Musica e ribelli 1966-1970

Fa tappa a Milano la mostra ideata dal Victoria and Albert Museum di Londra per celebrare il quinquennio che ha rivoluzionato il mondo. The Who, Simon & Garfunkel, Beatles e Rolling Stones, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Pink Floyd, The Doors avvolgono il pubblico in una spirale di note e lo conducono in un mondo sospeso tra utopia e violenta realtà per mostrare dove è nata la coscienza dell’uomo contemporaneo.

Nel 1968 l’Europa è scossa da manifestazioni di protesta e i Beatles incidono Revolution per il lato B del singolo Hey Jude. È una canzone inconsueta per il gruppo britannico, ricca di sonorità che spalancheranno la strada all’hard rock e all’heavy metal ma, soprattutto, contenente l’incitazione a cambiare lo stato delle cose. Fatta eccezione per Taxman (1966) i Fab Four avevano sempre evitato l’esternazione delle proprie opinioni politiche per non alienarsi il favore di fan dalle convinzioni opposte, tuttavia l’eco dei cortei inglesi e statunitensi contro la guerra in Vietnam, delle rivolte anticomuniste in Polonia, delle manifestazioni studentesche parigine è tale da non poter essere più ignorato. “You say you want a revolution / Well, you know / We all want to change the world / You tell me that it’s evolution / Well, you know / We all want to change the world” incita John Lennon, pur specificando: “But when you talk about destruction, / Don’t you know that you can count me out”.
Revolution, rivoluzione, quale termine migliore per appellare le trasformazioni che avrebbero portato a un nuovo assetto sociale, culturale e politico del mondo? Quale altro titolo dare alla mostra-evento che illustra il quinquennio che chiude gli anni Sessanta, quello in cui fioriscono ideali e fenomeni che ancora oggi – sebbene in un’accezione evoluta e, per molti aspetti, distorta – ci condizionano. Revolution. Musica e ribelli 1966-1970 dai Beatles a Woodstock, l’esposizione concepita per il Victoria and Albert Museum di Londra, a cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsh, è visitabile alla Fabbrica del Vapore di Milano sino al 4 aprile. In occasione della tappa italiana, il progetto originale si arricchisce dei contributi del promoter di concerti Fran Tomasi, della storica della moda Clara Tosi Pamphili e del critico Alberto Tonti che raccontano la declinazione italiana della rivoluzione. In questa occasione come non mai sottolineiamo il prezioso contributo apportato dal catalogo: se in mostra, complici le musiche diffuse dall’audioguida, ci si muove tra le diverse sezioni suggestionati da slogan, abiti, oggetti e fotografie di un’epoca eroica, i testi del volume ne spiegano il valore profondo molto più delle didascalie, per quanto accurate possano essere. A un’elencazione cronologica dettagliata sia degli eventi eclatanti sia dei fatti minori della storia, il catalogo pagina dopo pagina si configura come un prezioso trattato di storia moderna che indubbiamente può godere di una vita propria al di là dell’esposizione.
Sia il percorso di visita sia il catalogo si sviluppano a tappe, saltando da una parte all’altra del globo terrestre, da Londra a San Francisco, da Carnaby Street all’università di Berkeley, e la musica rappresenta il grande collettore attorno cui ruotano storia, moda, arte, politica e cultura. Sette sono le sezioni, oltre all’introduzione che spiega il concetto di Utopia, a partire dal volume in cui Thomas More nel 1516 espone l’idea di un’isola abitata da individui che rifiutano l’intolleranza religiosa e la proprietà privata a favore del benessere dell’intera comunità. Una ricca selezione di ritagli di quotidiani italiani e filmati d’archivio completano il quadro, contestualizzando il delicato periodo storico e illustrando come l’eco delle vicende internazionali influisca sulla politica, la cronaca e la società di casa nostra.
