Biennale Architettura 2018: Corderie e Artiglierie all’Arsenale

Un viaggio a puntate tra le installazioni della Biennale di Architettura 2018. Prima tappa è il complesso formato da Corderie e Artiglierie dove trovano spazio buona parte dei 71 architetti invitati.

L’attesa è finita: è stata finalmente inaugurata la XVI Biennale di Architettura a Venezia e mai la curiosità di pubblico e addetti ai lavori ha toccato i livelli raggiunti in questa edizione. Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno infatti imposto la rigida consegna del silenzio a tutti i partecipanti invitati a esporre la propria la propria idea di Freespace.
Freespace, questo il tema della Biennale 2018. Il termine, tradotto letteralmente come “spazio libero”, sottende un ampio spettro di interpretazioni sino a divenire quasi omnicomprensivo. Interrogate su quale sia l’accezione per loro primaria, le curatrici sottolineano la necessità che il progetto si faccia generoso “anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate”, valorizzando al contempo le risorse naturali e il patrimonio storico-culturale peculiari del sito d’intervento, combinando tra loro sapere arcaico e moderne tecnologie.

Visitando l’esposizione, lo spazio più interessante di tutta la Biennale 2018 si rivela essere le Corderie: avanzando lungo il corridoio centrale si viene bombardati dalle idee di talenti che già hanno avuto modo di far parlare di sé e Maestri pluripremiati che continuano a sorprendere. Le installazioni a volte fluiscono l’una nell’altra, quasi intrecciandosi come i fili di una corda, altre tendono a delimitare con vigore il proprio spazio vitale. Alcuni  architetti conquistano il pubblico con creazioni originali, altri lanciano spunti di riflessione, altri ancora vedono nella Biennale solo un pretesto per esporre i propri lavori, realizzati o meno, pertinenti o meno che siano.
Il legno, con il suo calore avvolgente e il profumo rilassante, è la materia con cui la canadese Alison Brooks dà forma a ReCasting, una base su cui si ergono quattro totem che riproducono le condizioni del lavoro domestico. Si sviluppa così un accogliente sistema di sedute e nicchie dove stare, parlare e fare ma anche un podio privilegiato da cui osservare la mostra. Sembra andare in senso diametralmente opposto Evasão di Álvaro Siza, una struttura in marmo composta da un paravento e da una panchina, entrambi a pianta semicircolare in modo da potersi comporre in un anello perfetto, la forma geometrica che meglio rappresenta il gesto dell’abbracciare. Un’idea volta a garantire privacy in un luogo pubblico, a offrire un rifugio dove riposare e pensare, lontano dai rumori e dallo sguardo del mondo. Toyo Ito, sulla stessa linea di pensiero del Maestro portoghese, offre ai visitatori una tenda circolare arredata con comodi cuscini: un angolo di pace e serenità al riparo dalla folla. Virtual Nature è il nome di questo spazio “libero dall’ego dell’architetto”, dove i giochi di luce proiettati sul tessuto grezzo ricordano i raggi di sole che si insinuano tra le foglie degli alberi.
Due cabine in legno simili a quelle che punteggiano le spiagge italiane sono in realtà porte di teletrasporto verso l’infinito, concepite da Bearth & Deplazes Architekten: al loro interno scorrono le fotografie del rifugio realizzato dai progettisti svizzeri sul Monte Rosa, le cui ampie vetrate si aprono su un panorama mozzafiato. Flores & Prats presentano invece il progetto per il Centro di drammaturgia Brecht a Barcellona, ricavato nei locali abbandonati della Cooperativa Paz y Justicia. L’allestimento ricrea uno studio professionale vecchia maniera, prima dell’avvento dei PC, quando il fluire delle idee assumeva consistenza materica nelle montagne di schizzi e modelli di studio prodotti. Sulle pareti le foto mostrano la trasformazione dello stabile da buia fabbrica a struttura plasmata dalla luce, in cui i raggi di sole inondano gli spazi e ne modificano la percezione allo scorrere delle stagioni.
Lo studio DNA_Design and Architecture racconta The Songyang Story, una serie di piccoli interventi quali una casa del tè, un ponte pedonale, un laboratorio o un piccolo teatro ispirati all’architettura vernacolare cinese. Progetti rigorosi e accurati, capaci di rivitalizzare il senso d’appartenenza alla comunità degli abitanti di sette piccoli villaggi rurali. Plastici e disegni trasportano i visitatori della Biennale nella provincia di Zhejiang, a soli 400 chilometri a sud di Shanghai eppure a 200 e più anni indietro rispetto la data odierna. Si resta in Asia con Marina Tabassum Architects che ricrea a Venezia un cortile tipico dell’abitazione bengalese, il cuore tradizionale dell’ambiente domestico, dove gli anziani tramandano il proprio sapere e i giovani creano oggetti per incrementare il reddito famigliare. Attorno a questi cortili lo studio sviluppa il progetto di abitazioni da 2.000 dollari – in una comunità dove il guadagno mensile non arriva a 100 dollari – in grado di salvaguardare la dignità e le tradizioni delle persone che le abitano, offrendo ai futuri inquilini strutture flessibili per adattarsi alle diverse esigenze d’uso.
