From the inside

Aline Nari colpisce con un nuovo lavoro dedicato alla filosofia con i bambini. Al Teatro San Girolamo di Lucca va in scena Luce.

Prima di cominciare con la recensione vera e propria crediamo sia necessaria una precisazione molto importante, ovvero che chi scrive conduce da diversi anni laboratori di filosofia con i bambini. Perché questa premessa? Perché Luce nasce sia come elaborazione di un percorso laboratoriale condotto da Nari insieme al filosofo Luca Mori (esperto in questo campo) e di altre attività che l’artista ha elaborato e guidato da sola, sia da un’esigenza personale di interrogarsi e riscoprire, grazie allo sguardo dei bambini, alcune grandi domande della vita. Le famose domande esistenziali.
Perché, dunque, la precisazione iniziale? Perché uno dei grandi pregi dello spettacolo è proprio quello di fare respirare il profumo e l’atmosfera, l’energia, che caratterizzano il lavoro filosofico coi più piccoli, e soprattutto perché tutto, nello spettacolo, riesce a trovare appiglio e a inscriversi in un vissuto e in un’esperienza, avendo facilmente un senso. A ogni segno si attribuisce un significato senza difficoltà. Una facilità che, forse, trova ragione nella condivisione di un background comune.
Da subito l’avvenimento che ci colpisce, in attesa della visione dello spettacolo e leggendo il foglio di sala, è la presa di consapevolezza che la luce non nasce dalle risposte, ma dalle domande. Ogni domanda, qualsiasi domanda, è una piccola fonte di luce. E così quella metafora che, attraverso l’idea di luce ha trasformato la storia dell’umanità, tanto da diventare un movimento e ispirare grandi rivoluzioni, si ridimensiona: la luce non è quella portata dalla ragione in sé e per sé, e dalle sue scoperte, dalla sua scienza, ma è quella che nasce ancora prima, nella capacità destabilizzante e potenzialmente sovversiva delle domande. Paradossalmente, non c’è luce in chi conosce ogni cosa. Sono le domande a mettere in moto il pensiero. Sono le domande che permettono di fare esperienza della propria libertà, di riscoprirla e impossessarsene.
Veniamo quindi allo spettacolo. Vi scorgiamo una suddivisione in tre grandi momenti, cui si accompagnano altrettante atmosfere diverse e situazioni luminose. Nella prima, spazio alle domande: nel buio, piccoli punti di luce, di diverse forme e conformazioni, muovono la giovane protagonista. Ogni domanda che nasce da dentro, agita e scuote. Ci sono tanti tipi di domande, quelle che portano alle scienze dure e quelle filosofiche, quelle sull’amore e le altre sulle relazioni. Tutte sono importanti. Ognuna è una porta aperta sulla ricerca.
Nella seconda fase si pone attenzione e si dà spazio a eventuali risposte. Affascina molto la resa delle dinamiche che dominano nel luogo dove si conoscono tutte le risposte: i pochi segni utilizzati convergono nella resa dello stesso significato, ovvero la differenza fra il tipo di luce che caratterizza le domande rispetto a quello delle risposte; nonché le differenti potenzialità e i differenti atteggiamenti che, rispettivamente,  emergono. Nel luogo dove si sanno tutte le risposte, infatti, il vestito è splendente, restituisce una luce che non nasce e brilla da dentro, ma arriva da fuori e si riflette, abbaglia, lampeggia; a ogni risposta data corrisponde il suono di un quiz televisivo, ricordando quanto spesso si confondano il sapere e la conoscenza con il ricordare a memoria tutte le risposte (basti citare che uno tra i miti della cultura statunitense è la misurazione della conoscenza e dell’intelligenza in termini di nozioni che si conoscono a memoria). Alla presunta verità delle risposte si accompagna anche l’arroganza di chi vuole imporre le proprie verità e conoscenze, l’aggressività di chi vuole e crede di avere ragione. La battaglia si fa epica, la spada laser, che divide i (presunti) buoni dai (presunti) cattivi – i ribelli e l’Impero – difende l’ostinazione favorendo la divisione del mondo in chi ha torto e chi ragione.
Il finale (la terza fase) è, al contrario, una festa di leggerezza e ludica: il bruco/lumaca con il mantello in monopattino ci ricorda che è più divertente (e utile) se si cercano le risposte senza prendersi troppo sul serio, senza blindarsi nelle proprie posizioni. La differenza allora non è temuta, e non è causa di divisioni insormontabili.
Ci appare così, nel complesso, anche una sorta di percorso: dalla nascita del pensiero – a partire dal sorgere delle domande, con il loro smuovere l’individuo – alla sistematizzazione in una visione coerente, da rimettere poi in discussione; dal trasformarsi delle domande in sistemi autonomi, in pensiero filosofico con cui poi l’individuo si riconfronta, alla diatriba fra le risposte e il dramma dell’arroganza della presunta verità; per finire con la riscoperta del gioco e della leggerezza.
Le immagini, la danza e la musica accompagnano questa evoluzione, con un ritmo posato, ma sempre coerente ed equilibrato come in un respiro. Certo, ci si chiede come tutto questo sia recepito dai giovani spettatori (o da un pubblico che non sia uso a questo genere di attività): lo schema narrativo è pressoché inesistente, se non nel percorso che abbiamo ipotizzato, e molto spazio, soprattutto all’inizio, è lasciato alle semplici domande, che si susseguono e cascano come gocce, nel mare ampio, calmo e accogliente della danza.
Qualcosa certo si smuove se il pubblico interviene spontaneamente per rispondere. L’intento delle domande è quello di mettere in discussione ciò che è dato per scontato, questo è il loro scopo: mettere in crisi, in discussione, aprire squarci di luce attraverso il velo del reale.
Così, sentire pronunciare un bel «no» alla domanda «Chi comanda ha sempre ragione?» fa ben sperare.
Come accennato uno dei grandi pregi è quello di restituire l’atmosfera di interrogazione curiosa e semplice che compiono i bambini quando sono stimolati. La visione dei più piccoli, così poetica, animata da stupore, meraviglia, dubbio o sconcerto (principi di filosofia) percorre lo spettacolo, dalle domande presentate (che sono una semplice trascrizione riorganizzata di quelle fatte dai piccoli filosofi) alla resa scenica. Uno sguardo bambino che, privo delle paranoie e dei paraocchi degli adulti (ciechi o ottusi e preoccupati più spesso di dire la cosa giusta che di farsi guidare dalla curiosità) è capace di porre domande in grado di offrire una prospettiva straniata, distorta, nuova, spiazzante per la razionalità compassata e, a volte, pomposa degli adulti.

Mailè Orsi

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro San Girolamo Lucca
Lucca
giovedì 15 marzo, ore 9.45

Luce
ideazione, testi, regia e coreografia di Aline Nari

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