamoroso sequestro del dopoguerra. Verità processuale e verità storica
a cura di Paolo Baldacci e Gerd Roos
collana Archivio dell’arte metafisica
Scalpendi editore, 2013
21 x 28 cm, 118 pagine a colori e in B/N
prezzo 25,00€
www.scalpendieditore.eu

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