Il mondo in una stanza

La mostra al MUDEC di Milano dedicata a Matisse pone in relazione le opere dell’artista – siano esse dipinti, sculture, incisioni o complessi apparati decorativi – con gli oggetti provenienti da tutto il mondo raccolti durante i suoi lunghi viaggi. Non meri ricordi, esposti per il piacere proprio e degli ospiti, ma strumenti per aprire la mente e guidarlo alla ricerca di un linguaggio più espressivo di quello dei classici oltre che esotici sfondi per nature morte e ritratti.

MUDEC – Museo delle Culture di Milano ospita sino a domenica 21 febbraio la mostra Matisse. Il mondo in una stanza, prodotta da 24 ORE Cultura, curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti e realizzata in collaborazione con il Musée Matisse di Nizza.
Le curatrici spiegano il titolo dicendo che con questa mostra hanno voluto esplorare “una questione centrale e a lungo sottovalutata: come l’arte africana, l’arte islamica, quella russa, del Pacifico o cinese abbiano plasmato dall’interno il linguaggio di Matisse, ridefinendo i confini stessi del modernismo occidentale”.
Lungo il percorso espositivo, accanto a dipinti, sculture, disegni e stampe trovano infatti posto maschere africane, abiti tradizionali, tessuti e oggetti dalle svariate forme e destinazioni d’uso, collezionati da Matisse nel corso dei suoi viaggi e custoditi negli studi dove lavora quali fonte di ispirazione.  Lo testimoniano le opere giunte in mostra da importanti istituzioni internazionali ma pure le fotografie, stampate in grande formato, che connotano ciascuna sala in cui si articola il percorso di visita.
Oggetti che si ritrovano riprodotti o evocati nei suoi quadri, come l’allestimento ha sapientemente messo in evidenza. Ne è perfetto esempio Jeunes filles au jardin (1919). Matisse, alla pari di altri artisti moderni, rifiuta le regole della prospettiva e nell’immortale la scena in corso nel giardino di casa ricorre a una struttura spaziale mutuata dall’arte islamica: un’apparente bidimensionalità che, analogamente alla pittura medievale , riesce a dilatare lo spazio della rappresentazione. Una miniatura della raccolta di poesie del mistico persiano Nizami (1481), esposta a destra del dipinto, presenta una disposizione dei personaggi sorprendentemente simile a quella adottata per ritrarre la figlia Marguerite. Il libro è probabilmente del genere dei manoscritti ammirati nel corso di una mostra di arte islamica svoltasi a Monaco nel 1910, rivelatasi illuminate per l’evoluzione del linguaggio di Matisse. A sinistra di Jeunes filles au jardin è invece appeso un tappeto realizzato in Asia centrale nella prima metà del XIX secolo, decorato con elementi naturali e figure, analogo a quello su cui è sdraiata la figlia.
Procedendo nella visita si può osservare un prezioso caftano turco del XIX secolo in seta viola e righe bianche, indossato più volte dalle modelle – per esempio in Jeune fille assise, robe persane (1942) –, il cui effetto optical geometrico stimola Matisse nella riflessione sulle forme astratte e nella decorazione bidimensionale. Nell’ultima sala campeggia invece la gandoura magrebina, in cotone celeste e fili d’oro, indossata per il dipinto Femme à la grandoura bleue (1951).

Matisse. Il mondo in una stanza, pur non sviluppandosi in modo rigorosamente cronologico, si apre con Étude d’antique (circa 1893/95), il disegno di un corpo nudo eseguito in rigoroso stile accademico, e si conclude con la scultura Nu debout: Katia (1950), uno degli ultimi lavori dell’artista. Katia, la modella è ritratta con le braccia alzate al cielo e, complici le forme appena abbozzate, come Dafne in fuga da Apollo sembra si stia trasformando in albero. Questa perfetta fusione tra donna e natura per questa sua peculiarità è anche nota come Le platane.
La mostra illustra efficacemente il percorso compiuto da Matisse nella ricerca di una personale modalità di rappresentazione del corpo umano, capace di andare oltra la fredda perfezione dell’arte classica e trasmettere emozioni autentiche, sulla scia della rivoluzione intrapresa dalle avanguardie. La serie di riproduzioni in bronzo del volto di Jeanette, eseguite tra il 1910 e il 1913, ben ne esemplifica il lavoro d’esplorazione di nuove forme e linguaggi. Partendo da una restituzione realistica delle fattezze dalla sua vicina di casa, Matisse ne rielabora i lineamenti, li scompone – sono gli anni del cubismo – e li modifica in un gioco di metamorfosi. La capigliatura non si sottrae allo studio: l’iniziale chignon, passo dopo passo diventa una sorta di fiore in questa trasformazione da umano a vegetale.
Le sperimentazioni sulla rappresentazione del corpo trovano un altro importante spunto nella scultura africana come dimostra la giustapposizione del reliquiario Bjeri (XX secolo), realizzato dalla popolazione Fang del Gabon, al dipinto Figure assise aux bas violets (1914) dove lo sfondo monocromo contribuisce a ridurre la profondità del ritratto, finendo per trasformare la donna in una colonna.
Altro esempio di ispirazione alla scultura africana è la composizione astratta Deux figures (1907/08), modellata a partire da una fotografia di due donne nordafricane e ammantata della sensualità più ambigua mutuata dalle figure Baga D’mba della Guinea e Bamana Jomooniw del Mali (entrambe fine XIX secolo/inizio XX secolo) con cui è posta in dialogo. Ispirati da tali modelli, le Deux figures create da Matisse assumono una connotazione più femminile o maschile a seconda del punto di vista, abbattendo ogni riferimento iniziale a individualità e sessualità delle modelle.

