Il pernicioso destino della Filatura Bossi a Cameri

Sembra non volersi fermare la recente propensione ad abbattere o stravolgere le architetture del secondo Novecento. Dopo tanto scempio, le pale demolitrici questa volta insidiano la Filatura concepita dagli Architetti Associati alla fine degli anni Sessanta quale parte integrante dell’articolato complesso tessile Bossi.

A ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà” recita l’iscrizione posta sopra l’ingresso del Palazzo della Secessione (1897/98) a Vienna. Con questo motto il Professor Lodovico Meneghetti, ultimo socio superstite degli Architetti Associati, apre il suo intervento alla stampa organizzato per scongiurare l’abbattimento della Fabbrica tessile Bossi a Cameri (1968).
È questo l’ultimo edificio progettato dallo studio fondato nel 1953 da tre giovani architetti novaresi di indiscutibile talento: Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino. Una tessera ulteriore e imprescindibile del sistema urbano sviluppato a partire dall’ottocentesca sede produttiva della Bossi, affiancando agli edifici in cui si lavorano le fibre tessili le case per gli operai – straordinaria combinazione di tradizione costruttiva locale ed elementi prefabbricati, sempre a firma Architetti Associati – e gli uffici (1980) ideati dallo studio Gregotti Associati. Un microcosmo progettato con meticolosità e amore, soprattutto da Vittorio Gregotti che in quel “recinto di fabbrica” ci è nato e cresciuto, come racconta nell’omonimo libro autobiografico (1996). Un microcosmo che, pur mantenendo unitarietà, offre a quei tre giovani l’opportunità di cimentarsi con la sperimentazione di linguaggi, materiali e tecniche, sulla scia del fermento creativo che in quegli anni scuote il mondo intero.
La Bossi ha chiuso i battenti e alienato le proprietà nella primavera del 2013 e al termine del lockdown, come un fulmine a ciel sereno, si è diffusa la notizia che in data 20 maggio il Consiglio Comunale di Cameri ha approvato all’unanimità il PIRU – Programma Integrato di Riqualificazione Urbanistica – e la relativa Variante Urbanistica Preliminare presentata dall’impresa edile Airoldi srl. L’impresa è proprietaria dell’area, vasta più di 40 mila metri quadri, che oltre allo stabilimento dismesso comprende la retrostante area agricola. Il progetto presentato è di una banalità distributiva imbarazzante – abbiate pazienza ma non possiamo rinnegare d’un tratto gli studi di architettura e vent’anni di lavoro nel settore – che a un supermercato affianca ulteriori negozi, edifici residenziali per 253 persone, zone verdi e parcheggi. Progetto emblema della declinazione italiana del fenomeno sprawl town, in forma indubbiamente più contenuta rispetto al Nord America ma parimenti nefasta in termini di sostenibilità ambientale. Progetto che dimostra una volta ancora come la provincia sia raggiunta dai fenomeni economici, culturali e sociali con un discreto ritardo rispetto alle grandi aree metropolitane: Cameri per quanto vicina a Milano – sono circa una cinquantina di chilometri – sembra non solo ignorare la pesante crisi post Covid-19 che sta falcidiando i centri commerciali e le grandi catene di distribuzione ma anzi rivendica un impellente bisogno di una simile struttura. Dal canto suo Airoldi srl preferisce abbattere la ex Fabbrica invece d’intraprenderne l’adeguamento strutturale indispensabile per il cambio di funzione. Peccato che da progetto emerga come, al di là del ridimensionamento, il nuovo edificio commerciale abbia lo stesso passo dell’esistente. Dubitiamo avrà lo stresso appeal e a un landmark che trova spazio sui manuali di storia dell’architettura si sostituirà l’ennesima insegna luminosa di una catena di supermercati.
