La visita ai Giardini della Biennale in occasione della 19. Mostra Internazionale di Architettura si rivela un viaggio tra cantieri – reali o evocati – e padiglioni chiusi quale conseguenza delle attuali vicende politiche a scala mondiale.
Il Padiglione Centrale ai Giardini dal 1895 è il cuore di ogni edizione della Biennale di Venezia ma quest’anno i visitatori della 19. Mostra Internazionale di Architettura lo troveranno chiuso per restauri. Un intervento programmato da tempo – spiega l’ufficio stampa della Biennale – che tuttavia, andando a sommarsi ai concomitanti lavori in corso al padiglione francese e all’assenza di alcune rappresentanze nazionali, rafforza l’impressione di estrema modestia di questa edizione curata dall’architetto Carlo Ratti.
Le Nazioni partecipanti, nei propri padiglioni ai Giardini, offrono un’ampia gamma di declinazioni del tema Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. proposto da Ratti. Alcune sono decisamente banali, per quanto supportate da altisonanti presupposti, altre si limitano a riproporre da una differente angolazione questioni annose con cui sembrano non riuscire a venire a patti, altre ancora compiono un eccezionale sforzo e riescono a offrire ai visitatori interessanti spunti di riflessione e allestimenti degni di una vetrina internazionale quale è la Biennale di Architettura di Venezia.
Quest’ultimo è il caso di GBR – Geology of Britannic Repair nato dalla collaborazione tra Regno Unito e Kenya nell’anno in cui il British Council celebra i legami culturali tra i due Paesi. L’allestimento, curato da Kabage Karanja e Stella Mutegi dello studio di architettura Cave_bureau di Nairobi, dallo scrittore britannico Owen Hopkins e dalla professoressa Kathryn Yusoff, si è aggiudicato la Menzione speciale alle Partecipazioni Nazionali assegnata dalla giuria internazionale composta da Hans Ulrich Obrist, Paola Antonelli e Mpho Matsipa. Quella narrata nel padiglione della Gran Bretagna è una storia di colonialismo o, meglio, sono storie di sfruttamento di uomini e risorse cucite tra loro dal colore rosso. Il rosso del sangue degli schiavi detenuti nelle grotte di Shimoi, città affacciata sull’Oceano Indiano: Cave_bureau ne ha eseguito i rilievi e a Venezia ne restituisce l’orografia trasformata per l’occasione in una suggestiva scultura. Nella sala di fianco una seconda scultura è il modello in scala di una di queste grotte, oggi divenuta luogo di ritrovo dei babbuini. Un tributo a Patrice Lumumba, figura chiave nella lotta contro il colonialismo nel Congo belga, fa qui da snodo tra secoli di sfruttamento del lavoro umano in miniera e una contemporaneità dove i minerali sono estratti sia da lavoratori tutelati dai sindacati sia da disperati che frugano delle montagne di rifiuti accatasti ai margini delle metropoli. Minerali fondamentali per supportare il processo di colonizzazione dello spazio.
Il Belgio, lungi dal volersi associare a simili riflessioni sul passato, trasforma il proprio padiglione in un giardino subtropicale per suffragare l’ipotesi del paesaggista Bas Smets e del neurobiologo Stefano Mancuso secondo cui sono le piante ad adattare l’ambiente in cui vengono collocate alle proprie esigenze e non viceversa. Sofisticati strumenti registreranno da maggio a novembre l’effettiva capacità di oltre duecento piante di ricreare all’interno del padiglione il clima umido delle proprie terre d’origine. Forse, alla luce delle torride e sempre più lunghe estati italiane, per ottenere risultati più attendibili, sarebbe stato meglio eseguire l’esperimento a ben più alte latitudini.
Gli alberi portano invece grande sollievo al padiglione della Germania curato da Nicola Borgmann, Elisabeth Endres, Gabriele G. Kiefer e Daniele Santucci. Il percorso di visita, come alle Corderie con l’installazione The Third Paradise Perspective, inizia da un ambiente dal clima torrido con le pareti rivestite da schermi su cui, grazie a una termocamera, è possibile osservare come i corpi dei visitatori cambino velocemente colore man mano assorbono il calore dell’ambiente. Le immagini proiettate nella seconda sala mostrano le città e la loro fruizione mutare nel tempo per colpa dei cambiamenti climatici ma lanciano pure soluzioni rivelatisi utili per arginare in disagio connesso a tali trasformazioni. Soluzioni semplici come gli alberi ad alto fusto collocati nell’ultimo ambiente a deliziare i visitatori che desiderano riposarsi e riaversi dallo stress accumulato nel corso della visita.
