Intervista a Instabili Vaganti

Instabili Vaganti. Passato presente e futuro

Avevamo incontrato Instabili Vaganti a Bologna, in settembre, per TrenOff, manifestazione che rivitalizzava un quartiere periferico come Borgo Panigale-Reno e dava spazio ad artisti delle nuove generazioni. L’atmosfera era quella di un’attesa fiduciosa perché si pensava che la Compagnia avrebbe potuto continuare a lavorare nello spazio che occupava da anni, anche grazie alle dichiarazioni del Presidente di Quartiere, Vincenzo Naldi, che aveva elogiato la manifestazione, il lavoro di Instabili Vaganti e la partecipazione davvero entusiasmante del pubblico di fronte alla proposta teatrale, gratuita, offerta nella strada antistante il complesso edilizio Treno – per una sera restituito ai suoi abitanti. Ritroviamo Anna Dora Dorno a distanza di sei mesi per discutere del progetto Rags of Memory e per fare il punto sulla situazione che, come sempre in Italia, è della serie “io speriamo che me la cavo”. Anche se, a volte, c’è chi dice no.

Rags of Memory festeggia i dieci anni con un’ultima open call per artisti esponenti di diverse discipline e Paesi. Ci volete raccontare come è nata l’idea di questa serie di – mi verrebbe da definirli – incontri creativi?
Anna Dora Dorno: «Il progetto Rags of Memory nasce, in realtà, nel 2006; quindi, quest’anno saranno dodici gli anni di ricerca dedicati al progetto, ma in occasione della pubblicazione del libro Ricucire gli stracci della memoria, sostenuta dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e che racchiude le esperienze di dieci anni, abbiamo deciso di dirigere una nuova sessione di lavoro internazionale, la settima, nell’Oratorio San Filippo Neri di Bologna, in collaborazione con Mismaonda. La prima sessione si era tenuta nel 2009, sempre a Bologna, presso il suggestivo Teatro San Leonardo, nello spazio della ex-chiesa, quello in cui lavorava Leo De Berardinis. Alla sessione avevano preso parte attori del Grotowski Institute di Wroclaw, in Polonia, e colleghi italiani, appositamente selezionati attraverso un workshop intensivo. L’idea di realizzare dei percorsi di alta formazione e ricerca, aperti a partecipanti internazionali, è nata proprio al Grotowski Institute, dove eravamo in residenza per sviluppare il nostro progetto. L’allora direttore dell’Istituto ci aveva chiesto di “aprire” il nostro lavoro e di condividere il processo con i suoi allievi. E così abbiamo fatto: ci siamo subito resi conto che questa apertura dava un nuovo impulso al progetto stesso, ci permetteva di condividerlo, di arricchirlo e di cominciare la ricerca su uno tra gli aspetti della memoria che ci interessava particolarmente, ossia quello antropologico. Fino a quel momento avevamo esaminato la memoria individuale del performer e quella storica, legata al nostro territorio. Volevamo passare a esplorare quella collettiva e, soprattutto, il suo legame con le tradizioni performative che provenivano da differenti Paesi, creando un confronto culturale che ci permettesse di creare una base comune, un linguaggio multiculturale e interculturale dal quale partire per la creazione contemporanea. Nelle sessioni internazionali ci siamo proposti di fare questo, e soprattutto di dedicarci alla creazione artistica, alla ricerca fine a se stessa: qualcosa di raro al giorno d’oggi, che volevamo continuare a concederci nonostante le difficoltà imposte dal sistema produttivo italiano ed europeo».

