Erano tutti miei figli

Il dramma di Arthur Miller inaugura la Stagione 2025/26 del Teatro Elfo Puccini ponendosi a manifesto dei grandi filoni tematici che da sempre ne contraddistinguono la produzione: la società moderna con il proprio bagaglio di contraddizioni e valori, lo scontro generazionale, l’America e la drammaturgia contemporanea. Lo spettacolo convince e conquista grazie a un gruppo consolidato di attori, capitanato da Elio De Capitani, Cristina Crippa e Angelo Di Genio, e apparati di grande pregio.

È domenica mattina a casa Keller, dopo una notte di vento talmente violento da sradicare il melo in giardino è finalmente tornato il sereno. Gli amici arrivano, accolti con giovialità da Joe (Elio De Capitani), il capofamiglia, ma l’ospite più atteso dorme ancora al piano di sopra: si tratta di Ann Deever (Caterina Erba) la fidanzata di Larry, il figlio maggiore, arrivata la sera prima.
La scenografia ideata da Carlo Sala mostra l’elegante salotto di una villa alto borghese di fine anni Quaranta, aperto su un giardino ombreggiato da alti alberi. La luce della giornata estiva inonda lo spazio e i tanti sorrisi dei personaggi in scena completano il ritratto della perfetta famiglia americana restituitaci da Arthur Miller in Erano tutti miei figli, lo spettacolo inaugurale della  Stagione 2025/26 del Teatro Elfo Puccini di Milano, in scena fino a domenica 16 novembre.
Un ritratto che, come ogni fotografia posata, è ingannevole e sin dalle prime battute si intuisce il groviglio di dolore, bugie e meschinità che tortura i membri della famiglia Keller. La Seconda Guerra Mondiale è finita da alcuni anni ma è impossibile spazzare via il ricordo di quanto avvenuto e riprendere la vita come nulla fosse. Chris (Angelo Di Genio) e il fratello Larry si sono arruolati all’indomani di Pearl Harbor: il primo è tornato a casa sano nel fisico ma devastato nell’animo mentre l’aereo pilotato dal secondo è sparito nel corso di una missione nel Pacifico. Kate, la madre (Cristina Crippa), non si rassegna a crederlo morto e cerca conforto nei segni lanciati dalla natura e negli allineamenti astrali ed è per tale ragione che si oppone al fidanzamento di Ann con Chris.
Herbert Deever, il padre di Ann, era il socio di Joe nella fabbrica di componenti meccanici, finito in prigione perché ritenuto l’unico responsabile della decisione di consegnare valvole difettose destinate agli aerei militari. La decisione causa la morte di ventuno giovani piloti: è un fatto che scuote l’intero Paese e, ancor più, il tranquillo quartiere dove abitano i Deever – obbligati a trasferirsi a New York per sfuggire alla gogna del vicinato e cercare di ricostruirsi una vita – e i Keller. Joe ha dimostrato la propria innocenza in tribunale e considera l’episodio archiviato, proseguendo nei propri affari e nel periodo post-bellico convertendo la produzione dell’industria a beni non militari. Non è vero però che tutto è dimenticato e che la sua dimostrazione di innocenza abbia convinto tutti: alcuni confessano l’ottuso bisogno di credergli per non doversi confrontare con la propria coscienza, altri gli sorridono pur covando nel proprio intimo la convinzione di un suo concorso nella colpa.
Arthur Miller traccia in punta di penna una tagliente e, a tratti, grottesca raffigurazione dell’ipocrisia puritana americana, intesa a nascondere dietro ampi sorrisi, cordialità e gesti di inattesa generosità l’avidità cui tutto si sacrifica: si pensi ai grandi magnati dell’industria americana che tra Ottocento e inizi Novecento costruiscono autentici imperi sulla pelle dei lavoratori, pulendosi la coscienza con la donazione di edifici universitari, biblioteche, teatri o altri edifici civici. Il titolo stesso del dramma, Erano tutti miei figli, è una frase che Joe adduce per spiegare perché non avrebbe mai potuto anteporre il profitto alla vita dei militari, sortendo l’effetto di scatenare il rimorso nell’interlocutore di turno.
La compagnia del Teatro Elfo, capitanata per l’occasione da Elio De Capitani che ne cura anche la regia, è magistrale nel portare in scena l’aura perbenista di cui si circonda la borghesia americana, in particolare nel periodo postbellico quando la nazione che ha vinto il nazismo vuole imporre al mondo l’immagine patinata della famiglia unita e felice, di marcato stampo patriarcale, baciata da meritato benessere economico. L’arguzia di Miller consiste non tanto nel far cadere la facciata per mostrare cosa si celi dietro l’immagine pubblica ma nel fornire indizi allo spettatore, lasciando tragga conclusioni in base alla propria sensibilità, riservandosi nel finale di rivelare l’effettivo stato delle cose.
