I Macchiaioli

La lettera al campoOltre ottanta opere ripercorrono la storia di un gruppo di amici che, in pieno Risorgimento, si ritrovano ai tavolini del fiorentino Caffè Michelangelo per dare una svolta al modo classico di concepire la pittura e portare il proprio contributo alla nascente Italia.

Castello Visconteo di Pavia, sino a dicembre inoltrato, è in corso una ricca mostra su I Macchiaioli. Susanna Zatti – direttrice dei Musei Civici di Pavia – in conferenza stampa annuncia che questa rappresenta la prima di una lunga serie di esposizioni dedicate ai movimenti artistici dell’Ottocento italiano.
L’affascinante racconto di Simona Bartolena e Susanna Zatti prende il via a Firenze, dal Caffè Michelangelo, il luogo di ritrovo scelto dagli artisti che vogliono ribellarsi ai dettami del classicismo. Giovanni Fattori così descrive il gruppo che negli anni Cinquanta del XIX secolo, si riunisce nella saletta interna del Caffè sito in via Larga, ora Cavour, a due passi dall’Accademia di Belle Arti, per parlare di arte ma anche di politica. “Era una riunione gaia, allegra, dove convenivano tutti gli artisti italiani di ogni provincia. Si stava alla sera riuniti senza rancori né antipatie e vi erano accaniti oppositori dell’arte che si chiamava nuova, sperando di raggiungere il nostro ideale, però le discussioni erano amene, allegre…”. A quei tavolini siedono, oltre al fiorentino Stefano Ussi, il romano Nino Costa, il livornese Serafino De Tivoli, il romagnolo Silvestro Lega, il senese Luigi Mussini, Giuseppe Abbati e Saverio Altamura da Napoli; alcuni di loro sono studenti d’arte altri esuli in fuga che riparano a Firenze dove il Granduca Leopoldo si dimostra tollerante e liberale verso gli attivisti politici. Per consentire al visitatore di immergersi appieno nel clima, il percorso di visita si apre con una divertente carrellata dei volti di quei personaggi tratti dal volume di Telemaco Signorini Caricaturisti e caricaturati al Caffè Michelangelo (1893).
La rivoluzione culturale attuata da questo manipolo di pittori ha in realtà una premessa molto semplice: dipingere guardando il vero. È lo stesso principio dell’impressionismo ma si evolve con soluzioni differenti: alla restituzione veloce della realtà su tela dei francesi, con i colori utilizzati in purezza e ricomposti dalla retina dell’occhio dell’osservatore in tutte le loro innumerevoli sfumature, i macchiaioli oppongono una lettura della scena per macchie di colore. “Una sola macchia di colore per la faccia, un’altra per i capelli, l’altra, mettiamo, per la pezzuola, un’altra per le mani e per i piedi, e così per il terreno e per il cielo” spiega Adriano Cecioni e Fattori aggiunge “la macchia era la solidità dei corpi di fronte alla luce”. Le curatrici fanno notare come quello che per un pittore accademico è un bozzetto preparatorio, per i macchiaioli rappresenta l’opera finita.
Le differenti macchie di colore ricompongono la facciata di Santa Maria Novella (1860) immortalata in pieno sole da Telemaco Signorini e noi, andando con la mente al ciclo della Cattedrale di Rouen dipinto a piccoli percettibili tocchi da Monet oltre trent’anni dopo, cogliamo appieno le sottili ma sostanziali differenze tra due movimenti generati da comuni premesse. I pittori della scuola napoletana sono i primi a stabilirsi a Barbizon, a partecipare alle sessioni di pittura dal vero nel bosco cercando di coglierne le variazioni luminose e, con profondo coinvolgimento emotivo, catturandone l’atmosfera. Di ritorno in patria, artisti quali Francesco Gamba e Giuseppe Palizzi fanno tappa a Firenze dove raccontano di questo nuovo modo di approcciarsi alla tela. All’epoca la pittura di paesaggio è prerogativa dei movimenti romantici inglesi, tedeschi e francesi; i pittori che si ritrovano al Caffè Michelangelo si esercitano nello studio dei classici rinascimentali, copiandone dipinti ed affreschi e considerano la natura un elemento accessorio alla narrazione.
