Nel centenario della nascita di Dario Fo, Teatro Carcano di Milano riporta in scena una delle sue opere più celebri, Morte accidentale di un anarchico, ambientata a poche centinaia di metri di distanza, negli uffici della Questura dove nel 1969 l’anarchico Giuseppe Pinelli trova la morte. Lodo Guenzi è il protagonista di questo nuovo allestimento inteso a costruire un forte parallelismo tra il clima degli anni Settanta e i fatti di cronaca del nuovo millennio.
Lodo Guenzi è il protagonista di Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo e Franca Rame in scena al Teatro Carcano di Milano fino a domenica 22 febbraio.
Lo spettacolo, ispirato alla morte di Giuseppe Pinelli avvenuta il 15 dicembre 1969 mentre trattenuto illegalmente negli uffici della Questura milanese, debutta in prima assoluta a Varese esattamente un anno dopo. Negli anni seguenti il testo subisce una serie di rimaneggiamenti per allinearsi man mano agli sviluppi delle indagini – inclusa una seconda autopsia sulla salma – e ai processi che mettono in luce nuovi elementi o, peggio, nuove versioni dell’accaduto. La traccia attorno cui si dipana Morte accidentale di un anarchico è costituita proprio dalle deposizioni e dalle interviste rilasciate da quanti coinvolti nei fatti. Deposizioni chiaramente in contrasto tra loro, con la successione logica degli eventi e, pure con le prove, a iniziare dalla posizione del corpo a terra, incompatibile con una caduta accidentale.
Il meticoloso lavoro di esame di atti processuali e articoli di giornale compiuto da Dario Fo e Franca Rame mette in fila tutte le versioni dei fatti succedutesi nel tempo, incluso il verdetto dell’inchiesta del giudice Gerardo D’Ambrosio, emesso nel 1975, in cui si attribuisce la caduta dal quarto piano del palazzo della Questura a “malore attivo”. Cosa sia un “malore attivo” e come sia possibile diagnosticarlo non è mai stato spiegato dalla medicina. Certo è che la squadra del commissario Luigi Calabresi trattiene Giuseppe Pinelli per oltre le 48 ore, in assenza di uno stato di fermo convalidato dall’autorità giudiziaria, rigettando gli alibi forniti dagli amici, privandolo di cibo e riposo, in condizioni indegne di uno Stato democratico e civile.
Morte accidentale di un anarchico è idealmente ambientato nell’ufficio in Questura del commissario Bertozzo, lo stesso dove si erano svolti gli interrogatori dell’anarchico. È lì che gli agenti portano un uomo fermato perché intento a spacciarsi per un luminare della psichiatria, già docente all’università, di Padova: non è la prima volta che viene fermato con questa accusa perciò ora rischia il carcere. Egli tuttavia apre il borsone che reca con sé ed estrae un fascicolo sanitario per dimostrare di essere affetto da “istriomania”, un bizzarro disturbo della personalità che lo porta a spacciarsi per altre persone. In parole semplici è un matto e il commissario Bertozzo, esaurito dal suo cianciare, decide di lasciarlo andare.
Il matto però non si allontana, si sofferma a curiosare nell’ufficio e, rispondendo al telefono, innesca una serie di eventi che finiscono per indurre il questore e il commissario Sportivo a credere sia un ispettore inviato dal ministero per indagare sulla morte dell’anarchico. Un ispettore che, per guadagnarsi la fiducia dei suoi interlocutori, finge di volerli aiutare a mettere in connessione tra loro le prove raccolte e i fatti descritti nelle diverse versioni delle deposizioni, creando una base solida per la loro difesa. È sempre lui a convincere il questore a rilasciare un’intervista a Maria Feletti promettendo di aiutarlo.
L’impersonificazione di una serie di improponibili personaggi, il rientro in scena del commissario Bertozzo e l’implacabile incalzare della giornalista con domande dal sottotono accusatorio sono alla base una vorticosa sequenza di eventi che accompagnano lo spettatore sino all’epilogo della vicenda.
