L’importanza di chiamarsi Ernesto

limportanza-di-chiamarsi-ernesto-1Ferdinando Bruni e Francesco Frongia portano in scena un nuovo allestimento del capolavoro di Oscar Wilde. La scelta di un cast brioso e una scenografia minimale consentono loro di sviscerare la miriade di potenzialità di uno dei testi teatrali più amati di sempre.

God Save Oscar”.
Dio salvi Oscar – inteso nel senso di Wilde –  e ogni singola riga che ha scritto. Questo il motto che accompagna i meritatissimi appalusi a L’importanza di chiamarsi Ernesto, commedia al debutto in prima nazionale il 17 dicembre al Teatro Elfo Puccini di Milano. La messinscena orchestrata da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia in realtà è parte di un’idea complessa, di un tributo a tutto ciò che Oscar Wilde simboleggia. Lo spettacolo è l’appuntamento centrale di Progetto Wilde, la rassegna teatrale voluta dagli stessi Bruni e Frongia per celebrare il mito dell’autore di origini irlandesi. Dopo  Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde in scena sino al 12 novembre, dal 21 novembre al 3 dicembre sarà la volta di Il Fantasma di Canterville.
Uno dei celeberrimi aforismi di Oscar Wilde recita: “Amo molto parlare di niente, è l’unico argomento su cui so tutto”. Se osservata con superficialità l’opera pare invero affondare le radici nel nulla, ovvero nel futile capriccio femminile di voler sposare un uomo di nome Ernesto e alla conseguente necessità per i loro innamorati di soddisfare quest’imposizione.

GWENDOLEN – Ma tu ti chiami Ernest.
JACK – Sì lo so. Ma supponiamo che il mio nome fosse un altro. Vuoi dire che in quel caso non potresti amarmi?
GWENDOLEN – Ah ma questa è chiaramente una speculazione metafisica e come quasi tutte le speculazioni metafisiche ha ben poco a che fare con i fatti concreti della vita reale quali li conosciamo. [….] Ti sta benissimo. È un nome divino. Ha una musica tutta sua. Produce delle vibrazioni. [….] L’unico nome veramente affidabile è Ernest.

Se si va oltre il surrealismo delle sentenze che punteggiano L’importanza di chiamarsi Ernesto si scopre un raffinato documento di critica sociale scritto con cognizione di causa e servito ai carnefici sotto mentite spoglie. La scoppiettante rassegna di taglienti considerazioni sulle rigide convenzioni della civiltà vittoriana – fondata, in pubblico così come nel privato, sulla netta divisione dei ruoli in base al ceto e al sesso – battuta dopo battuta, induce cinicamente l’aristocrazia di fine XIX secolo a ridere delle catene sociali che l’avviluppano e insignisce Wilde del titolo di modello inarrivabile per tutti gli autori futuri.
La commedia dai tratti romantici è rappresentata per la prima volta nella  Londra puritana il giorno di San Valentino del 1895: bizzarra coincidenza per la creazione di uno scrittore in quei mesi sotto processo per “atti osceni”, ovvero per le sue relazioni omosessuali. A oltre un secolo di distanza, con l’opinione pubblica obbligata per legge a non discriminare il prossimo per le proprie inclinazioni sessuali, sembra che davvero poco sia cambiato. Ben vengano allora Riccardo Buffonini (Algernon) e Giuseppe Lanino (John) protagonisti di scene in cui la complicità maschile – in perfetto stile queer – tra ammiccamenti e ambiguità si diverte a confondere e scandalizzare i perbenisti. I registi a questa provocazione ne aggiungono una ulteriore: all’apertura del sipario Algernon, tra tanti componimenti, utilizza lo spartito di I Will Survive – indiscusso inno della comunità gay, portato al successo nel 1978 da Gloria Gaynor – per esercitarsi al pianoforte.
Ferdinando Bruni – eccellente illustratore – e Francesco Frongia si cimentano pure nel ruolo di scenografi e costumisti al fine di esaltare ai massimi livelli la loro visione della commedia, optando per un allestimento che renda protagonisti assoluti gli attori e, di conseguenza, la parola. L’apparato scenografico è ridotto all’essenziale per non distrarre l’attenzione degli interpreti che giocano sapientemente con la modulazione della voce e la mimica corporea per caricare ogni frase di un mondo di scoppiettanti allusioni. La cultura degli anni Sessanta e Settanta connota con decisione questa versione di L’importanza di chiamarsi Ernest. La Ball chair (1963) di Eero Aarnio in un vitaminico color arancione irradia di energia il palcoscenico per tutto il primo atto. Il fondale è decorato da composizioni artistiche con protagonista Oscar Wilde che strizzano l’occhio alla Pop Art mentre, per il gran finale, gli scenografi rendono omaggio a Jamie Reid e alla cultura underground con un’originale rivisitazione della copertina del singolo God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols. Algernon e John – i protagonisti maschili – sono abbigliati con completi in tessuto scozzese coordinati tra loro, come perfetti dandy appena usciti dalla boutique di Vivienne Westwood. Gwendolen (Elena Russo Arman) alterna invece modelli bon ton di Chanel per il viaggio in campagna a minigonne dai colori acidi accompagnate da bijoux esagerati, pettinature imponenti e trucco pesante per le uscite nella swinging London.
Molte compagnie si cimentano con L’importanza di chiamarsi Ernesto sicure di conquistare il plauso del pubblico. Eppure la commedia di Oscar Wilde è un testo davvero insidioso: risulta tanto divertente sulla carta quanto difficile da restituire sul palcoscenico senza cadere nella pedanteria o scivolare nel macchiettistico. Ferdinando Bruni e Francesco Frongia offrono una delle più frizzanti versioni dell’opera vista in questi anni, ottenuta curando ogni sfumatura delle interpretazioni. Se è vero che “Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”, dietro alla sfavillante rappresentazione in scena al Teatro Elfo Puccini c’è un lavoro certosino di artisti, creativi e tecnici che il pubblico riconosce e apprezza. Ida Marinelli, attrice storica delle opere in scena al Teatro Elfo Puccini, è la severa Lady Bracknell: il rugliare di una belva feroce annuncia il suo ingresso in scena. Lei punta diritta verso il suo obiettivo, a grandi falcate, risoluta come un treno, trascinando dietro a sé un cast eccezionale, capace di connotare con brio e decisione il proprio personaggio, rendendolo – anche se solo per una manciata di battute – straordinario protagonista in scena. E la forma si rivela sostanza della massima qualità.

Silvana Costa

limportanza-di-chiamarsi-ernesto

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini – sala Shakespeare
c.so Buenos Aires 33 – Milano
fino a domenica 10 dicembre 2017
orari: dal martedì al sabato 20.30; domenica 16.00
(domenica 3 dicembre15.30)
www.elfo.org

L’importanza di chiamarsi Ernesto
di Oscar Wilde
regia, scene e costumi
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
produzione Teatro dell’Elfo
con Ida Marinelli – Lady Bracknell, Elena Russo Arman – Gwendolen Fairfax, Giuseppe Lanino – John Worthing, Riccardo Buffonini – Algernon Moncrieff, Luca Toracca – Reverendo canonico Chasuble, Cinzia Spanò – Miss Prism, Camilla Violante Scheller – Cecily Cardew, Nicola Stravalaci – Merriman / Lane
durata: 120 minuti + intervallo

Share

I commenti sono chiusi.