Una narrazione che, per i Macchiaioli, in pieno Risorgimento, spesso coincide con i racconti di guerra. Molti dei giovani che si riuniscono al Caffè Michelangelo partecipano alle campagne per l’unità del Paese, si rincontrano sui campi di battaglia dove si scambiano idee artistiche, utilizzano a lungo il ricordo di quei giorni per rinnovare l’iconografia dei loro quadri senza mai scendere nel dettaglio delle azioni cruente. Senza nemmeno celebrare eroi ma cantando la quotidianità del soldato semplice: in mostra ci soffermiamo dinnanzi al Soldato a cavallo (1860-70) o alla più toccante La lettera al campo (1873-75) di Giovanni Fattori e, poco più in là a La caserma di Modena con i volontari della Quinta batteria toscana (1859) di Ferdinando Buonamici ritratti in un momento di riposo, come farà poi Robert Capa con i reportage realizzati al seguito delle truppe alleate.
I Macchiaioli, attivi quando l’Italia ancora non esiste, sembrano far propria la convinzione di Giuseppe Mazzini “che l’arte potesse contribuire a fare dell’ Italia una vera e unica Patria, che potesse rinnovare la società e le coscienze”. Essi dipingono tele dal grande potere allegorico che, evocando fatti storici od opere letterarie stimolino la gente a combattere per l’unificazione dell’Italia come Corpi di martiri cristiani portati dagli angeli (1855) di Domenico Morelli dove i martiri sono i patrioti caduti per la libertà. Ferdinando II, re di Napoli, al momento dell’acquisto dell’opera tentenna intravedendovi “nu penziero”.
L’ultima sezione è dedicata al lascito dei Macchiaioli. Qui possiamo ammirare il Ritratto di Mary Donegani (1869) dipinto da Giovanni Boldini alle prime armi: il viso realistico, dolce ma risoluto, l’abito severo, senza fronzoli e la posa statica della signora appaiono così distanti dai frizzanti dipinti che immortalano le mondane frequentatrici dei salotti parigini che lo consegneranno a imperitura gloria.
La mostra si chiude con I fidanzati (1869), un quadro di Silvestro Lega dai toni crepuscolari che sembra profeticamente alludere allo sfaldamento del gruppo dei Macchiaioli, quando ciascun membro lentamente intraprende differenti percorsi di ricerca interiore ed artistica.
Completa il quadro un allestimento essenziale e pulito, privo di concessioni a inutili orpelli che abbraccia e ben rappresenta lo stile asciutto e rigoroso di questo gruppo di amici, di pittori, di soldati che hanno contribuito a segnare la storia artistica e politica dell’Italia.

Silvana Costa

La lettera al campoCabianca Le monachine
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La mostra continua:
Scuderie del Castello Visconteo di Pavia
viale XI febbraio 35 – Pavia
prorogata fino a domenica 31 gennaio 2016
orari: lunedì-venerdì 10–19; mercoledì 10–22;
sabato, domenica e festivi 10–20
la biglietteria chiude un’ora prima
con il biglietto della mostra ingresso ridotto ai Musei Civici di Pavia www.museicivici.pavia.it
www.scuderiepavia.com

I Macchiaioli.
Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo
a cura di Simona Bartolena
insieme a Susanna Zatti
video e realizzazione Miyagi
progettazione allestimenti ViDi srl
progetto illuminotecnico CD’C Gabriele Coduri de’ Cartosio
ideazione, produzione e organizzazione ViDi
in collaborazione con Comune di Pavia, Associazione Pavia Città Internazionale dei Saperi
 
Catalogo:
I Macchiaioli. Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo
a cura di Simona Bartolena, Susanna Zatti
Skira Editore, 2015
128 pagine, 112 colori, 24x28cm, brossura
prezzo 30,00 Euro
www.skira.net

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