Intervista a Instabili Vaganti

Instabili Vaganti 5Incontriamo Instabili Vaganti al loro rientro in Italia dopo la lunga tournée in Sudamerica. Una Compagnia, quella fondata da Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, in grado di portare in scena un teatro civilmente impegnato, svincolandosi dal cliché della narrazione, e di valicare i confini nazionali grazie a un linguaggio originale e pluridisciplinare. Ma, soprattutto, talmente pregnante da riuscire a parlare di Italia in America Latina e di Messico in Italia, con Made in Ilva e Desaparecidos#43.

Com’è nata l’idea di scrivere e mettere in scena Desaparecidos#43, lo spettacolo che racconta la sparizione degli studenti messicani, avvenuta il 26 settembre 2014 a Iguala?
Anna Dora Dorno: «Lo spettacolo ha avuto una genesi abbastanza particolare ed è il risultato dei nostri ormai continui e consolidati rapporti con il Messico. Dopo aver sviluppato due tappe del nostro progetto internazionale, Megalopolis, a Città del Messico, volevamo lavorare a una performance che racchiudesse in sé l’anima di quel Paese: quello che abbiamo conosciuto e amiamo, che ci affascina e appassiona ogniqualvolta vi torniamo. Nel contempo, volevamo sviluppare alcuni temi che erano emersi dai discorsi con i partecipanti al workshop da noi condotto all’Università Nazionale Autonoma del Messico. Ossia, la paura della violenza e delle sparizioni, la difficoltà di affermare la propria personalità in una delle più grandi città del mondo, e il desiderio di cambiare le cose. Tutti questi sentimenti sono diventanti un flusso di emozioni dirompenti quando i nostri studenti ci hanno comunicato, via Facebook, quanto stava accadendo in Messico dopo quella tragica notte del 26 settembre. Dall’Italia, abbiamo avuto paura per loro quando hanno preso parte alle manifestazioni nella capitale, perché spesso le stesse terminavano con arresti, repressioni e sparizioni. Abbiamo risposto alle loro richieste di diffondere in Italia e in Europa quello che stavano vivendo in quel momento e lo abbiamo fatto attraverso il nostro modo di lavorare, ponendo in scena i nostri sentimenti, le reazioni e impressioni ricevute; utilizzando il nostro linguaggio performativo che cerca di raccontare, attraverso l’arte, una storia, ma anche di esprimere un messaggio e rivendicare una precisa posizione politica rispetto ai temi affrontati. Per noi questo spettacolo non è solo un atto di protesta verso ciò che è accaduto ma anche e soprattutto un atto d’amore verso un Paese che ci ha sempre accolti in modo splendido e verso tutte le persone che abbiamo conosciuto e con le quali abbiamo condiviso parte del nostro percorso artistico».

Siete reduci da una tournée in Sudamerica durante la quale, in Uruguay, avete diretto un workshop teatrale dedicato al caso. Come viene percepito quanto accade in Messico negli altri Stati dell’America Latina?
A.D.D.: «La vicenda di Ayotzinapa si è diffusa in tutto il Sudamerica, grazie soprattutto alle “azioni globali”, ossia ad azioni performative rimbalzate attraverso il web in tutto il mondo. Questa modalità di trasmissione dell’informazione, attraverso le arti performative e i nuovi mezzi di comunicazione di massa, credo abbia fatto la differenza rispetto a vicende simili che hanno interessato altri Paesi dell’America Latina in passato. Possiamo definirla una reazione globale, che ha trasformato i volti dei 43 ragazzi in icone, in simboli universali dei desaparecidos di tutto il mondo. In Stati come l’Uruguay, la memoria di un passato dittatoriale che utilizzava – similmente all’Argentina – le sparizioni forzate come strategia del terrore, è tuttora molto forte, come abbiamo potuto constatare quando abbiamo proposto ai partecipanti al nostro workshop di lavorare attorno a questo tema. Si è così formato un gruppo di 30 persone, cha spaziavano dai 17 ai 47 anni, dove l’emotività dei giovani studenti coetanei dei desaparecidos messicani si è unita ai commoventi ricordi degli adulti che hanno vissuto in prima persona gli scontri con la polizia, al tempo in cui le sparizioni erano all’ordine del giorno anche in Uruguay. L’intero continente è ancora sensibile nei confronti di questo problema, quasi ci fosse una ferita aperta, generata dalla memoria di chi tali vicende, le ha già vissute. E penso che anche in Italia tutti abbiano ben presente l’azione delle madres de Plaza de Majo, che continuano, tutti i giovedì, a manifestare di fronte al palazzo del Governo argentino. Il dolore che creano episodi come questo non si può cancellare».

