PhotoLux 2017. Il viaggio continua

bernard-plossuSeconda tappa di questo dossier dedicato al mondo della fotografia d’autore. Alla Fondazione Banca del Monte di Lucca va in scena l’universo ludico e felice di un francese, che ha percorso il Novecento senza accorgersi delle sue contraddizioni. Contraddizioni, al contrario, al centro del mirino nelle tre personali a Villa Bottini.

Nei bei locali del Palazzo della Fondazione Banca del Monte, si può ammirare la monografica dedicata a un uomo, Jacques Henri Lartigue, padrone del suo tempo, e che, grazie al benessere economico della sua famiglia, ha potuto dedicare tutta la vita a essere felice, inseguendo le sue molteplici passioni, dalla pittura alla fotografia fino alla scrittura – quasi ossessiva – del suo diario.
Interessante il documentario che ne racconta l’intera vita e il mondo dell’alta borghesia al quale Lartigue è sempre appartenuto (purtroppo, senza sottotitoli in italiano).
Inseguire Lartigue è scoprire costumi e facezie, curiosità e passatempi di un universo che non ha mai dovuto preoccuparsi di nulla se non del proprio bienêtre (nonostante due conflitti mondiali, la Guerra fredda, omicidi illustri quali quello di John F. Kennedy, la minaccia nucleare o la Guerra statunitense in Vietnam).
In questo solco di superficiale piacevolezza, nella sezione dedicata agli sport, da notare alcune foto che ritraggono lo Sci Joering (Chamonix, 1913) – una specie di sci nautico, da praticarsi sulla neve, facendosi trainare da un cavallo. Altra curiosità d’epoca, i ritrovi dei velivoli senza motore (Combegrasse, agosto 1922). Il desiderio di sollevarsi da terra è, del resto, una delle manie del giovin signore, documentato anche nei molti scatti dedicati al salto – non solo a livello agonistico, ma come espressione della gioia di vivere, che sembra percorrere come una vena sotterranea l’intera esistenza di Jacques. Accanto a questa, l’altra passione condivisa dall’intera famiglia Lartigue, ossia quella per la velocità – come dimostra la serie sulla Hispano Suiza 32 HP (1927).
Negli anni giovanili, tra le ossessioni del fotografo anche quella per l’eleganza femminile, in mostra grazie alla serie di ritratti di signore avvenenti con copricapi improponibili ma alla moda, che passeggiavano in Avenue des Acacias e sul Bois de Boulogne (Parigi, 1912) – vago il sentore de la Recherche di Marcel Proust.
Molte le foto dedicate all’amico Sacha Guitry, con il quale trascorse più estati. Tra gli altri volti famosi, anche quello di Picasso a Cannes, nel ‘55.
Per la serie autoritratti (vezzo che Jacques si concedeva fin da bambino), interessante Ubu posa per i miei quadri sportivi, dove l’egocentrismo dell’artista si fa al quadrato: il fotografo posa per l’obiettivo (mentre il povero modello si presta alla doppia posa in una posizione a dir poco scomoda). E ancora, il Ritratto (Rouzat, luglio 1923), dove Jacques, che sta dipingendosi un autoritratto, concede un autoscatto a se stesso – riflesso nello specchio. Più o meno allo stesso livello di egocentrismo, René a Juan-les-Pins, del ‘31: Jacques fotografa il riflesso dell’amante nello specchio, mentre gli volta le spalle, ma l’immagine della donna è ben visibile in una foto con dedica sul comodino che le sta a fianco.
Florette, bellissima, con le sue unghie smaltate e la bocca sensuale (1944) completa la mostra. La gioventù esuberante e fascinosa dell’ultima moglie di Lartigue abbaglia in due banchi e neri che rimandano già alle dark lady dei film di Bogey. E il gusto del fotografo si sposa perfettamente all’estetica cinematografica del tempo.

