Il reportage di Artalks sulla 19. Biennale di Architettura di Venezia inizia dalle Corderie per scoprire, attraverso le installazioni selezionate da Carlo Ratti, le diverse accezioni in cui è possibile declinare il tema da lui scelto per questa edizione.
Sabato 10 maggio ha preso ufficialmente il via a Venezia la 19. Mostra Internazionale di Architettura curata dall’architetto torinese Carlo Ratti e intitolata Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. L’evento, concentrato principalmente nel Sestiere Castello, ai Giardini e all’Arsenale, prevede in realtà una serie di mostre e installazioni diffuse in tutta la città e a Mestre, visibili sino a domenica 23 novembre.
Visitata in occasione dell’anteprima stampa, questa edizione della Biennale ci è sembrata la più modesta tra quante organizzate negli ultimi trent’anni. Il tema del cambiamenti climatico, di come arginarlo e di come prevenirne nel futuro le conseguenze è di cocente attualità ormai da alcuni decenni nell’arco dei quali, anche alla Biennale di Architettura, si è detto e proposto di tutto. L’edizione 2023 curata da Leslie Lokko e intitolata The Laboratory of the Future, è vero, verteva sempre intorno a queste tematiche ma puntando i riflettori sull’Africa mostrava come in quel continente le persone sfruttino le risorse a loro disposizione per contrastare il clima torrido. Mostrava inoltre come povertà e guerre siano all’origine della diaspora di architetti e tecnici che stanno portando questo sapere in tutto il mondo, originando interessanti esempi di meticciamento architettonico-culturale.
Le Corderie dell’Arsenale sono, come ad ogni edizione, il luogo dove il tema proposto dal curatore prende forma grazie a una serie di contributi ad hoc elaborati da partecipanti selezionati tra professionisti, teorici e studiosi di tutto il mondo. Quest’anno lo spazio un tempo destinato alla costruzione di gomene, cavi e cordame per navi è suddiviso in cinque sezioni: Introduzione, Natural, Artificial, Collective e Out. Non ci si lasci confondere dalla presenza di una sezione intitolata Natural perché il filo rosso che cuce tra loro tutte le parti – e non potrebbe essere differente dal momento che la curatela è affidata a Carlo Ratti – è l’intelligenza artificiale.
Ben lungi dal promuovere una versione contemporanea del luddismo ci sembra tuttavia i tempi non siano ancora maturi per provare quanto e come l’IA possa portare significativi contributi a una disciplina che affonda le radici nella preistoria. Forse si sarebbe potuto attendere qualche ulteriore edizione e, nel frattempo, dedicarsi ad altro: osservando le installazioni si ha sovente l’impressione di trovarsi a una fiera di robotica più che a una manifestazione di architettura.
L’applicazione più riuscita – quanto più inutile – dell’IA tra quante in mostra sembra essere la redazione delle didascalie. È doveroso premettere che all’inizio di ogni sezione è presente un pannello introduttivo in cui se ne descrivono i contenuti e si riporta una mappa con le installazioni e i rispettivi titoli: è utile mandarla bene a memoria – o farne una foto con lo smartphone – perché poi, inoltrandosi al suo interno, le didascalie presenti sono sporadiche. Si tratta, quando presenti, di didascalie bilingue in cui l’autore ne spiega il senso in una ventina di righe poi riassunte in sole tre o quattro da IA, banalizzandole all’ennesima potenza e viene da chiedersi motivo e utilità di tale operazione. Un esercizio di per sé ozioso eppure di pesante impatto ambientale, visto l’importante quantitativo di energia richiesto per ogni elaborazione compiuta, che trascina la Terra un passo più vicino allo scenario torrido punteggiato di condizionatori prospettato dall’installazione The Third Paradise Perspective di Fondazione Pistoletto Cittadellarte posta quale Introduzione.
I centri elaborazione dati richiedono in realtà non solamente molta energia ma pure altrettanta terra, acqua e connettività. Grimshaw Architects e Arup Australia con Data Centres and the City: From Problem to Solution on the Path to Sustainable Urbanism partono da un progetto in fase di sviluppo per supportare la proposta di traslare queste strutture dalle aree periferiche a quelle centrali delle città, rivitalizzandole. È una soluzione indubbiamente provocatoria ma non quanto quella avanzata da IVAAIU City con Lunar Ark che porta a Venezia un esemplare dei robot incaricati di costruire un avanzato data centre sulla Luna.
