La modernità di un classico

i-giganti-della-montagna-2-0165Per la rassegna Fuori Luogo, al Castello San Giorgio di La Spezia, va in scena la versione radio edit de I giganti della montagna. Quando la magia del luogo si fonde con l’icasticità di Roberto Latini.

“Paura, paura, paura”. Con queste parole, originali rispetto al testo pirandelliano, prende il via I Giganti della Montagna – Radio Edit. La paura di Cotrone e dei suoi scalognati nel non-luogo che abitano e che vedono minacciato dall’arrivo della Compagnia della Contessa. La paura che serpeggia in ognuno di noi di fronte all’ignoto, all’estraneo, all’altro da sé.
La voce di Latini inizia a dialogare con la musica (supportato da tre microfoni con funzione anche iconica). E se le distorsioni servono a caratterizzare le voci dei diversi personaggi, la musica ne avalla la dimensione psicologica, amplificandone il senso emozionale – passando dall’essere semplice accompagnamento al ruolo di co-protagonista.
Prendono così vita: Ilse, con quel cencio rosa cipria che aiuta a modellarne la voce e rimanda alla sua frivolezza di primadonna; la quale recita ossessivamente quella Favola del figlio cambiato, che Camilleri lesse come espressione del timore dello stesso Pirandello, che si sarebbe sentito talmente estraniato dal padre da immaginarsi figlio d’altri. La Sgricia, che sobbalza sul suo asinello e indica alla Contessa (e a noi, spettatori) l’altra dimensione della villa della Scalogna, con questa semplice domanda: «Tu forse ti credi ancora viva?» – rifugio di disperati, purgatorio per anime perse, non-luogo come il Kaos (Camilleri docet). L’infinita solitudine del Conte, che agogna a una vicinanza con una donna che non può, non vuole condividerla – che si rispecchia nella profonda solitudine e inquietudine di Pirandello uomo, che ha accettato un matrimonio combinato per poi tentare un impossibile dialogo con una donna che, come migliaia d’altre, si è rifugiata nella “pazzia” non sopportando oltre una realtà asfissiante.
L’intero lavoro di Pirandello è scarnificato fino a ricavarne l’essenza e a restituirne un amalgama doloroso, un gioco di specchi tra il testamento di Pirandello uomo e quello di Pirandello autore – ma se a Prospero, il Bardo lascia il compito di spezzare la bacchetta (o gettare la “penna”) per traghettare verso la morte; sono I giganti della montagna, nell’insieme dei suoi tanti personaggi, che ricompongono i frammenti della personalità dell’autore siciliano – uno, nessuno e centomila, perché “la vita non conclude. E non sa di nomi, la vita”.
Basta poco a Roberto Latini per entrare e uscire da ciascun personaggio, un’incrinatura della voce, un cambio di tono, un delicato movimento delle spalle (la Sgricia, altalenante sul suo asinello), un cencio rosa. Non si scade mai nella macchietta. Latini lavora in sottrazione, in astrazione, per restituire l’essenza. E il mare turchino, nel porto di La Spezia, o il volo di un gabbiano, bastano a fare da sfondo a un’esperienza che, come sempre avviene quando si celebra il rito laico del teatro, coinvolge e sconvolge, accomuna e rispecchia uomini e donne chiamate a condividerlo.

Simona M. Frigerio

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Lo spettacolo è andato in scena
nell’ambito di Fuori Luogo:
Terrazza Castello San Giorgio

via XXVII Marzo – La Spezia
sabato 29 aprile, ore 19.30
https://progettofuoriluogo.wordpress.com/

Roberto Latini in

I Giganti della Montagna – Radio Edit
di Luigi Pirandello
www.fortebraccioteatro.com

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