Non solo ninfee

Fino a fine gennaio è esposta a Palazzo Reale di Milano una selezione di capolavori di Claude Monet che attinge alla collezione privata dell’artista, custodita gelosamente nella sua abitazione di Giverny. Opere da cui non ha mai voluto separarsi, capaci di ricostruirne il percorso artistico e approfondirne peculiarità e tematiche ma pure di ricreare la magia del giardino con le infinite varietà di piante e scenari.

Le opere di Claude Monet, dopo aver preso parte a Palazzo Reale di Milano a innumerevoli mostre collettive – si pensi per esempio a Guggenheim. La collezione Thannhauser da Van Gogh a Picasso, solo l’ultima in ordine cronologico –, sono ora protagoniste assolute di Monet dal Musée Marmottan Monet, Parigi. L’esposizione afferisce al progetto pluriennale Musei del mondo a Palazzo Reale, volto a portare nel capoluogo lombardo un assaggio delle collezioni dei più prestigiosi istituti museali internazionali.
La curatela è affidata a Marianne Mathieu, storica dell’arte e direttrice del celeberrimo museo francese, che per l’occasione ha selezionato 53 opere di Monet avendo cura di spaziare tra i generi, le fasi e i soggetti al fine di restituire a tutto tondo il ritratto di un artista che, intenzionalmente o meno, ha rivoluzionato il mondo dell’arte più volte nel corso della carriera.
Il percorso di visita si articola in sette sezioni intese ad analizzare le principali tappe dell’evoluzione artistica del pittore. La prima, intitolata Le origini del Musée Marmottan Monet: dallo Stile Impero all’Impressionismo, è in realtà una premessa, una sezione a sé stante dedicata alla figura dello studioso Paul Marmottan che alla morte lascia all’Académie des beaux-arts il palazzo di famiglia e le collezioni d’arte e di manufatti risalenti al Primo Impero Napoleonico. Tra gli oggetti di studio di Marmottan ricadono anche le dimore napoleoniche, tra cui Palazzo Reale di Milano, residenza ufficiale di Eugenio di Beauharnais, figlio adottivo dell’Imperatore e da questi nominato nel 1805 Viceré del neonato Regno d’Italia. La prima sala dell’esposizione offre perciò al pubblico un tuffo nel passato riscostruendo, grazie a mobili e suppellettili d’epoca, un ambiente del periodo.
Nel 1966 il Musée Marmottan si arricchisce della più vasta raccolta al mondo di opere di Claude Monet grazie al lascito di Michel, figlio minore dell’artista. La scelta di Michel è quantomeno azzardata: si vengono in questo modo a trovare sotto lo stesso tetto dipinti realizzati secondo i principi dell’Accademismo e le opere del fondatore dell’Impressionismo che quei canoni ha sempre respinto. Una situazione ricreata in mostra, accostando il formale Ritratto di Paul Marmottan (1899) eseguito da Johan Georg Otto von Rosen ai due realizzati da Claude Monet al piccolo Michel (1878/79 e 1883) con ampie e veloci pennellate, Paesaggio con vascello, figure, statua di Iside (1801) di Martin Knoller a Veliero con la bassa marea (1883/87 circa) di Eugène Boudin.
È Boudin, incontrato per caso nel 1856 nella bottega del corniciaio a Le Havre, che spinge Monet a cimentarsi con la pittura en plein air: è la scoperta di un nuovo modo di dipingere inteso non tanto a cogliere i dettagli del soggetto quanto a scolpirlo con la luce. É una lezione che il giovane artista tiene a mente una volta trasferitosi a Parigi per frequentare l’Académie Suisse e i corsi di Charles Gleyre all’Ecole impériale des beaux-arts dove stringe amicizia con Frédéric Bazille, Auguste Renoir e Alfred Sisley. L’impostazione di Gleyre è fedele ai precetti del classico Accademismo e gli allievi, ormai affascinati dal nuovo modo di dipingere mostrato loro da Monet, in breve tempo abbandonano i corsi e danno vita alla rivoluzione impressionista. In mostra non è purtroppo giunto in prestito il celeberrimo Impressione, levar del sole (1872) da cui, grazie alle feroci critiche di Louis Leroy, il Movimento mutua il nome ma sono presenti altre opere iconiche, a iniziare da Passeggiata vicino ad Argenteuil (1875).
Le sezioni successive dell’esposizione sono organizzate da Marianne Mathieu in modo da approfondire alcune delle tematiche care all’artista, come i titoli denunciano: La pittura en plein air; La luce impressionista; Da Londra al giardino: nuove prospettive; Le grandi decorazioni; Monet e l’astrazione e Le rose. Sala dopo sala si scoprono le piccole grandi rivoluzioni introdotte da Monet nelle proprie opere: le ninfee, per esempio, sono ritratte senza sollevare gli occhi dal pelo dell’acqua, nemmeno quel poco che basta per scorgere la linea dell’orizzonte, arrivando ad annullare la prospettiva. Il soggetto, per quanto apparentemente romantico, è scelto per la sua mera utilità allo studio della luce riflessa dall’acqua e, con essa, delle nuvole e della vegetazione che cresce sulle rive dello stagno di Giverny. La prospettiva viene