Sono molti altri i robot presenti alle Corderie, soprattutto nella sezione Artificial, tuttavia non emerge siano stati fatti poi tutti questi grandi passi avanti – se non nel ridurne le dimensioni – rispetto a film e serie televisive della nostra infanzia e stiamo parlando degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Quanto ancora sia ancora lontana una macchina capace di agire in autonomia è lampante da installazioni quali Am I a Strange Loop? di Takashi Ikegami e Luc Steels in cui si invita il pubblico a interagire con Alter3, un robot umanoide dotato di componenti per la percezione, dettandogli ordini elementari, che possa compredere ed eseguire. Philip Yuan e Bin He in Co-Poiesis, nel padiglione realizzato con gli alberi abbattuti dal tifone Beibiya a Shanghai e poi intagliati da macchinari con controllo digitale, i robot umanoidi li fanno suonare e danzare.
Bjarke Ingels con Laurian Ghinitoiu e Arata Mori in Ancient Future: Bridging Bhutan’s Tradition and Innovation sembra abbandonare grandi ambizioni sulle potenzialità della robotica nell’accostare a due artisti intenti a scolpire dragoni in una trave di legno un braccio meccanico dotato di scopino per spazzare via trucioli e polvere.
Arte – e architettura – e artificiale sembrano due mondi ancora profondamente distanti. Se non si riesce a trovare un effettivo punto di contatto che senso ha distogliere l’attenzione da problemi più pregnanti per la nostra disciplina? Sembra che Carlo Ratti per la Biennale non sia riuscito ad andare oltre la comfort zone del laboratorio di ricerca che dirige al MIT, una piccola unità nel ben più complesso Department of Urban Studies and Planning dell’ateneo.
Non è dunque un caso che il Leone d’Argento per una promettente partecipazione sia stato assegnato sì a un’installazione della sezione Artificial ma a Calculating Empires: A Genealogy of Technology and Power Since 1500 di Kate Crawford e Vladan Joler, un meticoloso lavoro di pura ricerca storica che ripercorre il lungo percorso dai primi esempi di automazione al giorno d’oggi, riassunto in un pannello di ventiquattro metri di lunghezza.
Tornando ai contenuti dell’esposizione alle Corderie e riprendendo da The Third Paradise Perspective, l’Introduzione prosegue con The Other Side of the Hill di Beatriz Colomina, Roberto Kolter, Patricia Urquiola, Geoffrey West e Mark Wigley in cui la curva demografica degli ultimi 5.000 anni diviene la sezione di un anfiteatro costruito con un materiale ottenuto combinando vetro riciclato a reti da pesca rosse, alghe, canne palustri e conchiglie della laguna.
Le tematiche complementari del riciclo e della salvaguardia degli ecosistemi sono affrontate da pressoché tutti i partecipanti invitati a esporre nella sezione Natural, incluso Boonserm Premthada insignito di una delle due Menzioni speciali assegnate dalla Giuria composta da Hans Ulrich Obrist, Paola Antonelli e Mpho Matsipa. Elephant Chapel è la riproduzione in scala di una galleria realizzata in Thailandia dall’architetto fondatore di Bangkok Project Studio impiegando mattoni prodotti con sterco di elefante. La menzione premia la capacità di evocare la terra “dove esseri umani ed elefanti convivono in armonia da secoli. Il progetto celebra questa alleanza millenaria, preservandone il contesto e le condizioni originarie”.
Poco oltre, Vamo di Circular Engineering for Architecture (ETH Zurich), Digital Structures Group, MIT Morningside Academy for Design e Anku è una struttura sotto cui trovare riposo, composta da corda di canapa e cerchi di legno riciclato su cui vengono posizionati, a guisa di tegole, pezzi di scarti animali e vegetali; Domino 3.0: Generated Living Structure di Kengo Kuma (Sekisui House – Kuma Lab, The University of Tokyo), Yutaka Matsuo (Matsuo – Iwasawa Lab, The University of Tokyo), Norihiro Ejiri (Ejiri Structural Engineers) e Minoru Yokoo (Kengo Kuma & Associates) ricorda la possibilità di utilizzare il legno dei boschi distrutti nel 2018 in Trentino come materiali da costruzione mentre Revival of Ordinary Trees di Dong Gong (Vector Architects) racconta dello sforzo compiuto in Cina per rispettare e preservare gli alberi presenti nei siti su cui si costruiranno nuovi edifici.