Un luogo di sosta e di de-stress quale vuole essere anche l’imponente veranda dallo stile contemporaneo costruita con materiali sostenibili e di provenienza locale al padiglione degli Stati Uniti. La veranda è un elemento peculiare dell’architettura residenziale statunitense, caratterizzante tanto le baracche dei pionieri del West quanto le ville dei quartieri più lussuosi delle metropoli. La veranda, arricchita da poltroncine e dondoli, è un invito a vicini e a passanti a fermarsi per due chiacchiere; è simbolo per antonomasia di accoglienza e condivisione di spazio e idee. Nel caso di Porch. An Architecture of Generosity costituisce il luogo ideale per confrontari sugli oltre 50 progetti selezionati da Peter MacKeith, preside della Fay Jones School of Architecture and Design, University of Arkansas, per rappresentare al meglio l’architettura e il design statunitensi contemporanei. All’interno del padiglione libri e fotografie d’epoca raccontano storia ed evoluzione della veranda, mostrandone le variabili di stile in funzione di contesto ed epoca storica, per fare da preambolo a progetti attuali in cui i canoni di modernità e razionalità si combinano con l’urgenza di risolvere problematiche sociali e ambientali.
(Re)invention è invece il tema sviluppato al padiglione del Brasile dai curatori di Plano Coletivo: Luciana Saboia, Eder Alencar e Matheus Sec. Nel corso delle varie edizioni della Biennale cambiano i titoli, si succedono i curatori ma il tema di fondo resta il latente senso di colpa verso secoli di colonialismo causa delle decimazione della popolazione indigena e di un ambiente depauperato e gravemente compromesso. Interessante tuttavia l’allestimento risolto nella prima sala con un rivestimento dello spazio, dal pavimento al soffitto, in pannelli di legno su cui sono riprodotti immagini e testi a celebrare l’abilità delle popolazioni autoctone, oltre 12.000 anni fa, nell’adattare il territorio alle proprie necessità di agricoltura e allevamento, pur nel rispetto della natura. Nella seconda sala un grande piano sospeso che la occupa in tutta la sua lunghezza fa da supporto a testi e plastici illustranti modalità per ridurre la vulnerabilità ambientale e infrastrutturale nelle grandi aree di espansione urbana, riprendendo anche in questo caso temi cui si accenna alle Corderie.
L’invito di Carlo Ratti a proporre soluzioni alla crisi climatica trova risposta al padiglione della Spagna. I plastici di 16 interventi, opera di altrettanti giovani studi di progettazione, sono esposti nella sala principale, posizionati su piattaforme sospese, somiglianti ai piatti di una bilancia, a evocare la ricerca di un equilibrio tra riduzione delle esternalità ambientali, processi di realizzazione volti alla carbonizzazione dell’edilizia e attenzione a favorire le economie locali. Nelle piccole sale circostanti i 16 progetti sono analizzati sotto gli aspetti di materiali, energia, mestieri, rifiuti ed emissioni. L’Egitto invece, consapevole non esista una univoca e risolutiva strategia di intervento, invita i visitatori ad avanzare proposte combinando tra loro blocchi di diverse dimensioni simboleggianti, per esempio, i corridoi verdi tra i poli residenziali, l’uso di gas naturale per la produzione industriale, la sensibilizzazione della collettività al risparmio energetico e a più efficienti metodi di irrigazione o, ancora, la promozione di un turismo eco sostenibile.
Elena Chiavi, Kathrin Füglister, Amy Perkins, Axelle Stiefel e Myriam Uzor, le curatrici del padiglione della Svizzera, si allontanano dalle tematiche ecologiste per abbracciare la battaglia della parità di genere in un microcosmo, quello dei Giardini della Biennale, dove gli architetti autori dei padiglioni sono tutti di sesso maschile. È tuttavia dell’8 aprile la notizia che Lina Ghotmeh, fondatrice e direttrice dello studio parigino Lina Ghotmeh — Architecture, è stata selezionata a seguito di un concorso internazionale per progettare il nuovo padiglione del Qatar ai Giardini. Chiavi, Füglister, Perkins, Stiefel e Uzor immaginano come avrebbe potuto essere il padiglione svizzero se a progettarlo non fosse stato Bruno Giacometti ma Lisbeth Sachs, collega sua coetanea, inserendo nell’edificio pareti, rette e curve, e tende a disegnare una nuova geometria dello spazio mentre in sottofondo sono riprodotti in loop i rumori di un cantiere.