All’ingresso della sezione Swinging London 1966 il primo feticcio che si può osservare è la minigonna di Mary Quant, un indumento che da solo, come sarà più volte ribadito, sintetizza una battagliera filosofia di pensiero. La gonna corta delle ragazze così come il bob – il celeberrimo taglio a caschetto inventato da Vidal Sassoon – non sono un mero vezzo estetico ma esprimono il desiderio di libertà e la volontà delle nuove generazioni di rompere con gli austeri schemi dei genitori. La sinistra, salita al potere anche grazie al voto dei giovani idealisti, appoggiando la guerra in Vietnam ha tradito i suoi elettori spingendo così i ragazzi – nati da genitori che hanno combattuto nei conflitti mondiali e cresciuti in un clima di pace – a manifestare per strada in maniera non violenta, indossando un costume: i capelli lunghi come quelli dei bambini stanno a indicare la volontà di non doverli tagliare per andare sotto le armi. Swinging London 1966 è una sezione ricca e articolata in tanti piccoli ambienti volti a ricreare l’atmosfera di Carnaby Street: vetrine zeppe di abiti colorati; negozietti stabordanti di dischi dalle copertine ipnotiche eppure raffinate al punto da sembrare multipli di stampe d’arte; la ricostruzione della Galleria Indica luogo del primo incontro tra John Lennon e Yoko Ono (di cui è ricostruita una scultura); lo studio di posa di un fotografo dove transitano eteree modelle, artisti e attori, così come raccontato da Michelangelo Antonioni in Blow-Up (1966).
Dal secondo dopoguerra il mondo si è fatto progressivamente più piccolo, i giovani hanno maggiori possibilità di viaggiare alla scoperta di nuovi luoghi, siti fuori e dentro il proprio corpo. L’LSD – droga legale almeno sino a metà degli anni Sessanta – spalanca le porte dell’anima e scatena il fenomeno della psichedelia: gli illustratori riprendono lo stile dell’Art Nouveau colorando le figure di tinte acide mentre gruppi come Pink Floyd e Cream compongono musiche dalle sonorità distorte. La sezione Club e controcultura ricorda sia il fenomeno degli head shops, locali dove si vendono articoli legati alle droghe, sia lo sviluppo di innovative modalità di diffusione delle “idee libere dalle gabbie del potere”. Nascono così le radio pirata e le zine, testate underground in cui si disserta di politica, sesso, religione o stili di vita, stampate a buon mercato e spedite da una parte all’altra dell’Atlantico, da una costa all’altra degli USA. Gli esponenti di diverse discipline vivono e lavorano insieme dando vita a straordinari flussi di energia creativa. Artisti ormai affermati quali i Beatles supportano collettivi di giovani talentuosi come The Fool, autori di abiti originali, simili a costumi teatrali che consentono a chi li indossa di divenire protagonista nella vita di tutti i giorni.
Nella sezione Voci di dissenso 1968 sfilano le ingiustizie che scuotono le coscienze e impongono ai giovani di dar voce alla protesta: non solamente per guerre in terre lontane ma anche per rivendicare in patria i diritti delle donne, degli omosessuali, degli afroamericani o la salvaguardia dell’ambiente. Le sale si popolano con i volti di Che Guevara, Martin Luther King, Cassius Clay – ma anche di Barbarella – cui vengono contrapposti gli imponenti manichini rivestiti delle tenute antisommossa dell’esercito statunitense o dei gendarmi francesi.
Esposizioni universali e consumismo è la sezione in cui, allontanandosi per un attimo dalle utopie e dalle proteste sessantottine, la mostra si focalizza sull’esplosione della società dei consumi. Risollevatasi finalmente dalla crisi post-bellica, l’Europa negli anni Sessanta può finalmente concedere ai propri figli il superfluo. L’offerta si amplia, la pubblicità acquista importanza per la capacità di indirizzare i gusti degli acquirenti e il design – inteso nel senso originario del termine ovvero di raffinato e innovativo disegno del prodotto industriale – rende accattivanti gli oggetti che riempiono le dimore. Le Expo di Montreal (1967) e Osaka (1970) sono immense vetrine che attraggono decine di milioni di visitatori eppure, ancora una volta, non è una mera questione estetica: dietro l’elegante involucro degli oggetti si nasconde tanta tecnologia, la stessa che nel 1969 porta l’uomo sulla Luna.
