Impressioni d’Oriente al MUDEC

Una doppia mostra in corso al Museo delle Culture di Milano indaga le influenze dell’arte e della cultura giapponese su autori e collezionisti occidentali, tra metà XIX e inizio XX secolo.

Il Giappone, protagonista da sempre della collezione permanente del MUDEC, invade l’intero spazio espositivo. Sono ben due le mostre allestite in contemporanea al museo milanese per raccontare il fascino sviluppato dall’Oriente sull’Europa, soprattutto a partire dagli anni Sessanta del XIX secolo, con la fine del sakoku, il periodo isolazionista. Si tratta dell’articolata Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone a cura di Flemming Friborg e Paola Zatti e Quando il Giappone scoprì l’Italia. Storie di incontri (1585-1890), concepita a partire dai pezzi di proprietà del MUDEC, integrati con prestiti di gran valore storico-artistico. Entrambe sono aperte sino al 2 febbraio 2020.

Impressioni d’Oriente è la più ricca delle due rassegne e consta di quattro sezioni tematiche che esplorano le diverse sfaccettature del Giapponismo. Con tale termine s’intende l’influenza della cultura e dell’arte nipponica sugli artisti occidentali, francesi in particolare: la pittura ne ha mutuato le suggestioni in maniera più evidente tuttavia nessuna delle altre discipline si è sottratta al fenomeno. La principale fonte di ispirazione sono gli ukiyoe, le coloratissime stampe, sovente declinate in ampi cicli narrativi. Monet le colleziona con passione; van Gogh nel 1887 le rende protagoniste di una mostra a Montmartre; l’anno seguente Siegfried Bing, sempre a Parigi, organizza l’Exposition Historique de l’Art de la Gravure au Japon durante la quale lancia la rivista Le Japon Artistique. I nuovi musei a tema, come il Lucini Passalacqua sul lago di Como, e le esposizioni sono i principali veicoli di divulgazione del gusto e della produzione orientali: tra tanti eventi ricordiamo che nel 1893 il Giappone partecipa all’Expo di Chicago e nel 1897 la Biennale di Venezia organizza una mostra sull’arte nipponica composta da oltre 100 opere, avvalendosi della consulenza dell’associazione degli artisti di Tokyo.
Il processo di seduzione è reciproco e autori come Gauguin e van Gogh diventano modelli di riferimento imprescindibili per chi nella lontana Cipango – questo il nome con cui Marco Polo chiama il Giappone nel Milione – vuole proporre pittura d’avanguardia.
Sono quattro le sezioni della mostra e la prima, Il Giapponismo tra realtà e fantasia vuole fermamente demolire l’idea di Oscar Wilde secondo la quale “L’intero Giappone è pura invenzione. Non esiste un Paese simile, non esiste gente del genere […]. I giapponesi sono semplicemente una moda, una pura tendenza artistica”, pubblicata in Intenzioni, volume 7 (1889). Appena varcato l’ingresso dello spazio espositivo, il visitatore si approccia all’immagine mitologica e un po’ stereotipata dell’Oriente trasmessa dai manga di Utagawa Hiroshige, dai ritratti di donne con il volto dipinto di bianco, dai preziosi paravento con animali e poi da lui, il mercante veneziano che con i suoi racconti ha dato origine alle fantasie su quelle magiche terre lontane: Marco Polo presentato da suo padre a Cubilay Gran Khan dei Tartari (1863) di Tranquillo Cremona. La realtà è invece rappresentata da pregevoli oggetti di uso domestico: vasi, tazze, suppellettili e kimono.
