La fine del mondo

Drammi ambientali e rancori famigliari si fondono e si confondono nella pièce di Fabrizio Sinisi.

Ci siamo, il momento tanto a lungo paventato è giunto: l’alta marea notturna sommergerà definitivamente Venezia e i suoi palazzi. Al largo, a godersi il nefasto spettacolo, è ormeggiata la nave di Atena (Anahi Traversi), una fervente ecologista sposata con un miliardario americano. A bordo, per intrattenere sino al momento fatidico i ricchi amici ospiti, ha ingaggiato la sorella Dora (Alice Spisa), un’attrice che si esibisce con l’ex fidanzato Luca (Umberto Terruso). Questo il pretesto narrativo scelto da Fabrizio Sinisi per riunire i protagonisti di La fine del mondo, lo spettacolo prodotto dal Teatro Franco Parenti di Milano e qui in scena dal 25 al 29 maggio.
La sparizione di Venezia è solo il più emblematico effetto della catastrofe ambientale in corso, iniziata con l’invenzione della macchina a vapore. L’aumento delle temperature, con inaridimento dei terreni agricoli da un lato e dall’altro con lo scioglimento delle calotte polari, l’innalzamento del livello del mare e la sommersione di ampie porzioni di territori costieri sembrano un processo inarrestabile che porta alla progressiva estinzione della specie umana.
Atena, con quella sua aria di distaccata superiorità, tipico di chi si crede un eroe intento a salvare il mondo, in realtà nasconde una forte sociopatia i cui primi segni si sono manifestati in età giovanile, alla morte della madre. Battuta dopo battuta i nobili ideali scivolano in un isterico confronto con la sorella, mossa dal tedio per l’estrema esuberanza e leggerezza di Dora, un carattere affine a quello paterno al punto da far sentire lei, così introversa, esclusa e incompresa.
Alle due sorelle fa da contrappunto il rapporto tra Luca e il fratello Diego (Angelo Tronca), rinchiuso da diversi anni in un ospedale psichiatrico a Venezia. L’ingaggio sulla nave di Atena è occasione per Luca per andare a fargli visita e veder riaffiorare l’antico fastidio per i suoi gesti plateali colti a catalizzare l’attenzione di quanti intorno a loro.
I dialoghi, dopo le battute iniziali, traslano dal piano universale a quello personale e famigliare e su tali questioni restano sino alla fine. Un orologio digitale appeso sul palcoscenico scandisce il conto alla rovescia per la fine di Venezia e, con essa, dello spettacolo: la capacità del cast diretto da Claudio Autelli di rispettare al secondo i tempi stabiliti è probabilmente uno dei pochi fattori apprezzabili di La fine del mondo. I dialoghi sono purtroppo di una disarmante banalità, infarciti di recriminazioni e polemiche oziose, per quanto abbiano l’indubbio pregio di non voler a tutti i costi indulgere nel buonismo ma, anzi, mettono a nudo l’egoismo umano che si cela dietro ad ampi sorrisi e dichiarazioni di alti ideali.
Quando il conto alla rovescia si avvicina allo zero, come ad un qualsiasi veglione di capodanno che si rispetti, per ingannare il tempo parte il karaoke con canzoncine di inizio anni Ottanta – manca solo il trenino a ritmo di samba – a ricordare gli anni in cui l’ambientalismo erano solo l’eco di un problema lontano.
In un simile contesto la recitazione è spinta al limite del grottesco, tra sorrisi forzati e repentini sbalzi d’umore che sfociano in grandi sceneggiate.
La scenografia concepita da Giuliano Almerighi è essenziale per lasciare lo spazio alla proiezione di video che enfatizzino i passaggi introspettivi del racconto. Gli attori evadono da questo luogo angusto con ripetuti sfondamenti della quarta parete e scorrazzano tra platea e balconata per uno spettacolo a tutto tondo che, pur non coinvolgendo il pubblico in prima persona, movimenta la messinscena. Una scelta azzardata per quanto d’innegabile effetto, un’invasione di campo che non tutti gli spettatori possono apprezzare.
Il pubblico in sala ascolta e ride. Ride del collasso ambientale. Ride dei problemi psichici di Diego e di Atena così a disagio con le persone in generale e con i membri della propria famiglia in particolare. Indubbiamente La fine del mondo vuole essere una commedia e noi non vorremmo essere moralisti ma l’impressione è che ci si sia tanto assuefatti ai toni drammatici dei media nel raccontare i fatti di cronaca da non essere impressionati nemmeno dall’idea della nostra stessa fine.

Silvana Costa

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Franco Parenti – Sala AcomeA
via Pier Lombardo, 14 – Milano
dal 25 al 29 maggio 2022
www.teatrofrancoparenti.it

La fine del mondo
di Fabrizio Sinisi

regia Claudio Autelli
con Alice Spisa, Umberto Terruso, Anahi Traversi, Angelo Tronca
disegno luci e allestimento Giuliano Almerighi
suono e musiche Gianluca Agostini
video Chiara Caliò
costumi Diana Ferri
cura del movimento Lara Guidetti
assistente regia Valeria Fornoni
produzione Teatro Franco Parenti / Centro Teatrale Bresciano / LAB121
con il sostegno di Funder35, Fondazione Cariplo e ZonaK
durata 1 ora e 15 minuti
 
Tour
31 maggio
Lugano, Teatro Foce –  LAC

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