Quando eravamo re

In mostra a Milano la rassegna degli oltre mille progetti che hanno scandito la carriera professionale dell’architetto e teorico Vittorio Gregotti.

Il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano con Il territorio dell’architettura. Gregotti e Associati 1953_2017, una rassegna dedicata a Vittorio Gregotti, ormai il decano degli architetti italiani, inaugura una trilogia di mostre sull’architettura e il design. Seguirà una monografica sul designer Enzo Mari e nel 2019 un’esposizione incentrata sul lavoro di Ignazio e Jacopo Gardella.
Il titolo di questo primo appuntamento è mutuato da Il territorio dell’architettura, la riflessione di Vittorio Gregotti sul fare architettura, pubblicata nel 1962. Un saggio teorico fondamentale per generazioni di professionisti dalla seconda metà del Novecento ai giorni nostri. Una leva per scardinare il tradizionale modo di progettare, ammonendo gli architetti che ogni loro singolo intervento non può prescindere dalla conoscenza del territorio, non solamente a livello geografico ma – e soprattutto – a livello sociale, culturale e storico.
Il territorio dell’architettura è dunque un campo di battaglia su cui si incontrano e si scontrano molteplici figure di tecnici e intellettuali. Non stiamo sicuramente parlando dell’architettura partecipata, dal basso, promossa da Giancarlo De Carlo e oggi ri-proposta da Carlo Ratti utilizzando l’esempio della cattedrale medievale cui ogni artigiano collabora con la propria arte per creare un edificio armonico. Dato che, come afferma lo stesso Gregotti: “voglio ricordare che questo tema della partecipazione è nato negli anni Sessanta in America e ha portato con sé un difetto che vorrei non si ripetesse, ovvero la rinuncia alla specificità del nostro lavoro. Non possiamo far assumere alle persone responsabilità che sono le nostre. Certamente è molto importante ascoltare, capire che esiste una domanda, circoscriverne il senso. Ma è una domanda, non è una risposta. La risposta la dobbiamo dare noi come architetti!” (M. Augè, V. Gregotti, Creatività e trasformazione, pp. 22-23).
Vittorio Gregotti divulga e applica in prima persona questo suo approccio alla progettazione sia dalle pagine delle riviste cui collabora o dirige, prime tra tutte Rassegna (1979-1998) e Casabella (1982-1996), sia nelle facoltà in cui insegna, sia ovviamente nel suo Studio professionale. Rompere la separazione tra le diverse discipline e circondarsi di specialisti con competenze differenti dalle proprie gli consente di aprire la mente ad argomenti, situazioni, sfide e perplessità non raggiungibili se avesse continuato a lavorare entro i confini del solo suo campo di pertinenza. Dal cucchiaio alla città o, meglio, dalla scala territoriale alla grafica della segnaletica interna, coinvolgendo urbanisti, infrastrutturisti, paesaggisti, ingegneri, grafici ma anche sociologi, storici e filosofi. Nascono così progetti che lasciano segni fortissimi sul territorio: il ponte attrezzato dell’Università degli Studi della Calabria (1973-79), le dighe del Piano per l’edilizia economica e popolare lungo il Vallone Sant’Elia a Cefalù (1976-79), l’asse pedonale su cui si apre la concatenazione di piazze che caratterizza il progetto di Recupero dell’area Pirelli in Bicocca (Concorso internazionale 1985-1988), la Nuova città di Pujiang per 100.000 abitanti realizzata presso Shanghai dopo la vittoria del Concorso del 2001 o lo straordinario gioco di volumi del Teatro di Aix-en-Provence (2003 -2007) che fa il verso al Monte Sainte-Victoire caro a Cézanne.
Ebbene, ci sembra che dalla mostra Il territorio dell’architettura. Gregotti e Associati 1953_2017 tutto ciò non traspaia e che il lavoro di curatela di Guido Morpurgo – già Associato di Gregotti Associati International che nel tempo ha preso a seguire pubblicazioni e mostre dello Studio e ora docente al Politecnico di Milano – sia pressoché inesistente. Sebbene all’ingresso del percorso di visita siano elencati i cardini della pratica disciplinare propugnati sin dagli anni Cinquanta dall’architetto Gregotti e siano allestiti due tavoli – del genere altari pagani – sui quali è raccolta una cospicua porzione degli scritti editi in Italia e all’estero in oltre mezzo secolo di attività, la curatela non pare aggiungere alcuna altra riflessione. Abbandonate dunque la speranza, o voi visitatori (soprattutto se non architetti), di trovare lungo il percorso ulteriori testi esplicativi. Di conseguenza, mancando di basi divulgative, la mostra si presenta come un prodotto culturale snobistico, che pare volere prendere le distanze non solo da quanti non sappiano di architettura – cui resta solo il piacere di ammirare esteticamente disegni, fotografie e plastici – ma anche dagli addetti ai lavori che non siano adeguatamente ferrati sull’epopea della Gregotti Associati. Epopea che, come sembra sottolineare il nastro nero che corre lungo tutte le pareti, è ormai prossima a volgere al termine, con un organico fortemente ridimensionato e pubblicazioni sugli edifici progettati ormai quasi introvabili in libreria. Sembrano davvero lontani i tempi dello Studio in via Matteo Bandello a Milano, dove sulla porta in vetro la scritta “Gregotti Associati International” era vigorosamente sottolineata da una striscia rosso scuro.