Senza memoria non vi è futuro – usavano dire. Eppure sembrerebbe che la globalizzazione abbia portato a un appiattimento di usi e costumi che rasenta l’omologazione. Nei vostri incontri, che sono propriamente internazionali, trovate ancora spunti di riflessione di matrice autoctona?
A. D. D.: «Il fine delle sessioni internazionali del progetto Rags of memory è proprio quello di andare a rintracciare il sommerso, di recuperare le tradizioni performative dei differenti Paesi dei partecipanti, di coglierne l’essenza, e non solo la forma cristallizzata nel tempo. Essenza che, spesso, si rivela in elementi semplici, come una particolare presenza scenica, un ritmo, che cerchiamo di apprendere e comprendere, per far sì che si generi un reale scambio di pratiche e di qualità energetiche. Il nostro è sicuramente un contesto privilegiato di indagine: gli artisti che selezioniamo per il progetto hanno una specifica competenza e, spesso, il loro corpo custodisce tradizioni millenarie.  Da questo confronto e dalla volontà di condivisione e disponibilità alla “contaminazione” e “attualizzazione”, si generano interessanti riflessioni. Il progetto nasce da un’utopia – ossia quella di avere un luogo dove poter ancora condividere un processo di ricerca – e, come tale, tende all’universale, a riscoprire cioè una visione artistica capace di accomunare artisti provenienti da differenti culture ma anche di valorizzarne le specificità e le differenze. È attraverso il confronto che nasce la presa di coscienza del valore della propria cultura. Il qualche modo, il progetto rappresenta un atto di resistenza culturale che, però, non disdegna di usare i mezzi contemporanei per la creazione, la diffusione e il mantenimento delle relazioni che si creano tra gli individui».

Trovare luoghi di incontro in cui artisti di discipline e nazionalità diverse si incontrano è ovviamente importante. Perché allora quella che sembra una comune esigenza non trova molte possibilità di esplicitazione in Italia?
A. D. D.: «Domanda davvero difficile alla quale rispondere, e che continuiamo a porci. Sicuramente gioca un fattore importante il sistema di finanziamento pubblico che non aiuta a realizzare nulla in questa direzione. Per le nostre sessioni internazionali, per esempio, non abbiamo mai ricevuto fondi specifici e, spesso, i partecipanti devono autofinanziarsi. Esistono i fondi europei, ma per gli artisti è difficile dedicarsi alla progettazione europea, che richiede molto tempo e risorse umane che, purtroppo, non si hanno. Inoltre, i progetti non possono avere una dimensione mondiale ma solo europea. In Italia, poi, l’internazionalità sembra quasi un difetto. Ci sono molti pregiudizi e, soprattutto, la preoccupazione che gli spettatori non comprendano progetti di questo tipo. Al contrario, io credo che ci sia curiosità e disponibilità da parte del pubblico e, soprattutto, dei giovani che ormai vivono sempre più la dimensione “globale” a livello culturale».

A Bologna si terrà, dal 28 maggio al 6 giugno, la vostra ultima open call dedicata ad alcuni temi cruciali, quale il rapporto tra universale e globale. Il primo con valenze indubbiamente psicologiche e antropologiche, il secondo che rimanda alla mercificazione consumistica e all’appiattimento massmediatico. Esiste una possibilità di dialogo almeno artistico tra global e no-global?
A. D. D.: «Artisticamente parlando, io credo esista un rapporto importantissimo tra questi due termini, che permangono in costante dialettica nel nostro lavoro e nella modalità di sviluppo dei progetti. Potremmo dire che il nostro modo di lavorare e le tematiche che trattiamo sono globali, anche da un punto di vista critico, ma, al temo stesso, locali. Spesso trattiamo temi specifici che diventano archetipici e, di conseguenza, aprono la via verso l’universalizzazione dei contenuti e dei messaggi. No-global potremmo definire il nostro “atteggiamento politico”; la maniera con la quale indaghiamo i temi sociali – per noi importantissimi; la modalità con la quale facciamo ricerca, che si basa su un forte radicamento nelle culture con le quali entriamo in contatto attraverso questi progetti internazionali ma anche, e soprattutto, grazie a un processo personale di rielaborazione artistica di tali contenuti. Globale è però il nostro modo di coinvolgere altri artisti, provenienti da tutto il mondo; così come la circuitazione dei nostri spettacoli e la diffusione dei progetti. Potremmo dire che il nostro essere Instabili e Vaganti è perfettamente in linea con la modernità liquida di cui parla Bauman. Un’attitudine che partiva da una difficoltà e che abbiamo reso una qualità grazie alla consapevolezza delle caratteristiche di questa era contemporanea. Trasformare il globale in una risorsa e invertire la tendenza all’appiattimento è quello che ci proponiamo, forse in maniera utopica, ma è quello che tentiamo di fare».

