Marjorie Prime

Raphael Tobia Vogel si confronta con un testo di Jordan Harrison per parlare del vuoto lasciato dalla malattia e dei possibili ausili che, in un futuro prossimo venturo, potrebbero portare giovamento ai pazienti e ai loro famigliari.

Il progresso della medicina unito all’incremento del benessere, almeno nei paesi occidentali, ha indotto un significativo aumento delle aspettative di vita di uomini e donne. Se prendiamo come esempio l’Italia, negli ultimi 150 anni l’età media è salita da 49 anni nel 1863, a 62 nel 1901 sino agli attuali 80,6 anni per gli uomini e 84,9 per le donne. Il drammaturgo Jordan Harrison nella pièce Marjorie Prime ipotizza che nel 2050 si arriverà a 110 anni ma in quali condizioni?
Le cure mediche troveranno sempre più un valido alleato nella tecnologia. Per i malati di  Alzheimer, come per esempio nel caso di Marjorie (Ivana Monti), si avrà a disposizione un Prime con cui fare conversazione per tener desta l’attenzione e la memoria. Marjorie, ormai ultraottantenne, ha scelto che il suo Prime sia la copia digitale del defunto marito Walter da giovane (Francesco Sferrazza Papa); Jon (Pietro Micci) il genero lo ha programmato affinché fosse in grado di ricordarle i momenti felici trascorsi insieme. Il sipario si apre sul tenero scambio di aneddoti tra Marjorie e Walter: lui la stuzzica parlando di episodi ormai svaniti, lei lo ascolta sorpresa poi lo corregge e lo esorta ad abbellirne alcuni passaggi così che la prossima volta che li racconterà la divertiranno molto di più.
Il Prime, come si spiega nel corso dello spettacolo, offre gran sollievo non solo agli anziani ma anche agli ammalati di depressione, soprattutto a coloro che non riescono ad accettare la perdita di persone care e tendono a isolarsi in un mondo di grigia melanconia. Come un bambino, l’essere digitale amplia le informazioni in suo possesso dal contatto quotidiano con l’assistito e adegua l’atteggiamento risultando via via sempre più realistico. Walter Prime, incuriosito da quanto Marjorie gli racconta – e soprattutto gli tace – arriva addirittura a interrogare Jon per poter esser di maggior aiuto alla donna.
Tess (Elena Lietti), la figlia di Marjorie, è scettica sull’uso dei Prime che si appropriano dei ricordi più intimi della famiglia, finendo per manipolarli e distorcerli. Dimostra un’acredine che sembra trascurare come questi ritrovati tecnologici facciano compagnia alle persone quando i loro famigliari sono distanti o impegnati. Un’acredine che forse è solo invidia per il rapporto di estrema confidenza che persino il Prime riesce a stabilire con la madre a differenza sua.
Il palcoscenico è trasformato da Marco Cristini in un confortevole interno domestico. Gli arredi hanno i bordi pixelati come ad alludere alla memoria della protagonista che sfuma progressivamente. Un grande video sullo sfondo, a guisa di finestra sull’anima, proietta paesaggi selezionati da Cristina Crippa in linea con il mood della scena in corso.
Raphael Tobia Vogel sottolinea il tono intimista di questo testo di Jordan Harrison, finalista al Premio Pulitzer 2015: la regia enfatizza i caratteri dei singoli personaggi accompagnandoli in un percorso di scoperta interiore, di confronto con episodi rimossi dalla memoria per smettere di soffrire. Ben lungi dall’essere una maschera stereotipata, Ivana Monti conquista con la disarmante dolcezza dell’anziano indifeso come un bambino, ormai dipendente dai famigliari più per gli aneddoti che lo aiutino a ricostruire la propria personalità che per i bisogni primari. Commuove invece il personaggio di Tess che Elena Lietti riesce a condurre per mano attraverso gli abissi del dolore di una donna che fatica a stabilire un rapporto d’affetto con la madre. Francesco Sferrazza Papa e Pietro Micci rappresentano il perfetto complemento caratteriale delle loro compagne, chiudendo in maniera credibile e armonica il quadrato in scena.
Il pubblico segue coinvolto e al termine si scioglie in un lungo applauso perché le tematiche affrontate sono problematiche complesse, con cui tutti quotidianamente sono chiamati a confrontarsi o, almeno, a valutare per un futuro prossimo.
Nonostante Raphael Tobia Vogel porti sul palcoscenico una versione di Marjorie Prime semplificata nella trama, il dilemma etico sollevato da Jordan Harrison sui limiti da imporre alla tecnologia resta aperto anche al termine della rappresentazione. Non a caso, al Teatro Franco Parenti attorno a questo spettacolo si sviluppa un’intera rassegna realizzata con il contributo di Fondazione Cariplo: Progetto dalla maschera al robot. Fino a novembre inoltrato si succedono conferenze e proiezioni cinematografiche che trattano di robot, intelligenza artificiale, cyborg e voci sintetizzate.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Teatro Franco Parenti – Sala AcomeA
via Pier Lombardo, 14 – Milano

fino a domenica 17 novembre 2019
www.teatrofrancoparenti.it

Marjorie Prime
di Jordan Harrison
traduzione Matteo Colombo
regia Raphael Tobia Vogel
con Ivana Monti, Francesco Sferrazza Papa, Elena Lietti, Pietro Micci
scene Marco Cristini
luci Paolo Casati
costumi Sasha Nikolaeva
video Cristina Crippa
assistente alla regia Beatrice Cazzaro
assistente scenografa Katarina Stancic
direttore di scena Mattia Fontana
elettricista Paolo Casati
fonico Davide Marletta
sarta Caterina Airoldi
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti 
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti
durata: 1 ora e 40 minuti
spettacolo inserito nel progetto Dalla maschera al robot con il contributo di Fondazione Cariplo
prima nazionale

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