Rosso come l’energia, rosso come i mattoni della tradizione costruttiva della pianura piemontese, terra natia di Gregotti, mutuati quale elemento ricorrente – presente o evocato – di tante creazioni. Li ritroviamo nei progetti delle origini che occupano il soppalco in forma di meravigliose tavole a china realizzate dagli Architetti Associati, questo il nome dello studio aperto nel 1954 da Vittorio Gregotti fresco di laurea con Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino. Prospetti, planimetrie, spaccati assonometrici di edifici in cui il disegno tecnico si sposa con la grafica per inattesi effetti pittorici e per dare corpo a teatri o tribunali, uffici o allestimenti di mostre, abitazioni per operai o per l’alta borghesia sviluppate sino al dettaglio degli arredi a dimostrazione dell’estrema versatilità del giovane sodalizio creativo.
Lungo la parete del ballatoio affacciato sullo spazio espositivo principale si snoda invece la lunga lista dei progetti che, anche graficamente, pare una mera riproduzione di quanto pubblicato in catalogo. Al rigore di siffatta catalogazione, al piano terra fa da contraltare un volo pindarico tra opere accostate tra loro per assonanze più o meno evidenti, senza più un filo logico temporale (o tematico) a guidare il pubblico. Opere intese quali tappe fondamentali di un percorso lungo sessantaquattro anni raggruppate senza un’esplicita chiave di lettura (né un supporto tale da far apprezzare a un normale visitatore il pensiero e l’azione di Vittorio Gregotti). I grandi inteventi a scala territoriale e urbana che hanno cambiato il volto di città sparse in tutto il mondo, dai centri culturali agli stadi, dalle università ai quartieri popolari passando per i Piani Regolatori sono accompagnati solo da laconiche didascalie riportanti i meri dati identificativi: titolo, luogo, anno, autori.
Nella porzione ribassata del PAC, affacciata sul giardino della Villa Reale, l’area espositiva è infine frazionata in una miriade di nicchie ricavate disponendo dei semplici pannelli a croce, un pratico escamotage per moltiplicare la superficie utilizzabile e che, al contempo, richiama la sezione dei pilastri delle strutture di tanti edifici. Anche qui i progetti sono presentati tramite la combinazione di disegni, fotografie del costruito e plastici, alternati a seconda dei casi. In questo tripudio di interventi che spaziano dal  recupero di aree industriali dismesse alle chiese, dalle navi da crociera alle proposte per il riallestimento di alcune Sale del Louvre, brillano per l’assenza i lavori di grafica, il che ci sembra inficiare l’intero discorso di integrazione professionale tra le diverse scale progettuali.
Quando eravamo re (1996) recita il titolo del pluripremiato documentario di Leon Gast in cui si ricostruisce l’apice della carriera di Muhammad Ali-Cassius Clay, ossia il suo celeberrimo incontro con George Foreman. Una pellicola che si ostina a tenere alto il ricordo di un atleta ormai consumato dall’età e dalla malattia attingendo alle memorie d’archivio e alle testimoninanze di chi conobbe il pugile ai tempi del massimo fulgore. Analogamente Gregotti e Associati 1953_2017 è una mostra nostalgica e autoreferente che non sembra in grado di partorire alcuno sguardo critico, alcuna riflessione di sintesi sul lavoro di un Maestro dell’architettura contemporanea. Bilancio forse impietoso il nostro ma mutuato dal lucido confronto tra questo evento e Ettore Sottsas. There is a Planet, visitabile sino all’11 marzo in Triennale, o la precedente Mario Bellini. Italian Beauty. Due monografiche dedicate ad architetti che, in termini di produzione – anche alla luce dei tanti oggetti di design – e pubblicazioni non hanno nulla da invidiare a Vittorio Gregotti e che ben esemplificano quanto non ci ha convinti in questa esposizione. In questi due casi è infatti presente una forte posizione curatoriale che ha selezionato temi e concetti intorno ai quali raccogliere un limitato numero di progetti efficacemente esemplificativi, rimandando ad altre fonti quanti avessero voglia di un successivo approfondimento.
Il catalogo, così come la mostra, si configura come un regesto diligentemente compilato da Morpurgo in ordine cronologico con tutti i progetti, realizzati e no, da Vittorio Gregotti. A intervallare il monotono elenco sono inserite alcune immagini e il testo del curatore; in apertura i contributi critici di Rafael Moneo, Joseph Rykwert e Franco Purini – oltre che dello stesso Gregotti – e in chiusura gli apparati d’ordinanza con l’elenco delle decine di partner e collaboratori, dei fotografi, delle pubblicazioni e delle mostre succedutesi dal 1954 ai giorni nostri. Viste le lacune che ci sembra di aver rilevato, acquistano ancor più valore le lezioni calendarizzate ogni martedì di apertura della mostra, da metà gennaio in poi, o le visite organizzate il sabato da Fondazione Pirelli e Università Bicocca nell’aera Bicocca a Milano.