I ventagli sono i protagonisti di Da Oriente a Occidente. Le ispirazioni giapponesi nell’arte italiana e francese tra il 1860 e il 1900. L’oggetto ha un rigido schema compositivo dettato dalle sue forme: una sfida cui non si sottraggono Paul Gauguin (1887) e Giovanni Segantini (1899). La restante parte della sezione si concentra sulla ripresa dei rapporti commerciali tra i due estremi del mondo, dando a europei e americani la possibilità di toccare con mano quanto sino ad allora solo immaginato. Al termine del sakoku il Giapponismo esplode quasi immediatamente e con gran vigore: non si configura come mero fenomeno d’avanguardia ma bensì come un vero e proprio mood che tocca tutte le fasce sociali. Ai grandi magazzini parigini sono per esempio in vendita a buon mercato stampe a soggetto esotico, il corrispettivo locale agli ukiyoe che, sempre nella capitale francese, si possono acquistare in molte gallerie d’arte. I soggetti elaborati da artisti occidentali strizzano l’occhio alle tecniche e alle teorie dei maestri del Sol Levante e in mostra si possono ammirare le sperimentazioni di Edouard Manet, Henri Toulouse-Lautrec, Henri Rivière, Giuseppe de Nittis e Vincenzo Gemito.
La sezione Import/Export: gli scambi globali di rimando racconta cosa accade in contemporanea in Giappone: Hokusai, Hiroshige e Utamaro, richiesti autori di ukiyoe, si cimentano immediatamente con la prospettiva centrale, ammorbidendo il contrasto artistico tra Est e Ovest. Successivamente, attraverso i rapporti stabiliti da coloro che hanno studiato all’estero, si invitano artisti stranieri per incentivare il processo di modernizzazione. Nascono associazioni accomunate dall’apprezzamento dell’arte occidentale, come Shirakaba (Circolo della Betulla bianca 1910/23) che professa un’autentica venerazione per Van Gogh, Monet, Cézanne e Rodin. Nel 1911 in occasione del compleanno dello scultore, Shirakaba gli manda in dono 30 ukiyoe acquistati a caro prezzo tra i più significativi del genere e Rodin, commosso, ricambia con sue sculture: in mostra sono presenti fotografie dei bronzi posizionati nel giardino di uno dei membri dell’associazione.
Le stampe di Shiro Kasamatsu, Hasui Kawase e Shinsui Ito, autori afferenti al movimento Shin-hanga (Stampe nuove), sono un chiaro esempio di come questo gruppo si avvicini alla pittura di paesaggio post-impressionista pur conservando caratteristiche e valori di base indigeni.
Il percorso si conclude con una dovuta analisi de Il Giapponismo italiano. Friborg e Zatti riconoscono innanzitutto il merito ai collezionisti illuminati di essere promotori della conoscenza dell’arte giapponese: il patriota Enrico Cernuschi che, dopo aver partecipato alle Cinque giornate di Milano, raggiunge il fratello gallerista nella Ville Lumière. Lì diventa imprenditore e, durante i viaggi di lavoro in Giappone, si fa accompagnare da un critico d’arte che lo guidi nelle scelte delle acquisizioni che confluiscono in un museo aperto nel 1898 alla città di Parigi. Giuseppe Primoli, nel suo salotto letterario sulle rive della Senna, predispone dei kakemono – i rotoli di stoffa dipinti destinati a essere appesi – da utilizzare a guisa di libri degli ospiti. Tra gli artisti italiani colpiscono, oltre al già citato Segantini, Gaetano Previati, l’ebanista Carlo Bugatti e Giuseppe de Nittis che illustra il Vesuvio in una serie di immagini moderne, sia per taglio compositivo sia per uso di luce e colore, richiamando esplicitamente le Trentadue vedute del monte Fuji (1826/33) di Hokusai. Vincenzo Ragusa, scultore palermitano, è docente alla Scuola Tecnica di Belle Arti di Tokyo dal 1876 al 1882; nel 1884 rientra nella città natale con una nutrita collezione di artigianato che espone in un proprio museo cui annette una scuola-officina dove insegna con la moglie, la pittrice Tama Kiyohara. In Italia la donna si appassiona nell’immortalare i riti popolari come dimostra lo spettacolare La notte dell’Ascensione.
La visita è arricchita dalle incursioni multimediali di Storyville che ha curato il montaggio di foto e filmati d’epoca che raccontino la vita degli europei in Giappone nella seconda metà del XIX secolo.

