Yorick. Un cupo affondare

Un nuovo lavoro per Simone Perinelli e Leviedelfool, al suo debutto nazionale al Teatro Era di Pontedera. Nella Sala grande, l’attore e autore conduce il pubblico in un viaggio fra sopra e sotto, nel grande mare dell’esistenza (o della morte?) con Yorick.

Dall’Amleto Shakespeariano, ecco Yorick, il matto del re, il buffone seppellito anni prima, in scena direttamente dal sottosuolo. A partire da questo personaggio prende vita uno spettacolo controverso, un calderone ribollente di simboli, immagini, testi, che formano un insieme impazzito. Il lavoro, infatti, appare fortemente diviso in due parti, in cui il punto di svolta è la scena del telefono sulla scala.
Nella prima parte si susseguono monologhi, recitati da varie posizioni. Inizialmente dalla vasca, come a presentarsi, poi utilizzando i vari microfoni, in una relazione con la musica che varia dal sottofondo alla simbiosi, dove la voce si fonde al suono. Lo spazio appare fortemente caratterizzato, suddiviso in zone precise dagli elementi della scenografia. Proprio in virtù di questa profonda marcatura, sembra legittimo interrogarsi sul suo significato – lo stesso vale per i vari microfoni. Al contrario, l’organizzazione dello spazio, l’uso dei microfoni e degli altri oggetti in scena (come, ad esempio, il galletto) sono segni ai quali si fatica a dare un significato. In questa prima parte, infatti, la costruzione di un percorso di senso risulta difficile (nonostante l’impegno e la buona volontà). Vi si individua la peculiarità degli oggetti del fool, caratterizzati dal colore rosso, su una scena nel complesso bruna/terrigna. Ma l’errore blu non è evitato, dato che clave e attrezzeria da giocoliere, sebbene presenti in scena, non sono effettivamente utilizzati. Terribile delusione.
Alcune scelte recitative, nella costruzione delle scene, sono faticose da seguire, talvolta fastidiose, rendendo difficile la visione. Ci riferiamo al costante movimento spezzato che accompagna, in particolare, la figura della menade e quella del poeta in occhialini (per utilizzare due ipotetiche etichette). Ammettiamo però che questa sezione richiama troppo nella nostra mente i Giganti della Montagna di Roberto Latini (con un esito ben diverso sotto tutti i punti di vista – attoriale, musicale, testuale) e che la fruizione risente molto di detto costante riferimento, rimanendovi intrappolata.
Dalla scena del telefono sulla scala, grazie alla poesia suscitata dall’immagine della pioggia dorata, e alla dolcezza e malinconia del ricordo, qualcosa cambia. Bellezza, tenerezza, profondo dolore e mestizia si mescolano. Questo momento ci regala parole che sono balsamo per la sofferenza e un’immagine che si è felici di custodire nella memoria per provare a resistere al dolore della perdita.
A partire, quindi, da questo punto vi è uno scarto – e si riesce, anche retrospettivamente, a disegnare una rotta di significato fra i vari simboli. Si può fare tesoro di alcune parole chiave e concetti cardine: quello del mare e del marinaio (figura a lungo attesa); la contrapposizione fra mare aperto e acqua gocciolante nel sottosuolo, quasi che il mare, con tutte le sue difficoltà, fosse l’anima viva – con i suoi moti e le sue condizioni; l’immagine (quasi ossimorica eppure così reale) di mare calmo come anima pesante; la capacità potente del marinaio di stare di fronte all’oceano senza nascondersi in coperta. La figura del marinaio si contrappone a quella del medico, inventore di malati. È il marinaio e non il medico a conoscere il mare, i suoi segreti, a sapervisi muovere, a guardarlo senza timore: là dove in realtà non ci sono rotte, o schemi, è il marinaio a saper ascoltare, in un’intima e amorevole conoscenza, un mare/anima dal meteo sempre instabile (imprevedibile, talvolta) fatto di «acque arrabbiate e solitudini sparse nelle zone del no». L’attesa del marinaio arriva a un esito nell’ultima immagine, quando però la morte sembra già essersi presa tutto. E allora ci si chiede se il navigare sia il navigare nella morte; il saper morire. Con uno slittamento e un cambiamento di senso, questo finale contrasta con i percorsi che ci si era costruiti in precedenza, mettendoli in discussione e obbligando a riconsiderare il tutto.
Niente di male in questa scelta e, di certo, è sempre concepibile il fatto di non riuscire a orientarsi (a volte, è perfino controproducente cercare di capire). Quello che disorienta – e lascia perplessi – è l’incongruenza, la contraddizione. Il significare una cosa, e il suo contrario. I vari percorsi si rivelano sempre fragili e in conflitto con visioni e re-interpretazioni successive degli stessi segni. Ne risulta un insieme incoerente, incongruente, centrifugo. Si susseguono troppe immagini e suggestioni, come a pescare a piene mani dal repertorio della coscienza, dei ricordi, dell’immaginario. Troppi stimoli, su cui la mente fatica a posarsi e che tirano in direzioni di significato contrastanti: si pensi di nuovo al finale. Per quanto di grande impatto visivo, vi si ritrova l’elemento del mare, ma anche della morte, della nave, del pirata, dello scheletro-pirata (e qui, onestamente, Jack Sparrow fa capolino).
