Venivamo tutte per mare

L’adattamento per le scene del romanzo di Julie Otsuka, incentrato sulle vicende delle spose giapponesi emigrate negli Stati Uniti nei primi anni del Novecento e del loro difficile percorso di integrazione, costellato di duro lavoro ed emarginazione sociale, debutta al Teatro Elfo di Milano. Cristina Crippa – che ne è anche regista con Elio De Capitani – insieme a Elena Russo Arman e Carolina Cametti restituisce un emozionante affresco storico che conquista il pubblico in sala.

Il viaggio alla scoperta delle contraddizioni su cui si erge il mito degli Stati Uniti condotto dal Teatro Elfo Puccini di Milano prosegue con Venivamo tutte per mare, tratto dall’omonimo romanzo di Julie Otsuka, per la regia di Cristina Crippa ed Elio De Capitani. Lo spettacolo va in scena a pochi giorni dal termine delle repliche di Erano tutti miei figli, incentrato sulla vita di una famiglia alto borghese nell’immediato dopoguerra, e va a raccontarne il periodo precedente, da inizio Novecento ai mesi successivi all’attacco di Pearl Harbor, dal punto di vista delle donne di origine giapponese.
Venivamo tutte per mare, come Erano tutti miei figli, è una produzione Teatro dell’Elfo proposta in prima nazionale in questa Stagione 2025/26 riscuotendo ampi consensi dal pubblico in sala.
Cristina Crippa, Elena Russo Arman e Carolina Cametti restituiscono in scena l’originale peculiarità narrativa adottata da Julie Otsuka: ripercorrere in prima persona plurale l’esperienza delle donne giapponesi emigrate America per andare in sposa a connazionali. Le tre attrici infatti, sempre parlando al plurale, ora recitano in coro, ora si passano rapidamente la parola come accade all’interno di un gruppo numeroso in cui ciascuna porta la propria esperienza, collegandosi a quanto raccontato dalle altre prima di lei. Ogni testimonianza è una rapida ed energica pennellata su una tela ampia, per restituire il quadro collettivo di dolore, fatica, povertà ed emarginazione che le accoglie non appena sbarcate.
Il sipario si apre mostrando le donne sul ponte della nave che le porta in California. Fuggono in gran parte dalla povertà, molte sono appena adolescenti, alcune lasciano figli per un matrimonio che restituisca loro l’onore, altre recano con sé statuette di Buddha simbolo di felicità da collocare nella nuova casa, tutte hanno nel bagaglio un kimono bianco per la prima notte di nozze. Sono piene di speranza e sogni alimentati dalle lettere che quegli uomini sconosciuti hanno spedito loro nei mesi precedenti insieme a ritratti sorridenti. Ritratti che, come nel celeberrimo Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (1971), sono molto lontani dalla realtà: i loro sposi si rivelano anziani, sporchi e seganti dal duro lavoro.
Il buio avvolge il palcoscenico mentre le donne descrivono la prima notte di nozze, un’esperienza equiparabile, in alcuni casi, a un vero e proprio stupro. La luce torna quindi a inondare il palco: il nuovo giorno fuga qualsiasi dubbio sul destino loro riservato. Abbigliate con abiti occidentali, nel tentativo di vincere la diffidenza della gente locale verso gli stranieri, sono costrette a lavorare duramente al fianco dei mariti, accontentandosi di residenze modeste, lontane dalle dimore dei bianchi.
Qualcuna torna nella terra di origine ma le restanti non si tirano indietro, confidando nella nascita di un figlio che sarà cittadino americano a tutti gli effetti e potrà innalzare la qualità della vita di tutta la famiglia. Potrà avere dei diritti. La scena successiva è quindi dedicata ai figli, descrivendone la straordinaria capacità di integrazione per quanto ottenuta mettendo da parte – un po’ vergognandosene – la lingua e le tradizioni dei genitori. Nulla però possono gli eccellenti risultati scolastici e l’ammissione con borse di studio alle più prestigiose università statunitensi contro le disposizioni dell’Alien Enemies Act, varato dal presidente Franklin D. Roosevelt il 7 dicembre 1941, nelle ore immediatamente successive al bombardamento di Pearl Harbor. Il proclama ordina l’internamento in campi di prigionia degli stranieri di origini giapponesi, tedesche e italiane e poco importa che la maggior parte delle 120.000 persone di origine giapponese siano cittadini statunitensi, detenuti esclusivamente sulla base delle origini famigliari.