Raduni e Festival è la sezione che spiega come tali eventi collettivi, della durata di svariati giorni, permettessero a quanti in disaccordo con l’ordine reale di dar vita a un mondo alternativo, un posto dove spogliarsi dagli orpelli della società convenzionale e seguire le suggestioni della controcultura. È questa una tematica approfondita nella successiva Comuni e West Coast 1970 – cui si accede dopo aver superato l’ampia sala ove i curatori offrono al pubblico un assaggio del celeberrimo Festival di Woodstock (1969) cui presero parte quattrocento cinquanta mila persone.
Sorridiamo, probabilmente sarcastici, leggendo le didascalie in cui si citano le comuni sorte in mezzo ai boschi o in lande inospitali, abitate da novelli pionieri. Eppure quelle pittoresche esperienze costituiscono le idee alla base della società del nuovo millennio e non dobbiamo limitarci a pensare alle azioni di salvaguarda del pianeta o ai percorsi di riscoperta interiore. Dall’assenza di proprietà privata nascerà il processo di mutuo scambio di informazioni che consentirà alle garage firm della Silicon Valley di sviluppare e implementare sistemi complessi, trasformandosi in pochi decenni in colossi informatici in grado di mettere in comunicazione tra loro utenti di tutto il mondo.
Imagine – immagina è la sezione che conclude la mostra e, come è facile dedurre, è interamente incentrata sull’omonima canzone di John Lennon pubblicata nel 1971. A mezzo secolo di distanza dalla rivoluzione sessantottina Victoria Broackes e Geoffrey Marsh ci tengono a ricordare quanta strada ci si ancora da percorrere e quanta immaginazione serva per concretizzare l’utopia di un mondo migliore. La mostra e – forse ancor di più il catalogo – dimostrano tuttavia quanto le trasformazioni socio-culturali introdotte dai capelloni nel favoloso quinquennio 1966-1970 siano oggi più attuali che mai, così come i miti, la musica e l’estetica di quell’epoca. La psichedelia ha liberato i corpi dagli abiti steccati, i capelli dalle cotonature e la fantasia dai rigidi schemi ottocenteschi per proiettarla verso un futuro luminoso.
Revolution. Musica e ribelli 1966-1970 dai Beatles a Woodstock è uno straordinario percorso esperienziale tra oggetti, memorabiliadesign, arte, grafica e soprattutto musica dall’alto coefficiente emotivo. Fantasia e storia, psichedelia e fumogeni della polizia di impastano tra loro con un pizzico di amarcord nostrano: dalle opere di Schifano agli abiti di Missoni, dalle idee di Fiorucci al concerto di Hendrix a Milano sino agli attacchi della borghesia al Piper di Roma e Milano. Prendiamo a prestito la massima ciceroniana “historia magistra vitae” per lodare un evento intelligente, concepito per rendere entusiasmante la (ri)scoperta di un passato recente eppure a volte così lontano da farci scordare perché e come siamo giunti ai traguardi odierni.

Silvana Costa

La mostra continua a:
Fabbrica del Vapore
via Cesare Procaccini, 4 – Milano

fino a mercoledì 4 aprile 2018
orari: lunedì 15-20, giovedì 10- 22
martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 10- 20
ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
www.fabbricadelvapore.org
 
Revolution
Musica e ribelli 1966-1970
Dai Beatles a Woodstock
a cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsh
con Fran Tomasi, Clara Tosi Pamphili, Alberto Tonti promossa e coprodotta da Comune di Milano-Cultura, Fabbrica del Vapore, Avatar – Gruppo MondoMostreSkira
in collaborazione con Victoria and Albert Museum di Londra
www.mostrarevolution.it

Catalogo:
Revolution

Musica e ribelli 1966-1970
Dai Beatles a Woodstock
a cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsh
saggi di Geoffrey Marsh, Sean Wilentz, Barry Miles, Jon Savage, Howard Kramer, Victoria Broackes,
Jenny Lister, Alison J. Clarke, Fred Turner
2017, Skira / V&A Publishing
24 x 31 cm, 320 pagine, 514 colori, cartonato
prezzo: 49,00 euro
www.skira.net

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