Anche i testi si susseguono quasi senza sosta in una continua alternanza di riferimenti e spunti, tanto da non lasciare allo spettatore alcuno spazio per respirare. Stesso discorso per gli stili – vari ed eterogenei – che si sommano in una collazione e miscellanea, in cui si fatica a trovare una direzione. Come già puntualizzato, ci si può domandare se sia necessario trovare sempre un senso. E la risposta può anche essere no ma, come scritto, quando i simboli risultino incongruenti al loro interno è questione più faticosa da gestire. Si diceva, anticamente, che il poeta poteva trovare collegamenti inusuali fra le cose, per scoprire significati nuovi. Ma, sebbene i simboli qui si sprechino, di significati nuovi non se ne trovano.
Forse, riferendosi alla pazzia, e alla logica tutta particolare dei cosiddetti folli, l’intento dello spettacolo è portarne in scena il turbinio. E allora non stupirà se ci sente persi e non si comprenda. Occorre, però, ricordare che la logica tutta peculiare della follia è in definitiva qualcosa di ben diverso dalla semplice mancanza di logica. Al contrario, anche leggendo le note di regia e le informazioni relative al progetto, sembra piuttosto – o nuovamente, se si ripensa a Heretico – che si sia cercato di fare una sorta di riflessione illogica di libere associazioni su teorie e problemi. Una combinazione che non conduce a grandi risultati: l’accostamento illogico non porta in questo caso a scoprire cose nuove, mentre la mancanza di approfondimento teorico impedisce grandi risultati. Se per Heretico la forza del tema riusciva comunque a tenere in piedi lo spettacolo, qui i vari pezzi si sparpagliano a terra: le clave del giocoliere cascano a terra – il numero non è riuscito.
Un ulteriore appunto è però necessario. Durante l’intero spettacolo si ha la sensazione di piccoli interventi – frecciatine, si direbbe – nei conforti della realtà politica attuale e delle vicende legate ai migranti. Nonostante si intenda, forse, esprimere disappunto al riguardo, i vari interventi risultano decisamente fuori luogo. Leggendo il foglio di sala, il riferimento succitato si spiega – rivelandosi in ogni caso molto discutibile.
Yorick è uno spettacolo dal temperamento cupo, ombroso, con un che di romantico, mesto, perfino triste. Forse con una vena di rabbia latente, di quella sorta di risentimento che chiede, citando un verso della filastrocca La farfalletta – ovvero La vispa Teresa: “vivendo, volando che male ti fo’?”. Da un lato, vi ritroviamo quindi una rivendicazione del diritto del singolo di vivere a pieno la propria esistenza (del singolo, ma forse soprattutto dell’artista) e, dall’altro, in altri punti dello spettacolo, il richiamo al rispetto di sé, fondamento per un’autentica libertà. Di cosa ci parla allora Yorick? Ci parla di Amleto? È una sorta di spin off del dramma? Racconta la fatica della maschera della follia, o del potere salvifico del fool? Della morte, oppure della angosciante compresenza di Essere e Non Essere (ancora una volta non suddivisi da nessuna linea di demarcazione)? O è una cupa esplorazione del Non Essere? Se sì, inteso come?
In ogni caso, bisogna ammettere che le diverse soluzioni sono di grande impatto visivo. Oltre a quella citata della scala, ricordiamo l’immagine del viaggio per mare (in cui forse, non a caso, la clave da giocoliere rimane strumento fondamentale, remo che fa muovere la barca) con luci e fondale che contribuiscono alla creazione di un effetto di grande fascino. Uno spettacolo esteticamente bello da vedere. E con un finale che, nonostante le riserve espresse, è ugualmente di grande impatto.
In generale un meteo tempestoso e variabile: si solca il mare a fatica, fra annuvolamenti e schiarite sullo sfondo costante di una cupa cortina di nubi all’orizzonte.

Mailè Orsi

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
Parco Jerzy Grotowski
via Indipendenza
Pontedera (PI)
sabato 13 ottobre, ore 21.00
www.teatroera.it

Leviedelfool presenta:
Yorick
Un Amleto dal sottosuolo
con Simone Perinelli
drammaturgia e regia Simone Perinelli
aiuto regia Isabella Rotolo
musiche originali Massimiliano Setti
al violoncello Luca Tilli
disegno luci e scene Fabio Giommarelli
tecnico del suono Marco Gorini
costumi Laura Bartelloni – Labàrt Design
foto e video Manuela Giusto
produzione Fondazione Teatro della Toscana, Leviedelfool
con il sostegno di Pilar Ternera / Nuovo Teatro delle Commedie e ALDES / SPAM!

Share
Questa voce è stata pubblicata in 2018, festival&stagioni, Pontedera, Teatro Era e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.