Un tram che si chiama desiderio

Il regista Luigi Siracusa nella nuova produzione targata Teatro Franco Parenti torna a confrontarsi con i drammi di Tennessee Williams. Un tram che si chiama desiderio, pur essenziale nell’allestimento, si rivela travolgente grazie a una regia meticolosa nel valorizzare le doti drammatiche di Sara Bertelà – la protagonista –, Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola e Pietro Micci.

M’hanno detto di prendere un tram che si chiama Desiderio, poi un altro che si chiama Cimitero, e alla terza fermata scendere ai Campi Elisi” sbuffa Blanche DuBois, accaldata e sconfortata dalla vista che le si para davanti entrando nella casa della sorella a New Orleans.
Inizia così uno dei più celebri drammi del Novecento, Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, scritto nel 1947 e portato in scena a Broadway quello stesso anno per la regia di Elia Kazan, con protagonisti Marlon Brando e Jessica Tandy. Nell’arco di ottant’anni sono molti gli artisti che si sono confrontati con l’opera che ora è in scena al Teatro Franco Parenti di Milano con un nuovo allestimento diretto da Luigi Siracusa, che ne cura anche la scenografia e i costumi, e la traduzione di Paolo Bertinetti.
Il palcoscenico della Sala Blu è trasformato nella zona giorno del piccolo bilocale in affitto a Stella e al marito Stanley. Il perimetro è delimitato da una serrata sequenza di pannelli frangisole, alcuni dei quali si aprono per consentire l’accesso alla stanza da letto, al bagno e all’esterno. La monotonia della pannellatura rende l’ambiente claustrofobico, divenendo metafora tangibile della gabbia in cui ciascun personaggio si sente intrappolato. Intrappolato fisicamente ed emotivamente dalle proprie paure, dal non essere ancora riuscito a soddisfare le proprie ambizioni, dagli imprevisti che la vita riserva, obbligandolo a intraprendere un piano di riserva tutt’altro che dignitoso.
La luce che penetra dalle fessure è fioca mentre si odono distintamente le voci dei personaggi oltre la parete, precludendo una qualsiasi forma di intimità e riservatezza. Non è possibile custodire alcun segreto in quella casa: ogni dolore, ogni angoscia che opprime l’esistenza dei personaggi viene prima o poi portata alla luce grazie a pettegolezzi raccolti sul luogo di lavoro, confidenze tra sorelle o verità urlate con rabbia. Nella penombra della stanza Tennessee Williams fa sfilare i grandi tabù dell’America postbellica: maschilismo, omosessualità, violenza domestica, disagio mentale, sesso e il perbenismo ipocrita dietro cui si nascondono autentiche fortune dissoltesi come neve al sole. Un’ipocrisia che si mostra in tutta la sua devastante crudeltà nelle ultime parole che Mitch (Pietro Micci) rivolge a Blanche (Sara Bertelà). Un’ipocrisia ottusa e retrograda, rispolverata in questi anni con rinnovato vigore e ingiustificata violenza.
È un contesto in cui i deboli nervi di Blanche, già messi a dura prova, compiono un ultimo sforzo, cercando di mantenersi saldi, da un lato, per salvaguardare l’ultimo rifugio sicuro – ammesso e non concesso che la convivenza con il cognato (Stefano Annoni) possa definirsi così – in cui trovare ospitalità e, dall’altra, la speranza di conquistare con charme e grazia il cuore di Mitch. Sforzo che si rivelerà inutile.
Sara Bertelà sotto l’attenta guida di Luigi Siracusa dà vita a una Blanche eterea, ostinata nel volersi liberare dai pesi di un passato ingombrante per volare leggera e, finalmente, felice. Un sogno supportato solo dalla sorella (Silvia Giulia Mendola) che con fare materno si trova a mediare tra gli errori di Blanche e le ambizioni del marito, determinato ad affrancarsi dagli stereotipi legati alle origini polacche della sua famiglia per abbracciare il sogno americano. Un sogno americano di cui Un tram che si chiama desiderio mostra appieno la meschinità che vi sta dietro e i valori sacrificati in suo nome. Un fallimento ideologico descritto con efficacia da Tennessee Williams e restituito in tutta la sua forza in questo allestimento prodotto da Teatro Franco Parenti.
Il testo asciugato, al fine di richiedere la presenza di soli quattro personaggi, e una scenografia essenziale permettono di concentrarsi esclusivamente sugli attori, sui dialoghi e sulle azioni. Una scelta resa possibile da interpreti dall’indubbio talento drammatico, capaci di caratterizzare con decisione il proprio personaggio senza timore alcuno di risultare sgradevole al pubblico. Stefano Annoni in particolare sembra aver modellato Stanley Kowalsky in un blocco di pietra, servendosi di un piccone, tanto lo rende spigoloso, duro e rancoroso verso chi ritiene responsabile di aver dilapidato i propri beni.
Un cast composto da attori apprezzati in diverse occasioni al Teatro Parenti, da Sara Bertelà, Silvia Giulia Mendola e Pietro Micci applauditi di recente nel toccante Chi come me, a Stefano Annoni, prima protagonista della trilogia della città ideata da Paolo Trotti e poi fidanzato di Maria Brasca e della reginetta di Leenane.
Un cast diretto con fermezza da Luigi Siracusa che, a discapito dell’ancor giovane età, vanta un bagaglio di tutto rispetto, tra cui la regia di Lo zoo di vetro prodotto la scorsa Stagione sempre da Teatro Parenti. Siracusa riesce a combinare la tenerezza del rapporto tra le sorelle con la brutalità che Stanley non riesce a domare nemmeno nei momenti di passione con la moglie, la cocente delusione per i fallimenti di una vita con la leggiadria della danza, il buio della sofferenza psichica con la luce della speranza. Il registro varia e, con esso, il ritmo conferendo movimento e vivacità allo spettacolo, scongiurando l’effetto monotonia.
Il regista fa emergere tutta la forza del testo di Tennessee Williams e obbliga il pubblico a constatarne l’estrema attualità della sua denuncia: al di là del piacere derivante dall’assistere a uno spettacolo ben orchestrato il reale valore di un’opera teatrale, comica o drammatica che sia, – e di un’opera d’arte in genere – è di riuscire a far riflettere lo spettatore.
Da questo punto di vista la nuova versione di Un tram che si chiama desiderio, in replica al Teatro Parenti sino a domenica 7 dicembre, travolge con potenza.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Teatro Franco Parenti – Sala Blu
via Pier Lombardo, 14 – Milano
fino a domenica 7 dicembre 2025
www.teatrofrancoparenti.it

Un tram che si chiama desiderio
di Tennessee Williams
traduzione Paolo Bertinetti
regia, scene e costumi Luigi Siracusa
con Sara Bertelà e con Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola, Pietro Micci
luci Pasquale Mari
musiche Laurence Mazzoni
assistente alla regia Diletta Ferruzzi
direttore dell’allestimento Marco Pirola
elettricista Domenico Ferrari
fonico Francesco Tamborino Frisari
sarta Alessia Di Meo
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati dalla sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti
durata 2 ore