I progetti Resourceful Intelligence e Milano Urban Mine del Politecnico di Milano si focalizzano invece sul riutilizzo dei tanti materiali ottenuti in seguito a demolizioni e ristrutturazioni di edifici, attuandone una minuziosa mappatura, mentre Circularity Handbook di Pills, Jin Arts, typo_d, Archi-Neering-Design/AND Office, Róng Design Library, Valeria Tatano, Massimiliano Condotta, Xiaoqing Cui e Zhengwei Tang spalanca ai visitatori il magico mondo del riciclo spiegando cosa avvenga nelle diverse fasi di progettazione, costruzione, utilizzo e disallestimento di un evento quale la Biennale.
Nel gruppo di progetti finalizzati al monitoraggio e alla salvaguardia di ecosistemi spicca Cantico Tiberino: Cradle of More-than-Human Intelligences del Laboratorio Roma050, inteso a mappare il tratto del Tevere che attraversa la capitale descrivendone la straordinaria biodiversità. Gli esiti di ricerche svolte da diversi Enti sul complesso ecosistema della laguna trovano in Biennale un ideale complemento in The Living Orders of Venice di Studio Gang, un progetto che, ispirandosi agli ordini classici dell’architettura, ha ideato una ivertente serie di ripari per animali selvatici.
Ritenendo di aver già speso sufficienti parole sulla seconda sezione, Artificial, e sulle attuali – eccessive – aspettative di validi contributi all’architettura da parte dell’IA, il racconto di quanto ha catturato la nostra attenzione alle Corderie passa oltre. Collective, la quarta sezione, devia in realtà pure essa dall’architettura – intesa come disciplina calata dall’alto a regolare e disegnare il paesaggio e il costruito – focalizzandosi sulle comunità locali e sulle strategie elaborate dal basso per adattarsi alle peculiarità del territorio e per contrastare le emergenze, sia ambientali, sia sociali. Strategie partecipate, frutto di un sapere antico tramandato di generazione in generazione, riadattato ciclicamente in funzione delle sopraggiunte necessita come racconta per esempio Alternative Urbanism: The Self-Organized Markets of Lagos di Tosin Oshinowo e Oshinowo Studio, cui la giuria ha assegnato la seconda delle due Menzioni speciali. L’installazione espone il caso di tre mercati di Lagos specializzati in rifiuti o articoli a fine vita provenienti dalle economie industrializzate, rimettendo in circolo prodotti altrimenti destinati alla discarica.
La sezione si apre con i plastici di The Langtou Experiment di Yung Ho Chang (Atelier FCJZ) e Shen Min (Guangdong Vipshop Philanthropic Foundation), intervento inteso a ridare vita al villaggio rurale di Langtou fondato oltre otto secoli fa nel sud della Cina. A partire dal 2021 lavori puntuali di ristrutturazione e l’inserimento di nuove funzioni – tra cui centri artistici, gallerie, negozi e fiere – uniti a mirate operazioni di marketing hanno reso Langtou un’importante meta per il turismo culturale.
Le Vele di Scampia dominano la scena al capo opposto della sezione. Il complesso rappresenta uno dei tanti esempi di architettura calata dall’alto realizzati negli anni Settanta, divenuto nel tempo emblema di degrado sociale e oggi oggetto di un importante progetto di riqualificazione. Vela Celeste: Reimagining Home è il titolo dell’istallazione curata da Carlo Ratti Associati insieme al Comune di Napoli, composta di schermi – disposti a richiamare la sagoma delle Vele – su cui scorrono le immagini elaborate dall’IA a partire dai suggerimenti per usi futuri della Vela Celeste, l’unica a non venire demolita, forniti da un gruppo di ex residenti delle Vele e di attivisti locali. Tra i pannelli appesi lungo le pareti perimetrali si scorge un altro importante caso di riqualificazione ambientale e sociale: Naturópolis di Jorge Mario Jáuregui in cui si descrive il complesso processo di urbanizzazione delle favelas, ondeggiando tra la scala ampia delle nuove infrastrutture di base e interventi architettonici puntuali. Interessante in tal senso anche il progetto Free Laundry, Human Connection, Unlikely Conversation di Nicholas Marchesi, volto a fornire servizi di lavanderia e docce mobili ai senza fissa dimora, aiutandoli a preservare la propria dignità – e l’apparenza – anche in una fase di gravi difficoltà economica.