Silvana Costa

La mostra continua:
PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea

Via Palestro 14 – Milano
fino a domenica 11 febbraio 2018
orari: mercoledì, venerdì, sabato e domenica ore 9:30 – 19:30
martedì e giovedì ore 9.30 – 22.30
lunedì chiuso
ultimo ingresso un’ora prima
www.pacmilano.it
 
 
Il territorio dell’architettura
Gregotti e Associati 1953_2017
a cura di Guido Morpurgo
allestimento Studio Cerri e Associati
una mostra Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Silvana Editoriale
www.gregottiassociati.it

Catalogo:
Il territorio dell’architettura
Gregotti e Associati 1953_2017
a cura di Guido Morpurgo
contributi critici di Rafael Moneo, Joseph Rykwert e Franco Purini
Skira, 2017
128 pagine, 23 x 28 cm, 106 illustrazioni a colori e 49 b/n, cartonato
prezzo: 35,00 Euro
www.skira.net
 
 
Incontri:
PAC – ore 19.00
martedì 16 gennaio 2018
Autobiografia
con Vittorio Gregotti
 
martedì 23 gennaio 2018
Cronache di un architetto italiano in Cina
Come far nascere una città da zero, un incontro tra cultura e architettura
con Augusto Cagnardi
 
martedì 30 gennaio 2018
Metamorfosi Bicocca
Dall’esperienza industriale alle fabbriche della conoscenza
con Antonio Calabrò, Cristina Messa, Giampaolo Nuvolati  

giovedì 8 febbraio 2018
L’invenzione del contesto: architettura, arte, territorio
con Guido Morpurgo

 
 
Tour:
sabato 20, sabato 27 gennaio e sabato 10 febbraio 2018
ore 10.00 (partenza tour Headquarters Pirelli, via Bicocca degli Arcimboldi, 3)
durata: 2 ore circa
ingresso libero su prenotazione fino ad esaurimento posti
visite@fondazionepirelli.org
www.fondazionepirelli.org

 

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