Il problema è tutto qui: non si riconosce all’edificio il valore derivante dall’essere sia parte di un complesso comparto urbano sia sperimentazione stilistica di respiro internazionale di un gruppo di architetti che hanno poi segnato la progettazione architettonica, non solo in Italia. In questi anni – e qui torniamo alla citazione del Prof. Meneghetti – si assiste alla progressiva demolizione o pesante trasformazione delle opere dei grandi maestri del Modernismo, in Italia ma anche all’estero. Sembra un intenzionale processo di cancellazione della memoria degli ultimi decenni per dar spazio a monotoni esercizi di stile di archistar internazionali e archistarlet italiane che portano a uniformare progressivamente tutte le città della Terra, a prescindere dalle loro latitudine e cultura.
Un processo che va contro i dettami tracciati da Vittorio Gregotti – morto appena due mesi prima dell’approvazione della Variante Urbanistica Preliminare – ne Il territorio dell’architettura (1966) e che lo accomuna nel destino a Ernesto Nathan Rogers, suo maestro e mentore, sempre citato con ammirazione e gratitudine. Gli edifici degli Architetti Associati sono dunque destinati a subire la stessa sorte di quelli di BBPR? Vorremmo qui risvegliare l’indignazione popolare ricordando a Milano il rifacimento nel 2015 dell’Allestimento della Sala degli Scarlioni (1956), conseguente lo spostamento in altra ala del Castello Sforzesco della Pietà Rondanini; la completa chiusura nel 2009 degli spazi al piano terra dell’Edificio per negozi, abitazioni e uffici sito in corso Vittorio Emanuele II (1968/72) per trasformarli in ulteriori superfici commerciali; i sistematici pesanti rimaneggiamenti dei monumenti a caduti e deportati durante la II Guerra Mondiale, a iniziare dal clamoroso smantellamento del Memoriale italiano di Auschwitz. E qui ci fermiamo perché la lista di opere è davvero troppo lunga e dolorosa. È uno scempio consumato in un clima di diffusa indifferenza; è uno scempio che depaupera il paesaggio urbano di elementi iconici e le persone della loro memoria storica, obbligando le generazioni future a soddisfare la propria curiosità verso lo stile e le tecniche del recente passato solo attraverso i libri, come accade per i monumenti di civiltà estinte.
La Fabbrica tessile Bossi di Cameri, nonostante sia abbandonata ormai da 7 anni, dai rilievi fotografici risulta ancora in pregevole stato di conservazione. Unico impedimento alla sua trasformazione funzionale è dunque la volontà dei proprietari, volontà che sembra trovare ulteriore appoggio nel fatto che l’edificio di circa 8 mila metri quadrati è sito a cavallo del confine dell’area interessata dal PIRU, sebbene appartenga interamente ad Airoldi srl.
Il riuso dell’edificio sarebbe un degno tributo a Vittorio Gregotti che nel corso della sua lunga carriera ha saputo dare nuova vita ad aree industriali dismesse, adattando le vecchie fabbriche in funzione delle attività da ospitarvi ma sempre rispettando la storia e lo spirito del luogo. Un esempio? Il progetto con cui Gregotti Associati ha vinto il concorso per l’Area Pirelli-Bicocca a Milano (1988) è quello con la più alta percentuale di edifici e maglia viaria conservati e la scatola in vetro che custodisce la vecchia torre di raffreddamento – la ex Sede di Pirelli RE (1999/2003) – nella sua essenzialità è uno degli edifici più scenografici e ingegneristicamente complessi della città.

