L’ultimo nastro di Krapp

Ferdinando Bruni offre una magistrale prova d’attore cimentandosi con L’ultimo nastro di Krapp e Quella volta, due tra le opere più rappresentate di Samuel Beckett.

Ferdinando Bruni sino a domenica 17 maggio è in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano con due atti unici di Samuel Beckett: L’ultimo nastro di Krapp e Quella volta.
Due opere complesse per i continui salti tra diversi periodi della vita dei rispettivi protagonisti che obbligano l’attore a confrontarsi ora con i sogni per il futuro, ora con lo struggimento dei ricordi e la delusione delle aspettative. La regia di Francesco Frongia mette in luce tutta l’ironia con cui Samuel Beckett racconta le situazioni surreali che il destino pone dinnanzi all’essere umano.
Due opere caratterizzate dall’utilizzo della voce registrata, una soluzione narrativa che impone a Ferdinando Bruni di scindere la recitazione nelle due sue componenti: da un lato la voce registrata, calibrata per restituire le diverse età del protagonista e le emozioni del momento, e, dall’altro la mimica di corpo e volto dell’ascoltatore. Una soluzione che consente a Bruni di portare contemporaneamente sul palcoscenico due personaggi, ciascuno perfettamente tratteggiato nelle proprie peculiarità.

L’ultimo nastro di Krapp descrive la consuetudine del signor Krapp di registrare a ogni compleanno i propri pensieri e di dedicare tempo ad ascoltare alcuni nastri degli anni precedenti. È il giorno del sessantanovesimo compleanno, Krapp appare di buonumore e si concede un veloce spuntino a base di banana prima di andare a recuperare una voluminosa pila di scatole di latta, un registro e un registratore.
Scorre con attenzione il registro per scoprire in quale scatola si celi il nastro che intende riascoltare: è quello del trentanovesimo compleanno. La voce registrata riferisce di aver appena esaminato un vecchio nastro di quando aveva vent’anni e prosegue commentando divertito l’ingenuità di quelle confidenze intime: alla soglia dei quarant’anni ha infatti ben più ambiziosi sogni di successo e, per attuarli, si dichiara pronto a sacrificarvi tutto quanto sarà necessario.
Sono risate amare e parole dure quelle rivolte dal Krapp maturo al sé più giovane e ambizioso, a quello “stupido bastardo per cui mi prendevo trent’anni fa”. Gli fa presente che la sua ultima fatica letteraria ha venduto a malapena diciassette copie, la maggior parte delle quali non a lettori interessati ma a biblioteche. Un atteggiamento questo che rivela la solitudine di un uomo che, dopo aver sacrificato la vita alle proprie smanie letterarie, si deve confrontare con il fallimento. Quando giunge il momento di registrare il nuovo nastro infatti Krapp non ha molto da dire, non ha episodi interessanti accaduti nell’ultimo anno da lasciare a futura memoria, perciò si limita a condividere il piacere infantile nel pronunciare la parola “bobina”.
Ferdinando Bruni restituisce Krapp maturo come “un vecchio trascurato e cadente, una specie di clown sinistro e solitario”, indurito da un destino cinico o, prendendo a prestito le parole di Giacomo Leopardi, da una natura matrigna, indifferente alle sofferenze umane. Un clown triste, capace di trasmettere appieno la tragica mestizia del proprio personaggio al di là di una fitta sequenza di trovate comiche degne dei grandi comici del cinema muto della vecchia Hollywood.

Quindici anni separano L’ultimo nastro di Krapp (1958) da Quella volta, pièce scritta tra il 1974 e il 1975 e rimaneggiata alcune volte prima di giungere alla definitiva sequenza con cui si alternano le tre voci narranti. La scelta di porre in giustapposizione queste due opere è intesa a evidenziare l’evoluzione in Beckett del ruolo del personaggio in scena. Se Krapp ascolta ma pure agisce, scegliendo quale nastro ascoltare e facendolo avanzare per saltare le parti sgradite, in Quella volta l’attore è immobile al centro del palcoscenico per tutto il tempo, ascoltando il nastro registrato alla guisa di tutti gli spettatori in platea.
Fernando Bruni veste i panni di un anziano dai lunghi capelli bianchi; mentre ascolta le tre voci che rievocano episodi della sua vita gli occhi sono chiusi, il volto sereno e la bocca piegata nel sorriso a labbra serrate tipico di chi è rimasto ormai senza denti.
La voce della maturità lo riporta nella città in cui è cresciuto e ricorda di quando da bambino si è nascosto, lasciando che i suoi famigliari vaghino nel buio della notte a cercarlo angosciati. La voce della giovinezza fa rivivere le emozioni del primo amore. La voce della vecchiaia indugia invece su episodi più recenti, di quando ha cercato riparo all’ufficio postale, alla biblioteca o al museo – luoghi pubblici in cui tuttavia l’interazione con le altre persone è minima – o di quando non ha riconosciuto il proprio volto nell’immagine riflessa da un vetro. Emerge anche in questo caso un contesto di profonda solitudine e ciascuno dei tre viaggi nel passato, accolti con sorriso compiaciuto, rafforza il senso di isolamento autoindotto del protagonista. Un isolamento restituito visivamente dal recinto che accoglie e protegge l’attore durante la pièce, le cui pareti sono animate da video proiezioni della testa dello stesso Bruni “sospesa nel buio come un relitto della coscienza”, come tiene a sottolineare il regista.
Le tre voci, a differenza di quanto accade ne L’ultimo nastro di Krapp, sono rese da Bruni in modo identico, lasciando che sia solamente l’oggetto del racconto a consentire al pubblico di distinguerle tra loro. Tale scelta evidenzia il fatto che quelle voci sono solo frutto del subconscio del protagonista, ormai completamente ostaggio del mondo da lui stesso creato, trasformando lo spettacolo teatrale in una performance esistenzialista come quelle tanto in voga negli anni Settanta.

Ottimo Francesco Frongia nell’orchestrare la magia in cui sono sospese le due opere, a partire dalle indicazioni dettate da Samuel Beckett, creando il suggestivo contesto in cui inserire Ferdinando Bruni.
Bruni dal canto suo affascina grazie a un talento indiscutibile, affinato nel corso della lunga carriera, sia sul palco, sia dietro le quinte: se in L’ultimo nastro di Krapp strappa amare risate, in Quella volta ascoltare la voce registrata che spazia tra ricordi, riflessioni e citazioni bibliche, suscita nel pubblico emozioni tanto intense quanto quelle provocate al protagonista in scena, facendolo sentire parte integrante della storia.
È in fondo dalla sensazione di compartecipazione che scaturisce la magia del teatro.
È una magia che il collaudato tandem Bruni Frongia riesce a creare ogni volta con grande maestria.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini – Sala Bausch
c.so Buenos Aires 33 – Milano
fino a domenica 17 maggio 2026
orari: martedì – sabato 19.30
domenica 15.00
www.elfo.org

L’ultimo nastro di Krapp
Quella volta
di Samuel Beckett
traduzione Gabriele Frasca
uno spettacolo di Francesco Frongia
con Ferdinando Bruni
suono Emanuele Martina
luci Giacomo Marettelli Priorelli
produzione Teatro dell’Elfo
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd
per gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd
durata 1 ora e 20 minuti
prima nazionale