Di segno diametralmente opposto il percorso per immagini di Villa Bottini – dove sono presenti tre personali (oltre a quattro scatti di Gabriele Stabile) che raccontano la nostra contemporaneità, e gli usi e costumi delle genti che si affacciano sul Mediterraneo (lontanissimo dagli splendori della Cannes invasa dalle star del cinema francese durante la Seconda guerra mondiale, tanto amata da Lartigue).
Il primo autore, Albert Watson, fotografo scozzese ben noto per i suoi ritratti patinati di star, abbandona per un attimo il côté glamour della professione, per esporre una serie di scatti, in bianco e nero, dedicati al Marocco. L’attenzione si focalizza sui muri e sulla povertà che racchiudono – a proposito, si vedano Uomo seduto nel cimitero e Mura della Medina (entrambe scattate a Marrakech nel 1988) – ma, soprattutto, sui volti: lo sguardo penetrante ed enigmatico di Abas Chaeai, incantatore di serpenti (Marrakech, 1977) e quello di Zahra Bent Abdellah Essouira (Marocco, 1998) che, velata, può esprimere la sua aspirazione a voli pindarici solo attraverso quegli occhi scuri persi nell’orizzonte, oltre l’obiettivo del fotografo, oltre lo sguardo dello spettatore. E ancora, Aicha Haddaoui on the road to Marrakech (1977), bimba costretta in un mondo di uomini, che sfugge e sfida. Mentre è notevole, per la sua pacatezza, la figura di Hamid, venditore di minerali sulla strada per Taroudant (Marocco, 1998), che si staglia nitida e orgogliosa di fronte a un cielo vuoto e infinito.
La seconda personale è firmata da Bernard Plossu, nato a Dalat – in Vietnam – e cresciuto tra Parigi e il Messico. Il suo viaggio lungo le coste e isole del Mediterraneo ha l’essenzialità e il senso di sospensione che possono, in alcuni casi, rimandare alle esplorazioni metafisiche di un Carrà. Immagini di paesaggi, rocce o oggetti dimenticati, persi nello spazio e nel tempo, che assumono valore in sé in un confronto tra forme geometrico/matematiche e la fisicità di una solitudine atavica, mentre la presenza umana è rintracciabile solo in quello che lascia, nel suo passaggio fugace, dietro di sé. Da notare, Nisiro, Dodecaneso (Grecia, 1989), San Domino, isole Tremiti (1989), Marsiglia, Provenza (Francia, 1999). E ancora, la solitudine che trasuda dalle rocce di Andalusia (Spagna, 2002), la stratificazione del tempo in Corbières, Linguadoca-Rossiglione (Francia, 1986), o di Favignana (Sicilia, 2009). La mano del tempo che passa e riapre porte o cancelli, che l’uomo aveva chiuso – Linosa (Sicilia, 2004) e Lipari (Sicilia, 1988).
Dal bianco e nero di Plossu, si passa ai colori sgargianti del belga Nick Hannes, che fotografa il contrasto tra la vita e le aspirazioni degli abitanti delle coste mediterranee. Il suo obiettivo registra luoghi dove la guerra non ha risparmiato nemmeno la possibilità di fruire dei beni primari – si vedano Sirte (Libia) e Misurata (sempre Libia), ove campeggiano rispettivamente i resti del serbatoio di un acquedotto, e i muri di un negozio dove, tra gli zainetti appesi, si vedono i buchi lasciati dai proiettili di quelle guerre che dovrebbero portare la democrazia, e al contrario servono per accaparrarsi le materie prime dei Paesi “liberati”. Ma il discorso di Hannes va aldilà della denuncia da reportage, mettendo in primo piano il contrasto tra i modelli di vita di coloro che impugnano le armi e di coloro che se le vedono puntare contro. Sulle pareti, immagini patinate eppure volutamente kitsch di viaggi di piacere, come in Crociera mediterranea (2014); di divertimenti volgari e pacchiani (Marbella, Spagna); o di ragazze in short che ammiccano mostrando la bottiglia di uno spumante (o champagne) in paradisi fiscali come Montecarlo (Principato di Monaco, 2010). Ma i viaggi non sono solo di piacere: ci sono quelli per la sopravvivenza, dove agli yacht e alle navi da crociera zeppe di turisti annoiati e piscine in stile tinozza si sostituiscono muri e sbarre (Atene, Grecia, 2012; e Ceuta, Spagna, 2011). I giochi sul pontile della nave (sempre Crociera mediterranea) fanno da contrappunto a quelli dei bambini nel cortile di Bayt Lahya (nella Striscia di Gaza). E in questa sinfonia disarmonica che è il Mediterraneo, spicca una moschea, sullo sfondo, con una rastrelliera di fucili ad alta precisione, in primo piano (Adana, Turchia) – dove alla bellezza fa da contraltare la violenza, dove al senso del mistero che dovrebbe, silenziosamente, effondersi nella vita fa da contrasto quella verità imposta e assoluta che produce guerre e morte – in nome di dei sempre lontani, sempre assenti, sempre egotisti, sempre maschi, sempre fasulli come le teiere celesti di Bertrand Russell.
Nel seminterrato di Villa Bottini è possibile vedere, ancora, quattro belle istantanee di Gabriele Stabile. In bianco e nero ritraggono file umane di portatori in marcia, con le loro povere cose issate in spalla o su carretti di fortuna. Un piccolo venditore, con le scaffalature quasi vuote – a causa della mancanza di merce da vendere – è emblema della penuria. Ripari improvvisati, in certe situazioni appaiono un lusso. Poche immagini che raccontano un mondo che ci circonda – che lo si voglia o meno.

Simona M. Frigerio e Luciano Uggè

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Le mostre di PhotoLux 2017 continuano:
Lucca, varie location
fino a domenica 10 dicembre

www.photoluxfestival.it

Palazzo della Fondazione Banca del Monte di Lucca
va del Molinetto / piazza San Martino, 4
sabato, domenica e venerdì 8 dicembre, ore 10.00-19.30
Villa Bottini
via Elisa, 9
sabato, domenica e venerdì 8 dicembre, ore 10.00-19.30

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