Spolverare Medea

Franco Branciaroli interpreta l’ambiguità asessuata del male, in una versione di Medea che fu di Luca Ronconi.

Una Medea grottesca, quasi comica a tratti, grazie a un Franco Branciaroli che calca la mano con una voce con cui può fare quello che vuole. Anche rendere Medea tra il cattivello e il patetico, il demoniaco e l’isterico, in un’interessante oscillazione di registri, tuttavia a volte soffocante. Questa Medea è un pastiche: rimandi alle bande gangster anni 30, apparizioni che rasentano il fantasy, sangue finto alla Tarantino, video proiezioni, sedie in legno da vecchio cinema, qualche canto ancestrale, remake pop in stile Battisti dei versi di Euripide a opera del coro – qui un gruppo di donne delle pulizie. Un rompicapo su cui, dal 1996 anno della sua uscita, l’élite dei critici teatrali italiani ha speso parole di elogio per Luca Ronconi, la cui regia è stata definita, dai più, geniale, dirompente, emotiva. Emotività però, in questa versione, ben poca. Genialità, forse vent’anni fa. O la ami o la odi. Va amato, o odiato, il modo ronconiano di dirigere gli attori, il suo modo di trattare la parola come fosse un sasso, duro e sordo, che se fatto scivolare, rotolare o picchiare con altri sassi, altre parole, produce suoni. Non sempre melodiosi, armoniosi, vibranti. Va amata, o odiata, la sua scenografia caotica e pesante fatta di scale antincendio, pannelli e schermi – quasi sempre spenti quindi, forse, inutili. Va amata, o odiata, la sua trasposizione di Corinto in un luogo e un tempo indefiniti, in una contemporaneità sospesa tra la vestaglietta smunta di Medea, il completo giacca e camicia di Giasone stile Iene e il cappello alla Michael Jackson (in Smooth Criminal) degli scagnozzi di Creonte.
Tutti questi dettagli, che se sommati formano una matassa, sembrano affievolire, più che accentuare, l’intensità profonda che la tragedia sa donare; sembrano indebolire e rendere la vicenda, tramandata da millenni, ancora più stanca, da soap opera. Resta brillante l’idea di un uomo nei panni della semidea, la leonessa, la sfaccettata protagonista discendente del Sole, che uccide i figli sia per sacrificio agli dei, sia per colpa di un destino già scritto, sia per vendetta. Brillanti risultano i momenti in cui il coro si muove in modo dissestato e la confessione fuori campo di Branciaroli, che annuncia alle donne di Corinto il suo assassinio. Certi accorgimenti invece, come il carro insanguinato che si alza e si abbassa, risultano fini a se stessi, considerato che dopo pochi minuti Medea scende e si dirige verso il proscenio, mentre l’oggetto resta sullo sfondo come un carro di Carnevale smesso. Rimane il dubbio se un’operazione registica così macchinosa sia stato soprattutto un modo per stupire, scioccare a ogni costo (e che costo). Mentre la stratificazione, complessità, ambiguità tragica c’è e non c’è, come fasi lunari.

Tessa Granato

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Manzoni
Corso Gramsci, 127 – Pistoia
da venerdì 2 a domenica 4 febbraio
www.teatridipistoia.it/teatro-manzoni/

Piccolo Teatro Strehler
largo Greppi 1 – Milano
dal 13 marzo al 29 marzo 2018
www.piccoloteatro.org

Medea
di Euripide
traduzione Umberto Albini
regia Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo
con Franco Branciaroli, Alfonso Veneroso, Antonio Zanoletti, Tommaso Cardarelli, Livio Remuzzi, Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Mària, Odette Piscitelli, Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna, Matteo Bisegna
scene Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte
costumi di Jacques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca
luci di Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni

 

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