Erano tutti miei figli è uno spettacolo dotato di forza straordinaria, Arthur Miller mette a nudo i contemporanei ma, da profondo conoscitore delle dinamiche sociali quale è, con questo testo rappresentato per la prima volta nel 1947 anticipa pure i movimenti di emancipazione femminile e le rivolte giovanili.  Ann, per esempio, rivendica la propria libertà di scegliere chi sposare e dove vivere mentre Sue Bayliss (Sara Borsarelli) sottolinea come il marito abbia potuto permettersi gli studi in medicina grazie al suo lavoro da infermiera e ora non ha alcuna intenzione di limitarsi al ruolo di moglie silente e accondiscendente. Chris dal canto suo dà forti segni di insofferenza per la realtà borghese in cui è tornato a immergersi dopo gli orrori della guerra e al destino che il padre ha già tracciato per lui: egli ambisce a una vita fondata su valori quali la semplicità, l’integrità morale e la fratellanza.
La forza del testo è amplificata dalla regia di De Capitani, impeccabile nel caratterizzare i personaggi della storia, enfatizzando le allusioni, le contraddizioni e il non detto nei dialoghi a creare suspense in un pubblico che segue con attenzione per oltre due ore e mezzo quanto avviene in scena. Gli attori sono abili e credibili nei propri ruoli, costruendo con cura il proprio personaggio anche quando secondario, come accade per esempio con Frank e Lydia Lubey interpretati rispettivamente da Michele Costabile e Carolina Cametti o con il dottor Jim Bayliss (Nicola Stravalaci) e la moglie Sue. Elio De Capitani, Cristina Crippa e Angelo Di Genio, i tre protagonisti di Erano tutti miei figli, sono entusiasmanti per la capacità di suscitare reazioni forti, a iniziare da De Capitani, particolarmente irritante sia in veste di padrone della fabbrica, sia per gli apprezzamenti verso il fisico di Ann, sia per il prepotente paternalismo con cui si rapporta con moglie e figlio. È doveroso aggiungere come parte del fastidio probabilmente derivi dalla consapevolezza che tali modelli comportamentali non siano confinati in un’epoca ormai lontana ma sopravvivano imperterriti ancora oggi. Struggenti i personaggi di Crippa e Di Genio nell’opporvisi con tutte le risorse a loro disposizione, in avvincenti faccia a faccia che, da soli, valgono il biglietto dello spettacolo.
Non va tralasciata infine la rigorosa cura del dettaglio nella scenografia – come già accennato – e nei costumi ispirati al design dell’epoca e nel disegno luci a supportare la recitazione, contestualizzandola in un insieme elegante ed evocativo di un tempo andato ancora ben radicato nell’immaginario comune.
Erano tutti miei figli può tranquillamente essere considerato uno degli spettacoli di punta della stagione teatrale milanese, per quanto ancora agli esordi, e non va sprecata l’occasione di assistervi.

Erano tutti miei figli si inserisce nel percorso di indagine della storia e della cultura statunitense che Teatro Elfo Puccini porta avanti sin dalle origini e che si amplia con Venivamo tutte per mare, in scena dal 27 novembre al 21 dicembre. Tratto dal romanzo omonimo di Julie Otsuka, lo spettacolo racconta il periodo storico immediatamente precedente a quello del dramma di Arthur Miller, da inizio Novecento alla Seconda Guerra Mondiale, utilizzando la voce delle donne giapponesi giunte negli Stati Uniti per sposare loro connazionali.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini Sala Shakespeare
c.so Buenos Aires 33 – Milano
fino a domenica 16 novembre 2025
www.elfo.org

Erano tutti miei figli
di Arthur Miller
regia di Elio De Capitani
traduzione Masolino d’Amico
con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Caterina Erba, Marco Bonadei, Nicola Stravalaci, Sara Borsarelli, Michele Costabile, Carolina Cametti
scene e costumi di Carlo Sala
luci Michele Ceglia
suono Gianfranco Turco
assistente alla regia Alessandro Frigerio
produzione Teatro dell’Elfo
durata 1 ora e 5 minuti + 1 ora e 25 minuti
prima nazionale