Quando il Giappone scoprì l’Italia si compone di due sole sezioni, entrambe evocative di grandi viaggi via mare, alla scoperta di mondi sconosciuti da cui tornare con le navi cariche di tesori.
La prima, intitolata Ito Mancio e le ambascerie giapponesi 1585 – 1615, è incentrata sulla spedizione in Europa di quattro giovani principi originari dell’isola di Kyushu. Hanno tra i 13 e i 15 anni e partono per assecondare un progetto di Alessandro Valignano, gerarca della Compagnia di Gesù, cui preme mostrare al Papa i risultati delle missioni di evangelizzazione dei gesuiti nella lontana Cipango. I ragazzi sono accolti con tutti gli onori spettanti al loro rango e gran curiosità; durante la tappa veneziana il Senato della città commissiona a Tintoretto i loro ritratti a ricordo dell’evento ma dei bozzetti eseguiti solo quello di Ito Mancio (1585), vestito con abiti occidentali, viene poi trasposto ad olio su tela. Nel 1615 una seconda ambasceria giunge in Italia dopo aver fatto tappa in Messico, guidata dal francescano Luis Sotelo. Oltre agli immaginabili risvolti politico-religiosi, queste due missioni contribuiscono a fornire un’immagine più concreta e precisa dei territori – sino ad allora le mappe erano approssimative – e dei costumi nipponici.
La seconda sezione, Un Museo giapponese in Lombardia. La collezione del conte Giovanni Battista Lucini Passalacqua, presenta alcuni dei numerosi cimeli giapponesi della raccolta venduta dagli eredi del conte al Comune di Milano nel 1898/99 e ora appartenente al MUDEC. Una collezione importante che, con una selezione di 500 pezzi, rappresenta il cuore dell’Esposizione d’Arte Industriale inaugurata Milano nel luglio 1874. Allora come oggi in mostra gli oggetti sono disposti in base al materiale che li compone: bronzi, porcellane, lacche, ma anche tessuti e armi da parata.

Le due mostre sono complementari e riteniamo siano assolutamente imperdibili perché, dopo le affascinanti esposizioni di ukiyoe svoltesi negli scorsi anni a Milano, vanno a chiudere il quadro, spiegando sia l’impatto di tali opere sul mondo occidentale, sia l’evoluzione storico-culturale avvenuta in Giappone. Chiudono il quadro ma non esauriscono il discorso, anzi lanciano innumerevoli spunti di approfondimento cui MUDEC cerca di dare risposta con un corposo palinsesto di eventi collaterali.

Silvana Costa

 

Le mostre continuano a:
MUDEC – Museo delle Culture

via Tortona 56 – Milano
fino a domenica 2 febbraio 2020
orari: lunedì 14.30 – 19.30
martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9.30 – 19.30
giovedì – sabato 9.30 – 22.30
la biglietteria chiude un’ora prima
www.mudec.it

Impressioni d’Oriente
Arte e collezionismo tra Europa e Giappone
a cura di Flemming Friborg, Paola Zatti
progetto di allestimento Corrado Anselmi Architetto
con Anna Gherzi
una mostra 24 ORE Cultura

Catalogo:
Impressioni d’Oriente

Arte e collezionismo tra Europa e Giappone
a cura di Flemming Friborg, Paola Zatti
24 ORE Cultura edizioni, 2019
23 x 28 cm, 304 pagine, 200 illustrazioni, cartonato
prezzo 39,00 Euro
www.24orecultura.com

Quando il Giappone scoprì l’Italia
Storie di incontri (1585-1890)
a cura di Anna Antonini, Giorgia Barzetti, Paola Di Rico, Marisa Di Russo, Rossella Menegazzo, Corrado Molteni, Anna Maria Montaldo, Francesco Morena, Carolina Orsini, Alberto Rocca, Marino Viganò
progetto di allestimento Corrado Anselmi Architetto
con Anna Gherzi
una mostra MUDEC – Museo delle Culture – Comune di Milano
con il patrocinio del Consolato Generale del Giappone a Milano
con la collaborazione di Il Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Interculturali dell’Università degli studi di Milano, Il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli studi di Milano, La Fondazione Trivulzio, La Veneranda Biblioteca Ambrosiana

Catalogo:
Quando il Giappone scoprì l’Italia

Itō Mancio e le ‘ambascerie’ giapponesi 1585-1615
a cura di Marisa Di Russo, Corrado Molteni, Marino Viganò
24 ORE Cultura edizioni, 2019
20 x 24 cm, 144 pagine, brossura
prezzo 21,00 Euro
www.24orecultura.com

Share
Questa voce è stata pubblicata in design&grafica, eventi in corso, Milano, MUDEC, pittura&scultura e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.