meno anche nelle vedute londinesi in cui la nebbia avvolge ogni cosa, trasfigurandola nelle forme e nei colori: Ponte di Charing Cross. Fumo nella nebbia. Impressione (1902) o Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi (1905). Un’evanescenza delle forme che caratterizza anche le figure umane: si può infatti notare come, a partire dai ritratti al figlio esposti nelle prime sale del percorso di visita, le persone presenti nei quadri di questo artista, nato come caricaturista per le strade di Le Havre, perdano via via i propri connotati, fino a essere ombre che attraversano il paesaggio. A tal proposito si veda la moglie, protagonista di Camille sulla spiaggia e La spiaggia di Trouville (entrambe1870), il cui volto perde progressivamente di definizione e le cui vesti color crema finiscono per fondersi con la sabbia.
Le innovazioni sono anche di carattere tecnico: quando i produttori di colori iniziano a confezionarli in tubetti pronti all’uso, per i pittori diventa più agevole viaggiare alla ricerca di nuovi soggetti, complice pure l’introduzione nell’Ottocento della locomotiva a vapore e lo sviluppo di una fitta rete ferroviaria. Ça va sans dire che le tele si riducono di dimensioni per poter essere trasportate agevolmente e acquisisce importanza il trattamento cui sono sottoposte prima dell’uso. I focus di approfondimento presenti lungo il percorso di visita raccontano come Monet scelga i propri colori in base alla loro durevolezza e di come, per velocizzare l’esecuzione del lavoro, abbandoni la consuetudine di mischiarli sulla tavolozza per stenderli in purezza.
La parte migliore, come da manuale, attende il visitatore alla fine del percorso: nel 1908 Monet si ammala di cataratta e arriva a rasentare la cecità, la sua percezione della realtà si appanna ma egli non smette di dipingere. I colori sulla tavolozza si riducono di numero e sulla tela le forme cedono il posto al movimento: è qualcosa di straordinariamente emozionate e nuovo per l’epoca e farà da precursore all’Arte astratta. La curatrice accosta diverse versoni del viale delle rose, del ponte giapponese e del salice piangente a mostrare come cambi nel giro di poco tempo la visione e la riproduzione di tali soggetti, al progredire della malattia, sino all’operazione che ne risolve in parte i problemi.
Se, come sottolinea Marianne Mathieu, il ponte giapponese anticipa di svariati decenni l’Action painting di Jackson Pollock, è tuttavia vero che nelle marine si respira l’influenza di Turner le cui opere Monet ha modo di studiare durante i soggiorni londinesi. Ispirazione che sarebbe ancor più evidente nelle marine notturne ma purtroppo in mostra non è presente alcun esemplare di questa serie. A Londra Monet deve essere rimasto suggestionato anche dalle surreali visioni di William Blake cui si avvicina molto Ninfee (1907) immortalate nella luce dorata del tramonto.
La mostra è davvero ben concepita e articolata, capace di spazzare via il sospetto che si tratti della solita accozzaglia di capolavori composta solo per attirare il pubblico, sempre sensibile ai maestri impressionisti. Ciascuna opera è accompagnata da meticolose didascalie che permettono, al di là dell’evidente bellezza, di coglierne le peculiarità tecniche, la dirompente carica innovativa e i riferimenti ad altri autori. Ammettiamo che il progetto di allestimento è banale, le ricostruzioni multimediali tutto sommato inutili e l’illuminazione pessima ma poco importa: tali aspetti sono solo la veste di un evento che nei contenuti è semplicemente imperdibile.
Monet dal Musée Marmottan Monet, Parigi è aperta sino al 30 gennaio ma attenzione: la disponibilità di biglietti, soprattutto nei fine settimana, è estremamente ridotta se non inesistente. Se l’intenzione è visitarla in occasione delle imminenti festività natalizie suggeriamo di provvedere da subito a prenotare i biglietti sul sito.

Silvana Costa

 

La mostra continua a:
Palazzo Reale

piazza Duomo, 12 – Milano
fino a domenica 30gennaio 2022
orari: martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 10.00 – 19.30
giovedì 10.00 – 22.30
lunedì chiuso
la biglietteria chiude un’ora prima
www.palazzorealemilano.it

Monet
Dal Musée Marmottan Monet, Parigi
a cura di Marianne Mathieu
una mostra Palazzo Reale, Comune di Milano, Arthemisia
in collaborazione con Musée Marmottan Monet, Parigi, Académie Des Beaux – Arts – Institut de France
progetto di allestimento BC Progetti di Alessandro Baldoni e Giuseppe Catania
con Francesca Romana Mazzoni
lighting designer Francesco Murano
progetto immagine coordinata e grafica di mostra Angela Scatigna
www.monetmilano.it

Catalogo:
Monet
Dal Musée Marmottan Monet, Parigi
a cura di Marianne Mathieu
Skira, 2021
24 × 30 cm, 220 pagine, 130 colori e b/n, cartonato
prezzo: 32,00 euro
www.skira.net

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