L’autoritratto

Natalie Rudd illustra le tante accezioni di un genere utilizzato dagli artisti ora per raccontare al pubblico qualcosa di sé, ora per indagare gli oscuri meandri del proprio subconscio, ora quale strumento di rivendicazioni sociali. Una raccolta di opere dei grandi nomi di pittura, scultura e performance per capire come l’autoritratto nei secoli sia stato specchio dell’evoluzione culturale.

La collana Art Essentials edita da 24 ORE Cultura si arricchisce di un nuovo titolo: L’autoritratto a cura di Natalie Rudd, esperta di arte moderna e contemporanea e Senior Curator dell’Arts Council Collection. Difficilmente si sarebbe potuto optare per un argomento più attuale in quest’epoca in cui la tecnologia si mette al servizio del narcisismo dilagante per inondare la rete di selfie, in genere efficaci nel trasmettere null’altro che un gran senso di noia.
Il volume racconta l’evoluzione della rappresentazione di sé nel corso degli ultimi sei secoli della storia dell’arte, attraverso tecniche, stili e soluzioni con cui gli autori si sono proposti al pubblico e ai committenti. Sono sei le sezioni tematiche per un totale di 60 schede monografiche, dedicate ad altrettanti artisti selezionati sia tra i grandi maestri sia tra gli esponenti più interessanti del panorama contemporaneo. Natalie Rudd balza attraverso i secoli utilizzando l’autoritratto quale chiave di lettura delle trasformazioni storico-culturali. Racconta di un genere artistico che da forma di promozione personale è diventato via via strumento di lotta all’accademismo, metodo di indagine introspettiva o cassa di risonanza per battaglie sociali.
Il viaggio parte dal Quattrocento con due ritratti di Jan van Eyck: I coniugi Arnolfini (1434) e L’uomo con turbante rosso (1433). Nel primo l’artista si scorge appena, riflesso nello specchio convesso, parte del ricco arredo della stanza dove i due giovani stanno pronunciando i voti nuziali; nel secondo si presenta con l’espressione seria, a mezzo busto, con abiti neri che si stemperano nello sfondo monocromo, ravvivando la scena solo con il rosso del copricapo di sapore esotico. Due soluzioni diametralmente opposte: una esprime la perizia nella rappresentazione delle scene ambientate, la voglia di stupire e di giocare con l’osservatore, l’altra prova la bravura nell’eseguire restituzioni fedeli della realtà. Due soluzioni che sintetizzano mirabilmente le strade intraprese dagli artisti protagonisti dei primi due capitoli, Dal cameo al centro della scena e Fra vita e lavoro che coprono il periodo tra Quattrocento e metà Ottocento. Assistiamo inoltre in questo lasso di tempo al progressivo affermarsi delle donne in un settore prettamente maschile: Sofonisba Anguissola, Judith Leyster o Mary Beale che ricorrono all’escamotage di inserire nei propri ritratti, a guisa di biglietti da visita, esempi della loro produzione.
La sezione Introspezione si apre con l’invocazione di Gustave Courbet per un nuovo realismo in arte. L’artista, approdato a Parigi dalla rurale Borgogna, nel 1855 apre il Padiglione del Realismo proprio di fronte al Padiglione delle Belle Arti di Parigi per esporre le opere rifiutategli dal Salon di quell’anno: è il primo plateale gesto di ribellione all’accademismo, con le sue composizioni dalle pose troppo a lungo studiate, e da tale evento prenderà spunto nel 1863 il celeberrimo Salon des Refusés dove ha inizio l’avventura degli impressionisti. Spazio dunque alle correnti sviluppatesi tra fine Ottocento e la prima metà del Novecento e alle creazioni di singoli artisti, tutti parimenti intenti a rappresentare la realtà, sia quella visibile sia quella interiore sulla scia della neonata psicoanalisi. Citiamo, tra i tanti, Vincent van Gogh, James Ensor, Edvard Munch, Dorothea Tanning, Frida Kahlo e Charlotte Salomon.
Negli anni Venti Duchamp “criticò l’arte che si rivolge soltanto all’occhio e decise che le sue opere dovevano sfidare la mente. Secondo Duchamp l’arte riguardava le idee, il linguaggio, l’interpretazione e il contesto. Non aveva nulla a che vedere con l’abilità tecnica o le pennellate espressive” (pag. 114). In Cambiare volto Natalie Rudd narra come, riposti pennelli e scalpelli, da Duchamp in posa per Man Ray ad Andy Warhol in versione drag queen passando per le trasformazioni di Claude Cahun, si improvvisino autentiche performance davanti alla macchina fotografica per mettere in mostra aspetti reconditi della personalità che sovente trascendono le rigide gabbie di genere. Un percorso introspettivo unito a un gesto creativo che nulla ha da invidiare ai mezzi espressivi adottati dagli artisti nei secoli precedenti e induce la fotografa Catherine Opie a spogliarsi di qualsiasi sovrastruttura e, nuda davanti all’obiettivo, “sfida le narrazioni eteronormative e propone una nuova iconografia, ispirata alle interpretazioni inclusive della famiglia e della comunità” (pag. 133) mentre Zanele Muholi, lavorando in post-produzione per intensificare il nero della propria pelle, dà risonanza ai problemi delle minoranze etniche.
Nell’ultima parte, intitolata Partenze, sono presentati alcuni esempi di artisti che scelgono di offrire al pubblico non tanto il proprio volto quanto qualcosa capace di sintetizzarne l’indole e l’approccio creativo: il Fiato d’artista (1960) di Piero Manzoni, le corazze di Rebecca Horn, le installazioni di Mona Hatoum in cui si richiede la partecipazione attiva del pubblico o il letto sfatto di Tracey Emin (1998).
Giunti al termine della rassegna proposta da Natalie Rudd si ha conferma di quanto l’autoritratto sia molto più della mera riproduzione del volto del suo autore, nonostante Andy Warhol si compiacesse nell’affermare che le sue opere si fermano alla superficie, che non vi sia nulla dietro.

Silvana Costa

L’autoritratto
a cura di Natalie Rudd
24 ORE Cultura, 2021
14 x 21,5 cm, 176 pagine,100 illustrazioni, brossura
prezzo 14,90 Euro
www.24orecultura.com

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