Com’è stato accolto in Sudamerica il vostro spettacolo, Made in Ilva, che racconta l’universo dei lavoratori e degli abitanti di Taranto. Un luogo sicuramente lontano non solo geograficamente dalle esperienze sudamericane?


A.D.D.: «Made in Ilva è sì un lavoro sull’Ilva di Taranto, ma il nostro modo di fare teatro, basato sull’azione fisica e l’atto poetico, fa sì che lo spettacolo trasformi la tematica particolare in concetto universale. La lotta contro la disumanizzazione e l’alienazione dell’essere umano è il tema principale della performance. Un tema che ci ha molto avvicinato ai contesti in cui questo lavoro è stato presentato, e dove è stato interpretato per il suo carattere universale. In particolare, in questa tournéeMade in Ilva è stato rappresentato anche in una fabbrica dismessa, a Montevideo, e in uno stabilimento di alluminio ancora funzionante e occupato dai lavoratori, a Buenos Aires. Quindi, in due contesti fortemente connessi alle tematiche trattate. In realtà, soprattutto a Montevideo, ci siamo sentiti molto vicini anche all’Italia, dato che il Cerro, il quartiere popolare dove abbiamo presentato lo spettacolo, è stato fondato da anarchici italiani e si sente tuttora l’influenza del nostro Paese sulla cultura locale. Inoltre, la versione in castigliano dello spettacolo – dove, in una parte del testo, abbiamo giocato sulla compresenza di italiano e spagnolo – ha aggiunto una nuova chiave di lettura dello stesso, ricordando al pubblico gli storici immigrati italiani giunti in Uruguay alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore. Le capitali del Sud del mondo, in realtà, sono più vicine a noi e all’Europa di quanto immaginiamo».

Desaparecidos#43 è andato in scena a febbraio, al Teatro delle Moline di Bologna, e a marzo sarà al Teatro Elicantropo di Napoli. Come sta reagendo il pubblico italiano? Vi è interesse per quanto accade in Messico a livello di diritti umani?
A.D.D.: «Desaparecidos#43 arriverà a Napoli, dal 10 al 13 marzo, in una versione nuova, nella quale integreremo due allievi-attori messicani, che hanno partecipato alle tappe precedenti del progetto Megalopolis. Questa novità va ad arricchire ulteriormente lo spettacolo rispetto alle repliche già presentate a Roma, Genova e Firenze, che hanno contribuito ad accendere i riflettori sul caso Ayotzinapa anche in Italia. Spesso la maggior parte del pubblico non è a conoscenza della vicenda, in quanto l’informazione è rimasta un po’ in sordina nel nostro Paese. È proprio per questo che abbiamo deciso di accompagnare lo spettacolo con incontri aperti al pubblico, open call rivolte ad artisti e workshop sul tema. Per noi non è importante solo il momento della performance. Per noi conta tutta la fase del processo creativo, che comprende azioni di comunicazione, informazione e aggiornamento sulla vicenda dei 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, rapiti a Iguala. Nonché la partecipazione a programmi radio e la pubblicazione di interventi e testimonianze dei nostri studenti messicani».

L’ultima tappa della vostra tournée sudamericana è stata Buenos Aires. Avete potuto confrontarvi con studenti e attori circa la situazione messicana, durante la conferenza che avete tenuto al Teatro Coliseo?
A.D.D.: «La nostra ultima tappa in Argentina è stata una master class di teatro fisico al Teatro Coliseo, in cui abbiamo potuto sperimentare, in maniera pratica con i partecipanti, le tematiche presenti nei nostri progetti. L’impressione che ho ricevuto è che a Buenos Aires l’approccio a un argomento come quello dei desaparecidos sia caratterizzato da un’emotività che si è sedimentata nel tempo e che permane negli spettacoli dei collettivi artistici più politicizzati della capitale argentina. Una cicatrice, un segno indelebile, nella storia e la cultura di questo Paese – tuttora afflitto da una crisi che sembra non essere mai stata superata. Ancora oggi, del resto, sono molti i cartelli e le segnalazioni di gente scomparsa. Il sentimento che permea l’esistenza è quello di vivere alla giornata perché domani tutto può cambiare, e i risparmi di una vita possono svanire in un attimo per via della forte inflazione, degli sbalzi repentini dei tassi di cambio, e di una politica economica ancora instabile».

Simona M. Frigerio
Fotografie di Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola

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