Nel tempo che ci resta

Alla vigilia del trentesimo anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio Cèsar Brie riassume per il pubblico un decennio di fatti di mafia e vicende giudiziarie. Un’elegia in memoria di eroi dei nostri giorni, uno spettacolo accolto con partecipazione, entusiasmo e commozione.

Giovanni Falcone (23 maggio 1992), Francesca Morvillo (23 maggio 1992), Paolo Borsellino (19 luglio 1992), Tommaso Buscetta (2 aprile 2000) e Agnese Piraino Leto (5 maggio 2013) – in rigoroso ordine di s-comparizione – sono i protagonisti di Nel tempo che ci resta, il nuovo lavoro di e con Cèsar Brie, in scena a Milano a Campo Teatrale fino al 31 ottobre e poi all’Elfo dall’1 al 19 dicembre 2021.
Lo spettacolo è frutto di un lungo e meticoloso lavoro di ricerca, compiuto dall’autore consultando documenti e intervistando i superstiti. Superstiti: non ci viene in mente termine migliore per indicare chi è uscito vivo dalla lunga serie di fatti di sangue succedutisi nell’intervallo temporale preso in esame, compreso grossomodo tra il 1981 e il 1992.
Il luogo che idealmente fa da sfondo all’Elegia per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è un cantiere abbandonato a Villagrazia di Carini, un paese affacciato sul mare a poca distanza da Palermo. Da lì Borsellino parte con la scorta per recarsi dalla madre in via D’Amelio il giorno della strage. Una strage annunciata, una “strage di Stato” benché non tutti accettino questa definizione.
In più passaggi, senza reticenza alcuna, Brie sottolinea che, a distanza di trent’anni, non è ancora stata fatta chiarezza su quell’attentato e su quello di Capaci. “Cu mancia fa muddichi” – chi mangia fa briciole – recita un proverbio siciliano: basterebbe voler seguire la scia delle briciole per arrivare agli effettivi mandanti. Sembra invece si preferisca non sapere e non far sapere una verità cui il popolo avrebbe diritto. La mafia è infatti solamente il braccio armato di portatori di interessi forti di natura politica, facendo rientrare nella categoria tutto quell’insieme di figure che decidono le sorti del Paese. A tal proposito, come dimenticare per esempio Gladio, la loggia massonica P2, lo IOR e il crack del Banco Ambrosiano, l’omicidio di Enrico Mattei in procinto di sovvertire l’ordine economico costituito, la soppressione di molti faccendieri non più utili alla causa, lo stalliere di Arcore e l’ambigua figura di Giulio Andreotti. “Lo Stato cosa fa? Lo stato fa quello che sa fare meglio: i funerali di Stato”: questa l’amara conclusione dopo un’ora e mezza di spettacolo. In fondo, “la mafia non esiste, è solo una rete di solidarietà alle famiglie dei concittadini ingiustamente imprigionati dallo Stato” come ci è stato spiegato al liceo, nella Bassa Padana, da un corleonese doc.
Sul palcoscenico, tra le lamiere, si muovono i personaggi, ricostruendo attraverso i ricordi un decennio di assassinii commessi tra l’Italia e l’America, tra la Sicilia e Roma: l’inchiesta Pizza Connection condotta insieme all’FBI, la Seconda guerra di mafia che porta il clan dei corleonesi a prevalere sui palermitani e ottenere il controllo di Cosa Nostra, il Maxiprocesso e la Commissione Antimafia.
I narratori sono prodighi di dati: nomi, anni, fatti e un elenco di morti che sembra non avere mai fine. Lo stesso Buscetta racconta come la sua famiglia sia stata decimata: figli, fratelli, nipoti, colpendo anche persone estranee alle dinamiche mafiose, con mandanti prima i clan rivali e poi i corleonesi per intimargli di tacere con i magistrati.
Colpisce duro allo stomaco la scelta della scenografa Camilla Gaetani di rendere la strage con una sequenza infinita di camicie stese a far asciugare il sangue di cui sono intrise. Un sangue che col procedere dello spettacolo imbratta anche i corpi e i volti dei protagonisti. Nessuno in scena resta immune. Sono immagini emblematiche a sottolineare una disumana violenza che non risparmia nemmeno i bambini: è impossibile scordare la terribile fine di Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a soli 12 anni per indurre il padre, mafioso pentito, a non collaborare con gli investigatori.