Lo spagnolo Rafael Moneo sorprende con un intervento minimalista: un testo dal sapore accademico fornisce la sua interpretazione di Freespace, ponendolo in relazione sia con il gesto creativo dell’architetto sia con la reazione dell’utente finale. Una sola planimetria del Municipio realizzato a Murcia, affacciato sulla piazza della Cattedrale, e una foto aerea si rivelano più che sufficienti per dimostrare quanto il concetto di Freespace differisca da quello di spazio pubblico e per esplicare la complessità del suo approccio filosofico-progettuale. È ancor più essenziale il contributo di Eduardo Souto de Moura: egli si limita ad accostare due vedute aeree dell’area di São Lourenço do Barrocal, scattate prima e dopo i lavori. Piccole operazioni puntuali gli hanno permesso di trasformare le case dei contadini e gli edifici di servizio di una vasta tenuta agricola in Alentejo (Portogallo) in un complesso alberghiero di lusso ma, soprattutto, hanno valorizzato la funzione e le modalità di fruizione degli spazi interni ed esterni. Al Maestro portoghese è stato conferito il Leone d’Oro per il miglior partecipanteper la precisione nell’accostare due fotografie aeree, rivelando il rapporto essenziale tra l’architettura, il tempo e il luogo. Lo “spazio libero” appare senza essere annunciato, con chiarezza e semplicità”.
Mario Botta, coadiuvato dagli studenti del primo anno di corso dell’Accademia di Mendrisio, ha redatto un’Introduzione all’architettura: come un entomologo colleziona esemplari di modelli architettonici tipici del Canton Ticino creando un abaco di soluzioni che i professionisti attivi nella regione dovrebbero padroneggiare al fine di essere liberi di apportare variazioni – se non stravolgere – alla tradizione. Ha fini didattici anche Reuse, Black Yellow Red con cui Elisabeth & Martin Boesch utilizzano i colori convenzionali destinati a indicare demolizioni (giallo) e sostituzioni (rosso) per dare evidenza a soluzioni di riuso e rivitalizzazione del tessuto edilizio esistente, evitando fenomeni di sprawl urbano.
Alejandro Aravena, curatore della precedente edizione della Biennale di Architettura, espone una sorta di manifesto in sette punti intitolato Free Space: the value of what’s not built. Sul muro egli appunta slogan, riflessioni e schizzi collegati tra di loro da fili, a guisa di un diagramma di flusso, per rendere con immediatezza l’idea della consequenzialità del pensiero, per dar vita a un divertente quanto efficace schema volto a dimostrare come nulla quanto gli spazi vuoti scateni la creatività degli esseri umani. Parlando di guizzi creativi la memoria corre a Stand Ground in cui la messicana Rozana Montiel scombina le regole trasformando le pareti in pavimenti e aprendo una luminosa finestra sulla superficie calpestabile. John Wardle preferisce cimentarsi con una complessa struttura formata da piccoli ambienti rivestiti di specchi: un luogo in cui, prima ancora di varcare la soglia, si smarrisce la percezione dello spazio, un luogo dove perdersi per riuscire a (ri)trovare sé stessi. Valerio Olgiati, con fare meticoloso-ossessivo, non resiste invece al bisogno di misurare e porzionare l’area assegnatagli dalle curatrici, facendo collocare un ordinato gruppo di colonne bianche, lisce e perfette, che dialogano a distanza con quelle imponenti e secolari della struttura delle Corderie.
La prima tappa del viaggio si conclude dinnanzi a Field di Aires Mateus, una tettoia-scultura sospesa tra poesia e matematica, tra fantasia e utilità, che a noi, complice la spiccata aerodinamicità delle forme, ricorda un tappeto volante su cui salire per completare la visita alle meraviglie di questa Biennale.

Silvana Costa

La mostra continua:
Giardini e Arsenale
Sestiere Castello – Venezia
fino a domenica 25 novembre 2018
orario: 10 – 18
(ultimo ingresso ore 17.45)
solo sede Arsenale: venerdì e sabato fino al 29/09
chiusura ore  20 (ultimo ingresso ore 19.45)
chiuso il lunedì
(esclusi lunedì 28/05, 13/08, 3/09 e 19/11)

Biennale Architettura 2018
16. Mostra Internazionale di Architettura
presidente Paolo Baratta
a cura di Yvonne Farrell, Shelley McNamara
www.labiennale.org/it/architettura/2018

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