Eventi pilotati dalla pirotecnica inventiva del matto che, grazie a interventi solo apparentemente privi di senso, induce i presenti a rivelare le proprie responsabilità nei fatti. Il matto con i suoi numerosi travestimenti, la parlantina sciolta e i doppi sensi è la moderna versione del giullare di corte, l’unica persona cui fosse concesso di esternare il proprio pensiero – sovente facendosi portavoce del malcontento popolare – senza timore di incorrere nelle ire del sovrano. Dario Fo è la moderna incarnazione del giullare di corte, come rimarcato anche dal Comitato che nel 1997 gli conferisce il Premio Nobel per la Letteratura. Un autore capace di trasformare in tagliente satira la rabbia della gente senza tuttavia godere dell’immunità dei suoi predecessori. Giorgio Gallione, il regista di Morte accidentale di un anarchico attualmente in scena al Teatro Carcano, sottolinea infatti che Dario Fo con questo testo “sceglie coraggiosamente la scomoda posizione del ribelle non allineato, affrontando tra l’altro più di duecento denunce e processi, per raccontare in palcoscenico una verità che nessuno voleva davvero ricercare né tantomeno scoprire. Dario preferisce “mettersi dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati””. Tra i diversi finali scritti negli anni da Dario Fo e Franca Rame questo allestimento opta infatti per il più celebre: lo smascheramento dei colpevoli. È la scelta che meglio si addice a un adattamento che sarebbe probabilmente piaciuto ai due autori per i molti parallelismi con fatti balzati in questi anni all’onore della cronaca, a iniziare dalle morti di Stefano Cucchi e Carlo Giuliani. È un disperato appello alla verità per porre fine ai depistaggi di Stato e all’impunità del potere, inammissibili in un Paese libero e democratico.
Lodo Guenzi si rivela intelligente nel conferire al matto una personale connotazione, senza voler scimmiottare lo stile di Dario Fo con il rischio di scivolare nel grottesco. I tanti travestimenti che estrae dalla borsa che porta con sé, accompagnati da cambi di registro recitativo, ne mettono in luce le doti attoriali e divertono il pubblico. Bravi pure Alessandro Federico, Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Marco Ripoldi e Roberto Rustioni, da un lato a mantenere con Guenzi il ritmo incalzante della narrazione imposto dal regista, dall’altro a sottolineare il micidiale connubio di cinismo e ottusità, insensatezza e arroganza dei carnefici.
Bella la scenografia che conferisce all’ambiente la connotazione di una ricostruzione virtuale in 3D della scena del crimine. Interessanti i costumi che richiamano linee e colori degli anni Settanta pur con una divertente digressione alla prima metà del Novecento per il questore, a rimarcare il parallelismo con i metodi adottati all’epoca dalle forze dell’ordine.
Morte accidentale di un anarchico risulta quindi uno spettacolo ben confezionato, diretto e recitato. È un’ottima occasione per fare il punto sulla nostra epoca e sui passi compiuti dalla democrazia a mezzo secolo dalla fantasiosa coniazione del “malore attivo” ed è bello notare in platea un gran numero di ragazzi a comprova del ruolo fondamentale del teatro nel fornire importanti spunti di riflessione sulla contemporaneità.
Lo spettacolo, coprodotto dallo stesso Carcano con Fondazione Sipario Toscana onlus – La città del Teatro e con la collaborazione di Argot Produzioni, oltre all’anniversario della sentenza relativa alla morte di Giuseppe Pinelli vuole essere un omaggio al genio di Dario Fo di cui, il 24 marzo, cade il centenario dalla nascita.
Silvana Costa
Lo spettacolo continua:
Teatro Carcano
corso di Porta Romana 63 – Milano
fino a domenica 22 febbraio 2026
www.teatrocarcano.com
Morte accidentale di un anarchico
di Dario Fo e Franca Rame
con Lodo Guenzi, Alessandro Federico, Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Marco Ripoldi, Roberto Rustioni
regia Giorgio Gallione
produzione Pierfrancesco Pisani, Isabella Borettini
per Infinito e Argot Produzioni, Nidodiragno/CMC produzioni
coproduzione Teatro Carcano, Fondazione Sipario Toscana onlus – La città del Teatro
con la collaborazione di Argot Produzioni

