RealLear: nella tempesta

IF Prana porta in scena un’attualizzazione della tragedia shakespeariana, per la regia di Marta Richeldi.

Si parte dalla tempesta. C’è sempre una tempesta. Di Shakespeare poi, neppure a parlarne.
C’è la tempesta, e la donna corre. Si effonde la voce registrata, la silhouette che retrocede e avanza.
Una piccola sala, piantane piantate agli angoli, la luce rada. La gazzella corre avanti, corre indietro, corre. Corre sola, ché Lear è uscito di senno. Dura è la legge della savana, adesso. Ma si corre, si corre come matti, fino al proscenio.
RealLear sta resistendo. È un successo in itinere, già selezionato al Roma Fringe Festival nel 2017 – dove Caterina Simonelli vince il premio come Miglior Attrice. Nasce nel 2016 e, come molte belle opere, avanza in realtà sotterranee, fatte di spazi raccolti, giardini e circoli eletti. Stasera tocca a Fuoricentro – spazio di scambio e apprendimento a ridosso della ferrovia di Lucca: i suoi membri li puoi sentire ballare a fine giornata, rientrando dalla stazione per la stradicciola scalcinata e grigia.
Ispirata all’omonimo (o quali) testo di William Shakespeare, la drammaturgia di Caterina Simonelli – che interpreta altresì il monologo – si spiega in modo non dissimile dalla tempesta che la introduce: scorre intensa e frastagliata, un coacervo di voci di uomo, di donna e di vecchio. I tre tempi narrativi – la storia di Lear, il presente della narrazione, le memorie familiari – si accavallano in una treccia, sgomitando per l’occhio di luce che le centri. Lei, unica interprete, non necessita di molto. Le basta un mantello rosso per vestirsi della follia del Re, che interroga le tre figlie, pretendendo espressione d’amore come fosse un tributo dovuto. I personaggi a contorno si possono esemplificare nell’oggetto: due leggii per Regan e Goneril, un vecchio vestito appeso per Cordelia – l’agnello sacrificale. Se ne sta sul fondo della scena, appena ingrigito, come le divise dei lager. Ci dicono che, in una prima versione, le vesti fossero cinque, tre nere e due bianche: le sorelle legittime, Edmund, figlio amato e corrotto; e poi Cordelia ed Edgar, immolati all’egoismo dei reciproci padri, coi vestiti candidi, ma comunque eleganti, ché in tutto si affetta formalità, anche nelle disgrazie.
La donna parla al nonno, al nonno sulla sedia vuota, collocata in proscenio. Quella e le due lampade sono un po’ le quinte di una parete che scinde i due mondi, la cornice spartana di questo play within the play, in linea, guarda caso, con le trame del Bardo inglese. Le piantane, accese e spente a seconda della realtà narrata, mozzano lo spazio attorno allo zio ribelle, allo zio perduto, estatico nella luce, sotto il cappello distintivo, ricordo di un dettaglio che lo caratterizzava. Rosso il cappello, come il mantello di Lear. C’è una rabbia, una rabbia violenta che tinge questi uomini. Il contrasto cova sotto le vesti, nel buio tra quelle piantane. Esplode nel temporale della brughiera, o nelle polveri di Madrid, dove tutto è finito nel modo peggiore, in un ring di specchi tra gli spalti e l’arena; tra la furia del toro e quella dello zio. E l’opera, la leggenda, il dramma di Lear, stagliato sullo sfondo come una locandina di cinema, ché quando sulle storie cala il mito, diventano tutte un po’ morte, un po’ lucide, un po’ plastificate. Si può quasi ridere sulle tragedie, ché tanto l’hanno inscritto nel titolo, che finiranno male; le si possono caricaturizzare, come su certe edizioni economiche in libreria, col vasto mondo addolorato dell’autore che si riduce a un disegno cartoon o a un ironico oggettino nel bianco. Se a questo può incorrere Lear, perché non noi? Perché non esplodere in balzi musicali, nel ballo cinico di Edmund o in qualche battuta brillante?
E magari quella sola ci rimane: l’ironia. In un gioco di rapporti andati a male, dove una parola – pronunciata balbettando o vergata su carta intestata – può lacerare una persona, una casa, una famiglia; che può succedere in un mondo del genere? Succede che la lingua esplode, i vocaboli schizzano fuori da ogni lato. Tutti sono definiti da parole, che si appiccicano sui leggii, in vece di cartelli – “Regan”, “Goneril”, “Gloucester” – fino al punto che una sola di quelle, impugnata e tenuta sul petto come un numero carcerario, può bastare a definirsi come Edmund, o come Conte. A ciò ci riduciamo, a parole. E ancora le sentiamo urlare, sbeffeggiare, ripetersi con toni crescenti nella registrazione scenica, poco prima della tempesta. Pure lei che racconta diventa vittima delle sue parole, che vengono via di getto, squarciandola al suolo. Troppi silenzi, troppi. E le famiglie si dividono, e la burrasca infuria. Il nonno tace, anche perché non è concretamente presente. Chi può dirlo se c’è davvero, se l’ascolta; o se anche questo è mito, se il grido d’insofferenza che è RealLear rimbalza soltanto tra i sei lati della stanza.
Non è dato saperlo, non a noi che guardiamo. E intanto lo zio ha l’agognata morte della rockstar; muoiono i figli, muore Cordelia. E così tutto è concluso, col vecchio Lear bagnato, rimasto solo, un ginocchio sulla sedia e il braccio teso al vestito, come a un cimelio di museo – disprezzato finché lo si ebbe al mondo; e adesso così ideale, immortalato dai flash delle fotocamere.
Come Shakespeare e il suo teatro. Come noi, quando è tardi.
Click, click.

Sharon Tofanelli

Lo spettacolo è andato in scena:
Fuoricentro

via Lorenzo Nottolini – Lucca
domenica 29 aprile, ore 18.00
www.fuoricentro.org

RealLear
ispirato a Re Lear di William Shakespeare
drammaturgia Caterina Simonelli
con Caterina Simonelli
regia Marta Richeldi
produzione IF Prana
e con il contributo di
Regione Toscana

 

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