Procedendo nella visita, dopo un tuffo nel Nord Africa e nei paesi islamici, l’insegna in lingua cinese (XIX secolo) donatagli dalla moglie per il sessantesimo compleanno introduce il tema della fascinazione di Matisse per il mondo orientale. Una fotografia scattata nello studio di Nizza nel 1952 mostra l’insegna appesa al muro, circondata dai nudi stilizzati, foglie d’acanto e melograni a testimonianza del bisogno di averla sempre sott’occhio. Matisse è infatti estremamente sensibile al fascino sprigionato dagli ideogrammi, con cui non disdegna di cimentarsi, considerandoli una fondamentale lezione di sintesi tra la forma e un vuoto denso di significato.
In tale contesto i linguaggi del disegno e dell’incisione – non bisogna dimenticare il successo dagli Ukiyo-e giapponesi alla fine dell’Ottocento – assurgono per Matisse a importanza pari se non superiore alla pittura. Sono qui esposti due disegni ad inchiostro di china su carta, Le vase opalin e Fougère, fruit et figure féminine (entrambi 1947).
Ai disegni sono affiancati i fiori tracciati con tratto sottile, senza mai staccare lo strumento dal foglio, ideati per illustrare il romanzo Lettres Portugaises: forme delicate ed eteree dove tuttavia ogni petalo sembra corrispondere a un palpito del cuore della protagonista della storia.

Una sezione della mostra è dedicata al celeberrimo viaggio compiuto nel 1930 in Polinesia: sono qui esposte fotografie di viaggio, ritratti fatti alla popolazione locale e alcuni linoleum della serie Le Plongeon.
Le sensazioni provate da Matisse mentre è immerso nella natura ricca e lussureggiante delle isole del Pacifico gli tornano in mente anni dopo, quando è immobilizzato a letto in seguito a un’operazione. Impossibilitato a compiere grandi movimenti, si diletta a ritagliare nella carta gabbiani, polipi, pesci, foglie e fiori da far appende al muro realizzando una tappezzeria a tasselli mobili. Tempo dopo quegli elementi divengono il soggetto del tappeto Mimosa (1951) e del monumentale dittico Océanie: le ciel e Océanie: la mer (1946).
Matisse ricorre alla tecnica del ritaglio anche per studiare l’apparato decorativo della Chapelle du Rosaire di Vence, un progetto totale che spazia dai paramenti sacri alle vetrate colorate, scandite da una sequenza di foglie ispirate ai tessuti polinesiani in corteccia di Uvea (XX secolo). Le curatrici hanno portato a Milano fotografie d’epoca e i collage di studio realizzati insieme agli assistenti per trovare la giusta proporzione tra le forme e i colori.
Utilizza invece la tecnica del pochoir su carta per le tavole di Jazz, il libro d’artista iniziato durante la Seconda Guerra Mondiale e pubblicato da Tériade a Parigi nel 1947. Gli esemplari esposti presentano in una fitta sequenza le riflessioni di Matisse sull’amore, i viaggi, la felicità, il circo, a Tahiti e sono accompagnate da scritte a mano con una calligrafia che danza al ritmo sincopato del jazz.

Matisse. Il mondo in una stanza non è la solita mostra antologica e, proprio per questo, al di là delle straordinarie opere selezionate dalle curatrici, merita una visita per scoprire le fonti di ispirazione di un maestro indiscusso dell’arte moderna, capace di esprimersi utilizzando molteplici materiali, forme e linguaggi.
È interessante avere l’opportunità di osservare dal vero le sculture, le maschere tribali, gli abiti e i tessuti provenienti da tutto il mondo che ne affollano lo studio – finendo sullo sfondo dei ritratti di Lorette, Jeanette, Yvonne, Aïcha o Laurette – cercandone poi l’eco nelle tante opere esposte al MUDEC. È un complesso gioco di corrispondenze visive e concettuali capace ancora oggi di suscitare meraviglia, dimostrando quanto ancora ci sia da esplorare l’arte di questo straordinario artista.

Silvana Costa

La mostra continua a:
MUDEC – Museo delle Culture

via Tortona 56 – Milano
fino a domenica 21 febbraio 2027  
orari: lunedì 14.30 – 19.30
martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica 9.30 – 19.30
giovedì 9.30 – 22.30
la biglietteria chiude un’ora prima
www.mudec.it

Matisse
Il mondo in una stanza
una mostra 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE
a cura di Ellen McBreen, Chiara Gatti
in collaborazione con Musée Matisse di Nizza
progetto di allestimento Corrado Anselmi

Catalogo:
Matisse

Il mondo in una stanza
a cura di Ellen McBreen, Chiara Gatti
24 ORE Cultura, 2026
23×28 cm, 200 immagini, 272 pagine, cartonato fustellato
prezzo 40,00 Euro
www.24orecultura.com