Spulciando i documenti del PIRU leggiamo come non venga mai recepita la rilevanza storico-architettonica dell’edificio, erroneamente attribuito al solo Prof. Gregotti, quasi a manifestare una certa superficialità delle indagini d’archivio. La Fabbrica è infatti descritta con meticolosità nelle sue caratteristiche strutturali e fasi di progettazione, costruzione e successivi ampliamenti, includendo pure una descrizione del ciclo compiuto dalle fibre tessili dallo stato grezzo a quello di filato pronto per la tessitura. Viceversa non sono citate tutte le volte che tale opera è comparsa in libri e riviste di architettura di tutto il mondo, quale preclaro esempio della dimensione internazionale raggiunta dalla ricerca progettuale in atto nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta.
Scelta quantomeno bizzarra visto che lo scopo dichiarato del PIRU è “creare una nuova urbanità, riconoscibile” (Relazione generale  tecnico urbanistica illustrativa, pag 4). Riteniamo indubbiamente legittime le necessità di Airoldi srl ma crediamo sia possibile una differente strategia di intervento che permetta di non disperdere un pezzo di memoria collettiva.
Inoltre nella Relazione storica edificio denominato ex nuova Filatura Bossi si arriva a negare un evidente dato di fatto quando “si specifica che non vi sono correlazioni storico temporali con gli altri fabbricati realizzati dall’Arch. Gregotti nell’area circostante. Tali edifici, infatti, furono realizzati in tempi differenti rispetto all’edificio industriale, per la precisione:
– Il “Nucleo Residenziale per gli Operai” fu realizzato nel 1956;
– La “Casa per i Dipendenti” fu realizzata nel 1961;
– I “Nuovi uffici della Fabbrica Tessile” furono realizzati nel 1980.
Nessuna di questi edifici risulta, perciò, correlato in alcun modo con la ex Nuova Filatura Bossi” (pag. 10).
Analizzato quindi le condizioni in cui si presenta l’opera, nella Relazione generale tecnico urbanistica illustrativa si conclude inevitabilmente che “attualmente l’immobile è pessimo stato di conservazione, dovuto essenzialmente allo stato di abbandono degli ultimi anni subendo notevoli infiltrazioni d’acqua piovana la pavimentazione risulta completamente divelta e le coperture ammalorate, la struttura in acciaio pur permanendo in generale in sufficiente stato di conservazione non è in grado oggi di garantire alcun grado di sicurezza” (pag 16). Nessun interesse dunque da parte della proprietà ad attivare alcun progetto di recupero e trasformazione funzionale ma pure nessuna obiezione dall’Amministrazione Comunale che ha approvato la proposta urbanistica senza riserve.
Nel tentativo di aprire un dialogo per approfondire soluzioni alternative alla demolizione l’Arch. Stefania Dassi, responsabile Ufficio Paesaggio, Arte e Architettura Contemporanea del Segretariato Regionale per il Piemonte del MiBACT, ricorda che la Fabbrica tessile Bossi è schedata al Ministero quale Architettura d’eccellenza. È questo il giudizio unanime espresso da un autorevole team di esperti al termine del censimento avviato una decina d’anni fa dalla DARC – Direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanee del MiBACT insieme a 16 Università di Architettura e di Ingegneria italiane. Gli addetti al censimento hanno vagliato opere pubbliche e private, edifici singoli e complessi urbani, attrezzature di servizio e infrastrutture che nel loro insieme rappresentano la cultura architettonica italiana del secondo Novecento. L’immane lavoro ha individuato 1.764 opere catalogate “di rilevante interesse” e tra queste oltre 200 hanno ricevuto l’ulteriore qualifica di “eccellenze”, opere per cui il Ministero – d’intesa con ICR – Istituto centrale per il restauro e con ICCD – Istituto per il catalogo e la documentazione – ha previsto fattive operazioni di manutenzione e recupero attraverso incentivi economici. Edifici che devono essere il volano per interventi di riqualificazione del tessuto urbano circostante e non elementi da abbattere una volta esaurita la loro funzione originaria.
Attendiamo ora di capire se la piccola cittadina in provincia di Novara vorrà stringere la mano tesale dal Ministero o se per salvare questo reperto di architettura industriale servirà adottare forme di protesta dal basso.

Silvana Costa

 

Link:
Dettaglio della Delibera n. 5 del 20/05/2020
Oggetto ADOZIONE DEL PROGRAMMA INTEGRATO DI RIQUALIFICAZIONE URBANISTICA DELLA EX AREA BOSSI CON CONTESTUALE ADOZIONE DEL PROGETTO PRELIMINARE DI VARIANTE STRUTTURALE N. 9 AL P.R.G.C., AI SENSI DELL’ART. 15 COMMA 7 DELLA L.R. 56/77 E S.M.I.

Petizione a difesa dell’edificio:
http://chng.it/TYNjczjTXw

Fabbrica tessile Bossi
Cameri (Novara), 1968
Architetti Associati – Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino

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