Lungo il percorso, alzando gli occhi, è poi possibile ammirare uno dei ponti di collegamento tra le case costruite dagli attivisti tedeschi sugli alberi della foresta di Hambach a partire dal 2012 per bloccare il disboscamento: è Protest Architecture from German Climate Protests in Hambach Forest di Oliver Elser (Deutsches Architekturmuseum – DAM), Forest Collective from Hambach Forest, Something Fantastic e MAK – Museum of Applied Arts. Riabbassando lo sguardo non si può ignorare la ricostruzione di una capanna indigena colombiana al cui interno è proiettato Vessels for Liminal Dialogues di Fundación Organizmo, Lumack Studio e revisions media, un documentario dedicato ai riti ancestrali che ancora oggi regolano il rapporto tra gli indigeni e la natura.
Out, l’ultima sezione, racconta di progetti e strategie per colonizzare territori dalle condizioni estreme quali i deserti, i poli o le profondità oceaniche. Un processo di colonizzazione che sfrutta il sapere sviluppato dell’ultimo mezzo secolo per le esplorazioni spaziali, utilizzando nuovi materiali termoisolanti, moduli prefabbricati e automi per comporli in sicurezza.
Aurelia Institute, Heatherwick studio e Brent Sherwood sono gli autori di Space Garden, la serra orbitante, con 31 camere di crescita a climi controllati singolarmente, collocata all’ingresso di Out a trasmettere immediatamente al pubblico il clima sperimentale della sezione e l’impressione che il futuro sia finalmente tra noi.
Nella sala successiva si può ammirare Mars Hydrosphere di Clouds Architecture Office, il progetto per un insediamento di 10.000 persone su Marte che sfrutta il ghiaccio presente sul pianeta per ricavare l’acqua necessaria alla vita degli abitanti e quale isolante termico. Lunar Village di Jacques Rougerie, costruito in loco con stampanti 3D, è invece concepito per alloggiare 150 astronauti sulla Luna per periodi prolungati mentre SpaceSuits.Us: A Case for Ultra Thin Adjustments di Emily Ezquerro, Jerónimo Ezquerro, Charles Kim, Stephanie Rae Lloyd, Emma Sheffer e Sam Sheffer propone l’utilizzo di tessuti ultrasottili, sviluppati dalla NASA, per isolare termicamente edifici esistenti e predisporli a climi sempre più torridi. Volcanic Infrastructures di Cristina Parreño Alonso, J. Roc Jih, Skylar Tibbits si confronta invece direttamente con la lava rovente: è uno studio condotto in Islanda finalizzato a comprendere meglio il flusso lavico e le interazioni del calore con le infrastrutture presenti.
Il percorso si conclude con A Satellite Symphony di Space Caviar, Robert Gerard Pietrusko ed Ersilia Vaudo, una struttura realizzata – come altre installazioni delle Corderie – con il legno delle foreste abbattute in Trentino nel 2018 al cui interno accomodarsi per osservare la Terra e, in particolare, la laguna di Venezia dallo spazio. Scendendo sempre più di scala una fitta sequenza di dati e immagini mostra le conseguenze dei cambiamenti climatici in corso, iniziando dal sempre più frequente scatenarsi di eventi atmosferici estremi. Cambiamenti generati esclusivamente dagli scellerati comportamenti umani.
Silvana Costa
La mostra continua:
Arsenale
Campo della Tana 2169/F
Sestiere Castello – Veneziafino a domenica 23 novembre 2025
chiuso il lunedì
tranne i lunedì 12/05, 2/06, 21/07, 1/09, 20/10, 17/11
https://www.labiennale.org/it/architettura/2025Biennale Architettura 2025
19. Mostra Internazionale di Architettura
Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva.
a cura di Carlo RattiCatalogo:
Biennale Architettura 2025
Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva.
a cura di Carlo Ratti
graphic design Bänziger Hug Kasper Florio
La Biennale di Venezia, 2025
2 volumi 21 x 27 cm, pagine vol.1 728 ca. / vol.2 254 ca., fotografie a colori, flexibound
prezzo 90,00 EuroGuida breve:
Biennale Architettura 2025
Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva.
a cura di Carlo Ratti
graphic design Bänziger Hug Kasper Florio
La Biennale di Venezia, 2025
15 x 20 cm, 552 ca pagine, fotografie a colori, paperback
prezzo 20,00 Euro

