Teatro del Simposio si confronta con la breve pièce di Čechov per porgere al pubblico una riflessione sul ruolo dell’attore, configurata come un viaggio attraverso i grandi capolavori del teatro.
Teatro del Simposio torna a confrontarsi con un’opera di Anton Čechov, scegliendo per la Stagione 2025/26 Il canto del cigno, un atto unico del 1887 incentrato sulle ansie di un attore al termine della carriera. Lo spettacolo è in scena in prima nazionale sino a domenica 22 febbraio a fACTORy 32 di Milano.
Le luci in sala in spengono, sul palcoscenico l’occhio di bue illumina Vasilij Svetlovidov cantare una struggente versione di My Way. È il suo canto del cigno, il congedo dal pubblico dopo decenni di intensa attività. È la sintesi di una carriera vissuta ai massimi livelli, a modo suo, senza rimpianti. Esce di scena avvolto da una coltre di nebbia da cui, quando le luci si abbassano e il pubblico è idealmente andato via, sbuca Nikita, il suggeritore.
Il tempo scorre, il buio avvolge il teatro quando da dietro le quinte si sentono provenire gemiti e si scorge il bagliore di una pila: è Vasilij. Dopo lo spettacolo ha ecceduto nei festeggiamenti, si è ubriacato ed è caduto in un sonno profondo. Al risveglio, con i vestiti sgualciti e il cerone che ancora gli impiastriccia il volto, si ritrova in un teatro deserto e la pila lo aiuta a farsi largo nell’oscurità. Un’oscurità che è metafora della fase della vita che ora lo attende, una serie di giornate tutte da inventare poiché non ci saranno più le prove, i debutti e le lunghe tournée a tenerlo occupato.
Dal fondo della platea una voce finalmente gli risponde, è Nikita con cui ha collaborato tante volte ma di cui, in fondo, conosce ben poco. L’umile suggeritore, come ha imparato a fare durante gli spettacoli, coglie il momento di confusione dell’attore – del maestro come lo chiama con ossequio – e gli porge le giuste parole: è la lusinga che scioglie la tensione, il complimento che dà la carica per affrontare l’ignoto, la madeleine che scatena il ricordo di tanti successi. Nikita non più nascosto, in questo momento di intimità creatosi con Vasilij, condivide con il maestro la declamazione di brani tratti dalle tante rappresentazioni cui hanno preso parte insieme.
Antonello Antinolfi, autore della rielaborazione drammaturgica della pièce cechoviana, a questo punto si lascia guidare dal cuore e ai testi shakespeariani dell’originale sostituisce passaggi tratti dai numerosi spettacoli portati in scena nell’arco di oltre dodici anni da Teatro del Simposio. Spettacoli di cui sovente è lui il responsabile dell’adattamento scenico, avvicinando i grandi classici ai gusti di un pubblico moderno. È, da un lato, un orgoglioso guardare indietro all’intenso lavoro della compagnia. È pure una sfida lanciata a quanti tra il pubblico li seguono da un po’ a riconoscere da quale spettacolo ciascun brano sia tratto: per esempio la citazione di Tiresia rimanda alla colossale Opera Antigone del 2017 o, quando Vasilij inizia a parlare delle tante foglie secche raccolte in giardino, la mente corre all’allestimento di Beyond Vanja del 2015 in una Cavallerizza di Palazzo Litta dal pavimento ricoperto di foglie dai caldi colori autunnali. Nessuna paura per chi scopre Teatro del Simposio proprio grazie a Il canto del cigno: le citazioni offrono un interessante excursus attraverso la storia del teatro, dai classici greci a Pirandello, passando per Shakespeare e, ovviamente, per altri capolavori cechoviani.
Čechov scrive la pièce per raccontare al pubblico come sia la vita di un attore e delle ansie che lo assalgono al debutto di una nuova quotidianità, lontana dal palcoscenico, da affrontare senza l’ausilio di una maschera che protegga l’animo e senza un copione che ne indirizzi il cammino. Antinolfi non solo restituisce con fedeltà lo spirito originario di Il canto del cigno ma lo integra con una riflessione su cosa significhi fare teatro oggi, in un contesto sempre più improntato all’isolamento in un mondo virtuale.
Ettore Distasio interpreta Vasilij Svetlovidov aggirandosi su un palcoscenico completamente vuoto, con una pila che lo aiuti a farsi strada nell’oscurità di un futuro per definizione inintelligìbile. L’attore offre un’interpretazione struggente del vecchio artista, segnato dalla vita disordinata condotta per tanti decenni, stanco e spaventato dall’idea di lasciare quella che per un lungo periodo è stata la sua casa: il teatro.
Francesco Leschiera è Nikita, personaggio restituito come una figura rassicurante al fianco del maestro, mosso da affetto puro e non dal mero opportunismo dei fan che, dopo i festeggiamenti per l’ultimo spettacolo, lo abbandonano al proprio anonimo destino.
Insieme inoltre, nel declamare i brani tratti da precedenti spettacoli, dimostrano una grande duttilità nell’evadere dalla storia principale per calarsi in ruoli di volta in volta diversi, interpretandoli sempre con grande coinvolgimento. Abile – come sempre – Leschiera anche in veste di regista a gestire i diversi piani che si intrecciano ne Il canto del cigno, mantenendo sempre la barra del timone ben puntata sull’evoluzione del rapporto tra Vasilij e Nikita.
Il pubblico assiste a quest’opera intimista con un’emozione che, a tratti, sfiora la commozione per la superba abilità di Anton Čechov di mettere in scena dinamiche psicologiche della vita vera in cui ciascuno vi trova un pezzo di sé.
Da vedere.
Silvana Costa
Lo spettacolo continua:
fACTORy32
via Watt 32 – Milano
fino a domenica 22 febbraio 2026
orari: venerdì e sabato 19.30
domenica 16.30
www.factory32.itIl canto del cigno
da Anton Čechov
elaborazione drammaturgica Antonello Antinolfi
con Ettore Distasio, Francesco Leschiera
regia Francesco Leschiera
produzione Teatro del Simposio