L’altro tema portante è quello del rapporto tra utopia, il suo opposto, ossia la distopia, ed eutopia. Quale la differenza tra i primo e il terzo termine?
A. D. D.: «Come accennavo nella precedente risposta, la nostra visione utopica del mondo ci ha portato spesso a creare non solo spettacoli ma progetti, attraverso i quali volevamo realizzare, almeno in parte, la nostra visione del mondo e dell’arte, libera da pregiudizi e catalogazioni, multiculturale e multidisciplinare. L’utopia è etimologicamente qualcosa d’irraggiungibile, alla quale però ci piace tendere, mentre l’eutopia è un luogo reale, “buono” e cioè protetto, dove l’artista può dedicarsi alla creazione senza vincoli. Abbiamo tentato, mediante i nostri progetti, di creare questo luogo, anche se non stabilmente, purtroppo, dato che nella stabilità entrano sempre in causa forze diverse (politiche, sociali, etc.) ma quantomeno temporaneo, nel quale i processi di creazione e condivisione tra artisti o anche solo partecipanti, studenti, interessati, potessero realizzarsi concretamente».

Durante la manifestazione bolognese, sarà anche presentato il libro Ricucire gli Stracci della Memoria. Come si ricostruisce sulla pagina scritta un’esperienza lunga dieci anni e che nasce e si esprime nell’effimero teatrale?
A. D. D.: «Per noi ricostruire il progetto sulla carta è un’esperienza nuova e molto interessante. Sentivamo l’esigenza di raccogliere e rendere meno “effimera” tutta la ricerca compiuta. Credo che, in questo memento, la Compagnia sia in una fase riflessiva ed evolutiva al tempo stesso. Negli ultimi anni di attività abbiamo fatto moltissime esperienze, spesso senza avere il tempo di guardarci indietro per esaminare il nostro passato. Adesso ci piacerebbe poter volgere lo sguardo alle nostre spalle e capire come andare avanti, forti del bagaglio acquisito, ma anche come fare per non ripeterci, e per creare qualcosa di nuovo che possa stupire, innanzi tutto, noi stessi. L’occasione di questo libro ci porta a riflettere su uno tra i nostri progetti ma anche su parte della nostra vita artistica – e ci sta facendo interrogare sul futuro. Non a caso, la sessione internazionale di Rags of Memory, che si svolgerà durante il nostro Festival PerformAzioni, ha come titolo e tema di indagine The end. Sentiamo la necessità di porre la parola fine a questo progetto, considerandola però non come morte di qualcosa ma come momento di trasformazione, di rinascita o di completamento. Per questo abbiamo deciso di aprire la call ad altri artisti così da riflettere insieme sui temi del progetto stesso e capire insieme se le domande che ci stiamo ponendo conservano ancora l’urgenza degli inizi, unitamente alla loro carica e forza espressiva».