Attraverso i dialoghi Brie ricrea il clima in cui si svolge il Maxiprocesso, i processi d’appello che ne sono seguiti, le sentenze della Cassazione, tra le intimidazioni ricevute da Falcone e Borsellino e, fatto indubbiamente più grave, l’ostilità e l’emarginazione da parte di colleghi e governati. Solo gli uomini della scorta, la famiglia e pochi magistrati sono gli scudi rimasti a protezione dei due uomini e danno loro la forza di proseguire pur consci della condanna a morte pendente sulle loro teste. È tremendo il passaggio di Nel tempo che ci resta incentrato sui due mesi che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, con Agnese che, in un crescendo di ritmo e angoscia, chiede “Quanto manca?” mentre il marito prosegue imperterrito la propria missione.
Il tono complessivo di Nel tempo che ci resta è quello malinconico peculiare dell’elegia dedicata ai defunti per quanto, in questo caso, la mestizia sia più da ascriversi alla delusione per la grande occasione sprecata dalla magistratura e, in più ampia accezione, dallo Stato.
Straordinari gli interpreti calati ora in un personaggio specifico, ora nelle voci del coro che, come nel teatro greco, commenta e – almeno esso – supporta il protagonista di turno, ora in altre figure congeniali alla narrazione. Marco Colombo Bolla e Donato Nubile, nei ruoli rispettivamente di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, danno vita a una credibile coppia di colleghi, amici e complici, accomunati da ideali di verità e giustizia; a uomini forti e istrionici quando parlano del proprio lavoro e teneri nel privato. Elena D’Agnolo e Rossella Guidotti restituiscono il ritratto di due donne risolute, impegnate nel duplice ruolo di mogli che ostinatamente restano al fianco dei mariti e di madri. Agnese Piraino Leto è rassegnata al destino di crescere da sola i figli orfani mentre Francesca Morvillo si lascia coinvolgere nella sorte di ogni bambino di cui si occupa in veste di magistrato del Tribunale dei Minori.
César Brie è Tommaso Buscetta e, come Don Masino con Giovanni Falcone, espone al pubblico la sequenza infinita di morti, maneggi con esponenti delle alte sfere del Governo e infiltrazioni in ogni settore chiave del Paese. Brie come un mantice risveglia il fuoco dell’indignazione nel pubblico in sala al pensiero del Paese ancora in balia della mafia che, come un cancro in metastasi, giorno dopo giorno si insinua sempre più a fondo in imprese private e pubbliche istituzioni: lo dicono i rapporti annuali della DIA, lo confermano le notizie di cronaca. È normale in un simile contesto che le anime di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto e Tommaso Buscetta non trovino pace e ancora si aggirino per il mondo dei vivi.
Ci sembra giusto, soprattutto in vista del trentennale ormai alle porte, consigliare alle scuole di proporre la visione di Nel tempo che ci resta ai propri studenti sia per l’accuratezza della ricostruzione del quadro storico, sia per la modalità di racconto che, senza gridare, stimola il pubblico a seguire idealmente le briciole e vedere dove le deduzioni lo conducano.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Campo Teatrale
via P. Cambiasi 10 – Milano
fino a domenica 31 ottobre
martedì e venerdì 20.30
mercoledì, giovedì e sabato 21.00
domenica 18.30
www.campoteatrale.it
e
Teatro Elfo Puccini – sala Fassbinder
c.so Buenos Aires 33 – Milano
dall’1 al 19 dicembre 2021
www.elfo.org

Nel tempo che ci resta
Elegia per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
testo e regia César Brie
con César Brie, Marco Colombo Bolla, Elena D’Agnolo, Rossella Guidotti, Donato Nubile
musiche Pablo Brie – variazioni su temi di Verdi e su Avò di Rosa Balistreri
arrangiamenti musicali Matìas Wilson
luci Stefano Colonna
allestimento scenico Camilla Gaetani
assistenti alla regia Adele Di Bella, Francesco Severgnini
produzione Campo Teatrale, Teatro dell’Elfo
si ringraziano per i costumi Camilla Gaetani e Teatro dell’Elfo
durata: 1 ora e 15 minuti

Al termine della replica del 14 dicembre seguirà un incontro con il professore Giuseppe Teri, vicepresidente nazionale della Scuola di formazione Antonino Caponnetto e referente delle scuole superiori per l’associazione Libera, nomi e numeri contro la mafia

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