È straziante il racconto della partenza delle donne per i campi di prigionia e, successivamente, udire delle lettere scritte ad amici e conoscenti bianchi. Impassibili i Buddha delle statuette abbandonate nelle soffitte osservano i neri – un gruppo etnico considerato dalla società dell’epoca inferiore ai giapponesi – prendere possesso delle case abbandonate ai margini della città dei bianchi.
È da questa ultima immagine che Julie Otsuka mutua il titolo del romanzo in linga originale: The Buddha in the Attic.
La scenografia è essenziale, concepita da Roberta Monopoli per lasciare sgombra la parete di fondo del palcoscenico per la proiezione di immagini d’epoca ad accompagnare la narrazione delle tre attrici. Immagini intese a dimostrare come il testo di Julie Otsuka non sia inteso a drammatizzare gli eventi storici in nome di gratuito sensazionalismo ma, piuttosto, come la realtà possa superare la fantasia. Una realtà che accomuna la storia di molti Paesi, inclusa l’Italia. Una realtà fatta di dolore nel lasciare una Patria che sembra non essere più in grado di offrire mezzi di sostentamento, di paura per un futuro ignoto, di difficoltà ad ambientarsi.
Una realtà che, una volta integrati, si scorda, finendo per trattare con ostilità i nuovi immigrati.
Una realtà resa in tutta la sua drammaticità dalla struggente interpretazione di Cristina Crippa, Elena Russo Arman e Carolina Cametti, tre esponenti di diverse generazioni e modi di fare e di concepire il teatro che recitano a una sol voce in nome di migliaia di donne rese sorelle da identico destino. Tre attrici che si fanno folla e travolgono il pubblico in sala con la potenza delle loro storie e della Storia. Una Storia messa a tacere per non incrinare il mito della “terra della libertà” che anche in questa occasione – come in tutte le altre opere portate in scena al Teatro Elfo – mostra limiti e contraddizioni.
Le donne giapponesi cui Cristina Crippa, Elena Russo Arman e Carolina Cametti restituiscono corpo e voce raccontano storie che toccano la coscienza degli spettatori in sala, suscitando prima indignazione per le avversità incontrate e poi ammirazione per l’orgoglio con cui le affrontano a testa alta. La loro è infatti una voce ferma e potente anche quando piegata dalla fatica e dalla sete durante il lavoro nei campi, anche quando esausta per il parto.
La regia di Cristina Crippa ed Elio De Capitani è forte e delicata come quelle donne dalla pelle di porcellana che, pur tra mille esitazioni, emigrano per un futuro che vogliono credere migliore e fanno il possibile affinché ciò si avveri.
Venivamo tutte per mare, analogamente, trae forza dalle doti recitative delle tre attrici, immerse in una scenografia minimalista, concepita per esaltare il testo recitato con immagini d’archivio e un sapiente gioco di luci che va a caratterizzare le diverse scene, ciascuna tratta da un differente capitolo del romanzo di Julie Otsuka.
Il testo ne esce esaltato in tutta la sua forza, in tutto il suo potere di denunciare un ozioso ripetersi nel tempo e alle diverse latitudini di identiche situazioni, senza che l’essere umano riesca a trarne alcun insegnamento. Una considerazione frutto non dello scetticismo ma della mera osservazione della diffidenza con cui i bianchi accolgono i neri una volta deportati i giapponesi nei campi di prigionia.
Venivamo tutte per mare resta in scena sino a domenica 21 dicembre, i posti sono quasi completamente esauriti ma vale la pena insistere nella ricerca per non mancare di assistere a questa ottima prova di teatro.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini Sala Fassbinder
c.so Buenos Aires 33 – Milano
fino a domenica 21 dicembre 2025
www.elfo.org

Venivamo tutte per mare
di Julie Otsuka
traduzione Silvia Pareschi
regia Cristina Crippa, Elio De Capitani
con Cristina Crippa, Elena Russo Arman, Carolina Cametti
regia video Paolo Turro
costumi Elena Russo Arman
scene Roberta Monopoli
luci Michele Ceglia
suono Gianfranco Turco
assistente regia Alessandro Frigerio
produzione Teatro dell’Elfo
durata 1 ora e 35 minuti
prima nazionale