Due vicini di casa, due uomini distanti per età e modo di affrontare la vita si mettono alla prova in un intenso tango delle emozioni per vincere insieme, a passo di danza, le proprie paure e vivere pienamente il presente.
Francesco Brandi con Confesso che ho vissuto, la nuova commedia in scena sino a sabato 31 ottobre al Teatro Franco Parenti di Milano, arricchisce di un nuovo capitolo il percorso di esplorazione del disagio umano in questa nostra contemporaneità.
Il testo, scritto a quattro mani con Marco Archetti, affronta il tema dell’isolamento emotivo e sociale. Si tratta di un disagio psicologico rilevato con crescente incidenza dalla fine degli anni Novanta, parallelamente allo sviluppo di un universo virtuale sempre più allettante, cui sembrano particolarmente predisposte le nuove generazioni. La recente pandemia ha tuttavia ampliato la fascia d’età coinvolta. In Giappone è utilizzato il termine “Hikikomori” – traducibile letteralmente in “stare in disparte” – per indicare coloro che arrivano a isolarsi dal mondo per interi mesi consecutivi, rifiutandosi di uscire di casa anche per andare a scuola o al lavoro.
“Avevo un’idea molto precisa sul mondo fuori: non mi piaceva!” Esordisce così Francesco Beghelli, il personaggio interpretato da Francesco Brandi, mentre si spoglia per stare comodo e tuffarsi nel caldo abbraccio della poltrona a sacco. Lo hanno appena licenziato e il suo programma per il futuro imminente è restarsene tranquillo in casa a guardare in televisione partite del campionato di calcio angolano per tutti i mesi in cui avrà diritto al sussidio di disoccupazione. Non ha assolutamente urgenza di trovare un nuovo lavoro e può finalmente crogiolarsi nella solitudine ora che non è più obbligato a sopportare la collega – dal seno generoso e troppo ottimista da tollerare – con cui divideva l’ufficio.
I suoi propositi hanno tuttavia vita breve: alla porta suona Ulderico Di Rosa, l’anziano inquilino del terzo piano, interpretato da Marco Balbi. L’uomo è gioviale e decisamente troppo invadente: con la scusa di offrirsi per svolgere piccole commissioni ne approfitta per intrufolarsi nella casa e nella vita di Francesco.
Francesco e Ulderico fanno così la prima conoscenza. Francesco ritiene possa essere anche l’ultima ma un imprevisto lo obbliga a salire a casa di Ulderico dove, travolto da mille attenzioni, finisce per permettere all’uomo di fare breccia nel muro eretto per tenere il mondo a distanza.
Sin dalle battute iniziali, al di là della distanza anagrafica e comportamentale, si percepisce la profonda solitudine dei due uomini. Una solitudine vinta grazie alla tenacia di Ulderico che, sommergendo Francesco di cortesie e parole lo induce ad aprirsi almeno con lui. Nasce così un divertente scambio di idee e interessi tra i due che scoprono il piacere di poter contare l’uno sull’altro nei momenti di sconforto e di godere di una visione del mondo da una prospettiva diversa.
La regia firmata Raffaele Latagliata gioca sulla combinazione di due ritmi diversi: lento nei monologhi, a rimarcare la solitudine dei personaggi, e vivace quando interagiscono tra loro. Soli tuttavia non lo sono mai: la silhouette dell’altro compare in controluce oltre la parete di casa, ricreata con un telo sottile.
La scenografia, progettata dallo stesso Latagliata, si compone di una piattaforma su cui sono collocate le zone giorno degli appartamenti di Francesco e di Ulderico, separati appunto da un pannello in tela e una porta. L’escamotage permette di cambiare velocemente lo sfondo di ogni quadro, annullando la distanza fisica tra i due appartamenti e comprimendo il tempo della narrazione. Lo spettatore in sala può così sia assistere ai battibecchi tra i due, sia spiarne le solitudini mentre, come dice il regista, “giro dopo giro la rotazione della scena accompagna anche la rotazione delle loro anime”.
Confesso che ho vissuto, come ogni spettacolo scritto Francesco Brandi, offre una brillante restituzione della contemporaneità giocata su una equilibrata commistione di cinismo e fiducia nel prossimo, di situazioni surreali e monotonia quotidiana. Il risultato è tanto divertente quanto struggente.
In veste d’attore offre un’interpretazione lunare e ispirata. Egli, inoltre, sin dalle prime battute, si conquista sornionamente il favore del pubblico per l’ostinazione con cui tenta di difendere quel bisogno di tranquillità e isolamento cui a tutti capita di anelare dopo una pessima giornata.
Marco Balbi è magistrale nel ruolo del vicino invadente, bisognoso di sentirsi ancora utile al prossimo per dare un senso alla propria vita, e riesce a stabilire con Brandi una grande sinergia. I loro personaggi dando vita a un coinvolgente tango e, tra una giravolta e un casquè, mostrano di incarnare le due facce di una stessa medaglia: pura di vivere e smettere di farlo.
Silvana Costa
Lo spettacolo continua:
Teatro Franco Parenti – Sala Blu
via Pier Lombardo, 14 – Milano
fino a sabato 31 ottobre 2026
www.teatrofrancoparenti.itConfesso che ho vissuto
di Marco Archetti e Francesco Brandi
regia Raffaele Latagliata
con Marco Balbi e Francesco Brandi
assistente alla regia e coreografie Elisa Caramaschi
scene realizzate presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti
luci Domenico Ferrari
produzione Teatro Franco Parenti
durata 1 ora e 20 minuti

