Il padre

Gabriele Lavia, gran mattatore, torna a riflettere sulla complessa sfida tra coniugi per la conquista dello scettro del potere all’interno della famiglia. Un gioco al massacro che, all’occorrenza, non risparmia colpi bassi e crudeltà mentale.

Non è nostro compito psicoanalizzare Gabriele Lavia e capire perché sia  talmente affezionato a Il padre di August Strindberg da riportarlo in scena per la terza volta nella sua carriera. Indubbiamente repetita iuvant e in questa nuova versione egli dà prova di grande attore, a prescindere dalla presenza di un cast all’altezza di una produzione firmata da Fondazione Teatro della Toscana.
La misoginia di August Strindberg è all’origine de Il padre, la tragedia rappresentata per la prima volta nel 1890, che parte dalla consapevolezza ben esplicitata nel Diritto Civile con la locuzione latina mater semper certa est, pater numquam. Sebbene oggi tra analisi del DNA e fecondazione artificiale sia indubbiamente possibile smentire il principio, resta comunque immediato identificare la madre in colei che porta in grembo la creatura per nove mesi mentre, per l’individuazione del padre, la procedura non è altrettanto semplice. Si presume il marito sia il padre del bambino nato nell’ambito del matrimonio ma in molti altri casi è necessario l’intervento di un giudice che decida a chi spetti simile ruolo e l’onere del mantenimento.
Instillare nella mente del marito Adolf (Gabriele Lavia) il dubbio che l’amata Berta (Anna Chiara Colombo) non sia figlia sua è l’atroce argomentazione scelta da Laura (Federica Di Martino) per rivendicare il diritto di decidere il futuro della ragazza. Poche vaghe parole hanno il potere di gettare un austero Capitano di cavalleria con la passione per gli studi scientifici nel più profondo sconforto. Il sospetto, un tenace tarlo, scava nella mente in profondità sino a condurlo sull’orlo della pazzia. Tutto nella vita improvvisamente non ha più senso, le cose perdono di interesse e l’affetto per Berta e la vecchia balia (Giusi Merli), che ancora vive nella sua villa trattandolo come un bambino, vengono progressivamente meno. Egli, uomo d’azione, abituato a comandare soldati e a tenere saldamente in pugno le redini di casa, ora langue simile a un feto senza alcuna volontà, per colpa di una donna frustrata. Laura infatti per anni è stata sottomessa alla volontà del marito – pur manipolandolo con destrezza – ma ora che costui vuole mandare la figlia a studiare in città è giunta l’ora di far sentire la propria voce e ribellarsi. I tempi non sono ancora maturi perché Laura manifesti pubblicamente come faranno, pochi anni dopo, le suffragette per le strade di Londra, sprezzanti delle cariche delle forze dell’ordine. Lei intraprende una guerriglia subdola, architettata a lungo in attesa del momento propizio, una riscossa per dimostrare a chi l’ha sempre sottomessa intellettualmente quanto possa essere astuta; una vendetta che in un colpo solo priva il marito di ogni suo attributo di uomo: la famiglia, il lavoro, il denaro e la libertà.
Le paranoie misogine hanno guidato la mano di Strindberg nella stesura di un testo emozionante, in un perfetto equilibrio tra detto, alluso e taciuto. E gridato, come la disperazione che dalle viscere sale su e si trasforma in un urlo di dolore dei due coniugi, sul palcoscenico e nella vita. E, se ci è consentito, la perfetta dimostrazione di quanto gli opposti si possano attrarre. Federica Di Martino spazia per il palcoscenico con il portamento rigido e impettito della signora ottocentesca; si esprime con freddezza, ricorrendo a frasi brevi che fendono l’aria come una lama. La prova d’attore di Gabriele Lavia anche questa volta non delude: è un fiume in piena che tutto travolge. Il mattatore, senza pose da divo, dà vita a monologhi dall’inarrestabile carica emotiva in cui il riso si mescola al pianto, la furia cieca alla rassegnazione in un’inarrestabile discesa verso la follia che coinvolge tutti quanti intorno a lui. Tutti, inclusa la moglie che si lascia andare a uno slancio sentimentale in cui dipana ricordi e aspirazioni deluse. Tuttavia mai confronto tra due attori fu più impietoso: Federica Di Martino accostata al marito risulta grottesca, con una mimica tanto impacciata quanto artificiosa e una dizione imprecisa, dalle cui maglie slabbrate emergono le inflessioni della terra d’origine.
Sembra inoltre che Lavia abbia dato sfogo alla propria misoginia scegliendo un cast femminile che dà vita a tre ritratti di donna inquietanti, a situazioni imbarazzanti, vuoi per le indicazioni del regista, vuoi per il talento delle attrici. Di Laura, la moglie che cerca un’interpretazione alternativa al ruolo impostole dalla società, abbiamo forse detto più di quanto la performance di Federica Di Martino meriti. Al suo fianco Anna Chiara Colombo, una giovane attrice malamente calata nei panni di Berta: la vocetta lamentosa, l’entusiasmo incontrollato e la goffa parrucca calata in testa la fanno assomigliare più a un’anziana con un principio di disordine neurologico che a un’adolescente che sogna di andare in città a studiare e a scoprire le meraviglie del mondo. Diametralmente opposto l’approccio di Giusi Merli alla parte dell’ex balia di Adolf, intrapreso con il piglio d’una ragazzina. Segnata nel fisico dagli anni accumulati, la vecchia tata si muove per casa lenta, silenziosa e un po’ inquietante come la Lumaca cameriera della Fata Turchina nel Pinocchio di Luigi Comencini, dispensando consigli non richiesti. Si prova quasi disagio ad assistere agli intimi scambi di battute tra la tata e l’imponente Capitano di cavalleria che le risponde con voce zuccherosa e gran profluvio di vezzeggiativi.
Adolf lungo tutto il dramma sfoggia con ciascuna delle tre donne atteggiamenti eccessivi, a tratti ambigui, quasi a sottendere un rapporto ben più morboso di quello che le convenzioni ammettano. Sarà lo stesso personaggio a fine dramma a spiegare quanto il suo rapporto con l’altra metà del cielo sia tormentato, distribuendo la colpa sulle spalle delle donne che hanno attraversato la sua vita, a iniziare dalla madre. Un rapporto distorto a causa dell’invidia dell’utero che lo trascina alla follia.
Per contrasto alla compagine femminile brillano le figure del Pastore – fratello di Laura e amico di Adolf – e di Östermark, il nuovo dottore del villaggio, interpretati con posata naturalezza, nonostante il degenerare degli eventi, rispettivamente da Gianni De Lellis e Michele Demaria. Un applauso anche ai giovanissimi Ghennadi Gidari e Luca Pedron in grado di far sorridere con le loro buffe incursioni nello studio del Comandante, una stanza arredata a guisa di imponente utero domestico, tappezzato con metri – se non chilometri – di velluto rosso. Più che un rifugio sicuro una gabbia dove Adolf, come un leone in cattività, si dispera e urla angosciato da un senso di impotenza che rende l’uomo schiavo delle donne con cui interagisce.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini – sala Shakespeare
c.so Buenos Aires 33 – Milano
fino a domenica 25 febbraio 2018
orari: martedì-sabato 20.30
domenica 16.00
www.elfo.org

Il padre
di August Strindberg
regia Gabriele Lavia
con Federica Di Martino, Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Anna Chiara Colombo, Ghennadi Gidari, Luca Pedron
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
luci Michelangelo Vitullo
produzione Fondazione Teatro della Toscana

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