È un cantiere vero e proprio quello che si incontra varcando la soglia del paglione della Danimarca, un cantiere in cui i lavori di consolidamento strutturale e adeguamento alle mutate esigenze espositive sono stati sospesi nei mesi di apertura al pubblico. L’architetto Søren Pihlmann, curatore del progetto espositivo, fa di necessità virtù, trasformando il padiglione in un manuale in cui si illustrano dal vivo le diverse soluzioni – sia in termini di materiali sia di tecniche costruttive – adottate nella realizzazione e nelle successive espansioni e rimodellazioni dell’edificio nel corso del Novecento, ciascuna testimonianza della propria epoca.
Scelta opposta quella della Francia che preferisce far proseguire i lavori all’interno del padiglione e lo circonda con un reticolo di tubi innocenti. I tubi fanno da supporto ai pannelli degli oltre 50 progetti accomunati dal tema Vivere con e suddivisi in sei sezioni in cui si indaga la capacità dell’architettura di confrontarsi e convivere con l’esistente, la prossimità, il danneggiato, le vulnerabilità, la natura e le intelligenze riunite.
È un cantiere anche Opera aperta, la proposta della Santa Sede allestita nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice alle Fondamenta San Gioacchin e insignita dalla giuria della Menzione speciale come Partecipazione Nazionale. L’edificio ampio circa 500 m2 risale al XII secolo; concepito quale ospizio per i pellegrini nel tempo è stato trasformato nel primo ospedale del centro di Venezia e, poi, in scuola con convitto; a breve, a restauro concluso, ospiterà invece attività culturali. Durante i 6 mesi di apertura della Biennale, mentre artigiani locali e restauratori operano per riportarlo agli antichi splendori, lo spazio ospiterà workshop e corsi legati al restauro e consultazioni dal basso per definirne nel dettaglio gli usi futuri. Opera aperta è infatti un titolo mutuato dal libro omonimo di Umberto Eco, pubblicato nel 1962, da cui le curatrici Marina Otero Verzier e Giovanna Zabotti traggono ispirazione per invitare la popolazione a partecipare alla definizione della nuova identità di Santa Maria Ausiliatrice.
Il 10 maggio, nel corso della cerimonia organizzata a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, sono stati assegnati su proposta di Carlo Ratti – e approvati dal CdA della Biennale – anche il Leone d’Oro alla Carriera e il Leone d’Oro Speciale alla Memoria. Il primo dei premi va alla filosofa statunitense Donna Haraway cui si deve la coniazione del concetto di Chthulucene a indicare l’attuale epoca geologica. Ritenendo superato il concetto di Antropocene in cui l’uomo è causa delle trasformazioni in atto sulla Terra, il curatore riconosce ad Haraway il merito di aver saputo esplorare nell’arco degli ultimi quarant’anni “in maniera multidisciplinare e con una costante capacità di invenzione linguistica, temi come l’impatto dell’evoluzione tecnologica sulla nostra natura biologica, o i modi in cui il contesto ambientale del Chthulucene stiano ridefinendo i confini tra umano e non umano”.
Il Leone d’Oro Speciale alla Memoria è dedicato a Italo Rota, l’architetto e designer milanese scomparso il 6 aprile 2024. Figura interessante che ha attraversato l’ultimo mezzo secolo rielaborando in chiave originale l’insegnamento di Maestri del calibro di Albini, Gregotti, Aulenti e Nicolin cui ha lavorato di fianco, negli ultimi anni ha firmato una serie di progetti con lo studio CRA – Carlo Ratti Associati, tra cui il nuovo campus dell’Università degli Studi di Milano nell’ex area Expo2015 a Rho. Legame professionale quest’ultimo che fa apparire il premio come l’omaggio a un amico, sminuendone così i meriti professionali. Che peccato!
Silvana Costa
La mostra continua:
Giardini
Sestiere Castello – Venezia
fino a domenica 23 novembre 2025
chiuso il lunedì
tranne i lunedì 12/05, 2/06, 21/07, 1/09, 20/10, 17/11
https://www.labiennale.org/it/architettura/2025Biennale Architettura 2025
19. Mostra Internazionale di Architettura
Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva.
a cura di Carlo RattiCatalogo:
Biennale Architettura 2025
Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva.
a cura di Carlo Ratti
graphic design Bänziger Hug Kasper Florio
La Biennale di Venezia, 2025
2 volumi 21 x 27 cm, pagine vol.1 728 ca. / vol.2 254 ca., fotografie a colori, flexibound
prezzo 90,00 EuroGuida breve:
Biennale Architettura 2025
Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva.
a cura di Carlo Ratti
graphic design Bänziger Hug Kasper Florio
La Biennale di Venezia, 2025
15 x 20 cm, 552 ca pagine, fotografie a colori, paperback
prezzo 20,00 EuroBiennale

