A Venezia non è solo Biennale, ma l’utopia è in pericolo

biennale-2017-1Il punto di ripartenza sta nell’Arte e negli artisti con la loro magia di “fare mondi” per emozionare ed emozionarsi, vivendo i problemi attuali.
Una Biennale tutta dedicata agli artisti, al loro operare, alla grande risorsa dell’immaginazione. Dopo la tanta ideologia del passato, questa edizione “intimista” tocca la creatività più autentica, si arricchisce di sensazioni e di emozioni.

La grande novità di questa Biennale è il format della “Tavola Aperta”, per incontrare gli artisti da parte del pubblico, in puro stile italiano: a pranzo, ovviamente. Già molto gettonato.
Si lascia incontrare Christine Macel, direttrice della 57esima Biennale di Venezia. Viva Arte Viva è il tema da lei proposto, “perché – dice – senza l’arte non si può reinventare il mondo”. E che fine ha fatto l’utopia? Si scontra sempre più con le pressioni fondamentali dei bisogni primari.
La nostra utopia è in pericolo”. E allora bisogna tenere conto delle varie dimensioni dell’uomo, soprattutto delle sue emozioni. Così nella “sua” Biennale, c’è il pensiero, c’è l’esperienza, c’è l’emozione. All’arte ci si deve avvicinare considerando quel che si SENTE di fronte ad essa, per poi sviluppare il confronto razionale. Questo si legge soprattutto nei “suoi” Padiglioni, quei Trans-Padiglioni all’Arsenale di cui si è tanto ipotizzato. Eccoli allora, tra gioia, sentimento, un po’ di magia e divertissement: sottotraccia c’è tutto il mondo, con il disagio sociale, l’immigrazione, le grandi paure, le violenze.
L’entrata del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale di Venezia, appena inaugurata, è trasformata in un grande laboratorio a sfondo sociale sul tema dell’immigrazione: cattura il molto atteso progetto-workshop di Olafur Eliasson. Con Green Light, vengono impiegati a rotazione 80 migranti per costruire lampade poliedriche da vendere ai visitatori per sostenere le ONG. Un lab vivace da vedere con sorpresa e simpatia.
Germania pigliatutto: Leone d’oro per la miglior Partecipazione Nazionale e Leone d’oro a Franz Erhard Walther per il migliore artista della mostra Viva Arte Viva. Sconcerta il Padiglione tedesco titolato Faust, enorme contenitore in cristallo dove si può camminare e vedere nel piano sottostante corpi umani in una sessualità post-gender, mentre da fuori arrivano i latrati di due doberman rinchiusi in una gabbia di metallo, nazi-reminiscenza.
Purtroppo sempre alla fine del lungo percorso all’Arsenale, l’Italia rimane ancora a bocca asciutta, mentre meriterebbe ampia considerazione l’originale lavoro dei tre artisti, Roberto Cuoghi (con la sua insistita drammatica Imitazione di Cristo), Adelita Husni-Bey e Giorgio Andreotta Calò.
Dov’è l’utopia? Il titolo della Biennale parla in positivo, forse una luce lontana di speranza: Viva Arte Viva è per tutti noi.
Ai 120 artisti provenienti da 51 paesi, tra cui molti a noi sconosciuti, viene dato l’interrogativo su cosa questo ruolo comporti oggi.
Il punto di ripartenza (sembra dire la Macel) è di nuovo e sempre l’Arte, sono di nuovo gli artisti, le loro idee, la loro capacità di emozionare e emozionarsi. Loro creano la magia di “fare mondi”, anche se questi mondi talvolta non hanno diretta relazione con la contemporaneità. Ma le loro opere in mille modi diversi sono contenitori di TUTTI i problemi: Brexit, effetto Trump, profughi, povertà, violenze.
Tale fil rouge si coglie nel racconto intenso che scorre veloce attraverso le lunghe corsie dell’Arsenale, nelle variegate tecniche esecutive, nelle espressioni anche audaci (pittura, video, installazione, fotografia).
Fitta la trama di nuclei tematici in ciascun Trans-Padiglione dalle caleidoscopiche configurazioni: Spazio ComuneTerraTradizioniSciamaniDionisiacoColoriTempo e Infinito. Dionisiaca è la danza nella Grotta Profunda di Pauline Curnier Jardin. Coloratissima è la parete di audiocassette di Maha Malluh. Ci avviciniamo alle collezioni di scarpe-fioriere; entriamo nella grande rete-tempio degli sciamani.
La Biennale si lascia leggere senza grandi sconvolgimenti, con coerenza.
Alla ricerca del suono si va al Padiglione della Francia, trasformato dall’artista Xavier Veilhan in un dispositivo musicale all’interno del quale intervengono musicisti professionisti in un vero e proprio studio di registrazione.
Due Padiglioni nazionali suscitano molto interesse: gli USA con Mark Bradford e il suo immenso bozzolo primigenio, vicino al quale si passa a fatica; la Gran Bretagna con la bravissima Phillida Barlow e le sue forme di scultura organica, che diventano alberi, colonne, balconi. La Cina ha sottolineato l’idea di un processo creativo collettivo che dura da 5 mila anni, con tradizioni e modernità, ma un po’compresso per la quantità di opere, anche di lavori manuali. Per l’Austria ecco le ironiche One Minute Sculpture di Erwin Wurm; inquietante l’ambiente carcerario della brasiliana Cynthia Marcelle;  rovine nel Padiglione canadese con Geoffrey Farmer.
Kiki Smith, statunitense, si pone in uno dei rari ritorni al disegno e alla figurazione, mentre i libri sono l’ispirazione principale della curatrice, ma compaiono anche bruciati per John Latham, oppure ridotti a merce nel Supermarket di Hassan Sharif.
E in giro per Venezia, un dilagante numero di ottime mostre-evento, a partire da Palazzo Grassi e Punta Dogana con uno straordinario sontuoso Damien Hirst e il suo Naufragio misterioso. Jan Fabre torna a Venezia, con un progetto inedito Glass and Bone Sculptures 1977-2017, appositamente studiato per gli spazi dell’Abbazia di San Gregorio, vicino al ponte dell’Accademia. Michelangelo Pistoletto e Alighiero Boetti spopolano in due splendide mostre all’Isola di San Giorgio, assieme alla importante rassegna sui vetri di Sottsass.
C’è la personale di Anselmo alla Fondazione Querini Stampalia a cui seguono l’esemplare antologica di Philip Guston alle Gallerie dell’Accademia e  The Boat is Leaking. The Capitan lied alla Fondazione Prada.
Le due immense mani di Lorenzo Quinn appaiono a sostegno di Cà Sagredo sul Canal Grande.
Non si sa mai: anche Venezia nella sua eternità di regina dell’arte, unica nei secoli, può avere bisogno di aiuto!!

Fabrizia Buzio Negri

le-maschere-mapuche-dellartista-cileno-bernardo-oyarzungreen-light-olafur-eliasson

La mostra continua:
Giardini e Arsenale
Venezia
fino a domenica 26 novembre 2017
orario: 10.00 – 18.00
orario: 10.00 – 20.00 sede Arsenale – venerdì e sabato fino al 30 settembre
chiuso il lunedì (escluso lunedì 15 maggio, 14 agosto, 4 settembre, 30 ottobre e 20 novembre).
 
57. Esposizione Internazionale d’Arte
VIVA ARTE VIVA
a cura di Christine Macel
www.labiennale.org

Share

I commenti sono chiusi.