Tornando a Bologna, dove si svolgerà l’open call, e città nella quale avete lavorato per anni e dove l’anno scorso avete anche presentato TrenOff, com’è la situazione in merito alla sede della vostra Compagnia?
A. D. D.: «La situazione che in questo momento viviamo a Bologna è per noi molto difficile. Siamo in uno stato d’ incertezza totale, nel quale è davvero difficile continuare a fare progetti e anche a produrre. Il senso di delusione che stiamo vivendo è davvero molto forte: ci sentiamo precari, anche se questa non è una novità,  e siamo anche preoccupati per tutte le persone che lavorano con noi – perché forse non potremo proseguire le collaborazioni e assicurare dei contratti stabili come abbiamo sempre fatto. Il Quartiere Borgo Panigale-Reno, che ci aveva concesso in gestione i locali che con tanta fatica abbiamo trasformato nel LIV Performing Arts Centre, ha deciso di fare un nuovo bando, cambiando le linee d’indirizzo e destinando quegli stessi locali per attività musicali. Al momento, siamo in attesa di ricevere gli esiti del bando, al quale – a malincuore e molto contrariati – abbiamo partecipato, presentando però un progetto che riunisce anche molti musicisti. Chiaramente ci aspettavamo un riconoscimento delle nostre attività e non un tentativo di distruzione delle stesse. Il precedente Assessore alla cultura si era impegnato a cercare una soluzione per la nostra situazione; mentre, allo stato attuale, il nuovo Assessore (a Bologna abbiamo cambiato quattro assessori alla cultura in quattro anni) non ci ha ancora ricevuti e sembra trascurare la problematica e le sue ripercussioni sul nostro lavoro, sulla comunità che ci ha seguiti per otto anni e sui nostri dipendenti. Siamo riusciti a trasferire diversi progetti in altre location, ma ve ne saranno alcuni ai quali, credo, dovremo rinunciare. Come sempre dall’estero riceviamo attestati di solidarietà e tanti colleghi ci hanno offerto il loro spazio di lavoro per continuare a produrre. Per esempio, saremo in residenza tra ottobre e dicembre in Uruguay per sviluppare la nostra nuova produzione, The Global City. In Italia, al contrario, questa solidarietà sembra non esistere e, nonostante si siano contattate quasi tutte le sedi di residenza, nessuno ci ha dato risposte positive. La cosa più assurda è che, in teoria, in base al bando, le tempistiche di un eventuale trasferimento, o sarebbe meglio dire dello sgombero dei locali, sarebbero indicate per il mese di marzo di quest’anno. Ma, allo stato attuale, non sappiamo nemmeno i risultati dello stesso. In breve, dopo quasi quindici anni di lavoro a Bologna stiamo seriamente pensando a un trasferimento definitivo in altre parti del mondo. Questo ci rammarica molto perché il nostro obiettivo era quello di dirigere uno spazio, un teatro (come molti colleghi della nostra età e con gli stessi anni di attività alle spalle hanno l’opportunità di fare), dove far confluire le nostre esperienze internazionali, permettendo ai progetti in corso e ad altri nuovi di germogliare. Purtroppo, la città in cui viviamo sembra essere totalmente indifferente a questa richiesta e, di conseguenza, credo che anche il Festival TrenOff non potrà essere replicato. D’altronde ci piacerebbe poter rimanere, se non a Bologna, almeno in Italia. Perciò ne approfittiamo per lanciare un appello a chi volesse dare una casa agli Instabili Vaganti, dove poter far crescere i nostri numerosi progetti, sperando che l’utopia diventi un’eutopia».

Il vostro spettacolo, Desaparecidos#43, è andato in scena dal 15 al 18 febbraio a La Vilella Teatre di Barcellona e sarà replicato a Torino il 24 e 25 febbraio, nell’ambito della Rassegna Schegge In di CUBO Teatro. Avendo voi contatti diretti con il Messico, avete notizie sull’indagine relativa alla scomparsa degli studenti di Ayotzinapa?
A. D. D.: «Purtroppo non abbiamo notizie in merito alla vicenda di Ayotzinapa, nel senso che nulla è cambiato da quel 26 settembre 2014, e da quando il Governo messicano ha dato la sua versione ufficiale, ossia che i 43 studenti sono stati consegnati ai narcotrafficanti che li hanno uccisi e poi hanno bruciato i loro corpi nella discarica di Cocula. Chiaramente la protesta si è affievolita, anche se i genitori delle vittime continuano la loro campagna di sensibilizzazione. Quello che davvero ci dispiace molto è che episodi di questo tipo continuino ad accadere in Messico. Pochi giorni fa abbiamo appreso della sparizione di tre italiani. Anche se allo stato attuale non sono chiare le dinamiche, possiamo dire che la situazione si sta aggravando. Quello che fa rabbia è che non ci sia una presa di posizione da parte degli Stati europei ma si continui a trascurare e ignorare quanto sta accadendo. L’impunità e l’occultamento della verità generano conseguenze enormi a livello internazionale. In Argentina, per esempio, il caso di Santiago Maldonado, attivista Mapuche, fatto sparire e poi ritrovato morto, risveglia anche in quel Paese paure non ancora sopite. Da parte nostra siamo soddisfatti della risposta avuta nelle repliche di Barcellona, soprattutto perché i giornalisti che hanno scritto dello spettacolo hanno di nuovo messo in luce la notizia, e il pubblico che non ne aveva conoscenza è rimasto scosso. Sicuramente il nostro è un piccolissimo contributo ma pensiamo sia fondamentale continuare a presentare lo spettacolo in differenti Paesi per ricordare ciò che è accaduto e continua ad accadere in Messico e in altre parti del mondo».

Simona M. Frigerio

www.instabilivaganti.com

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