Il seme della violenza

Nel Pride month debutta al Teatro Elfo di Milano lo spettacolo di Moisés Kaufman e del Tectonic Theater Project incentrato sul caso di Matthew Shepard, lo studente universitario barbaramente trucidato a Laramie (USA) nel 1998 a causa della propria omosessualità.

Laramie nonostante i soli 30.000 e poco più abitanti è una delle principali città del Wyoming, lo Stato meno popolato degli USA dove gli insediamenti umani rappresentano episodi sporadici all’interno di un territorio dalle straordinarie bellezze naturalistiche, in parte tutt’ora incontaminate. Definita nel 2011 dalla rivista Money una delle migliori città in cui ritirarsi per la posizione panoramica, le tasse basse e le opportunità di istruzione”, Laramie già nel 1998 si guadagna le attenzioni dei media per un gravissimo crimine d’odio.
La notte tra il 6 e il 7 ottobre 1998 Matthew Wayne Shepard, uno studente ventunenne della locale Università, viene legato a una staccionata, picchiato selvaggiamente, derubato e abbandonato agonizzante nei campi che circondano il centro urbano. Viene soccorso il pomeriggio seguente da un ciclista di passaggio ma le sue condizioni appaiono disperate: il ragazzo muore 5 giorni dopo senza mai riprendere conoscenza.
Nel giro di breve tempo la polizia trova le prove per incriminare, senza alcuna ombra di dubbio, Aaron James McKinney e Russell Arthur Henderson. La difesa degli imputati punta inizialmente su una reazione dovuta a un momento di panico scatenato dalle insistenti avances di Matthew nei confronti di loro che gentilmente e disinteressatamente gli stavano offrendo un passaggio verso casa. Una giustificazione poco credibile vista l’esilità della vittima, il furto compiuto ai suoi danni e la violenza con cui viene colpita, più e più volte, sino a fratturarle la nuca e trasformarle il volto in una maschera di sangue. Una giustificazione figlia della cultura omofoba portata avanti in Wyoming, lo Stato dei duri cowboy che non cedono ad alcuna debolezza – ma pure lo sfondo di I segreti di Brokeback Mountain di Annie Proulx, pubblicato giusto un anno prima dell’omicidio su The New Yorker –, tanto a livello istituzionale quanto da fanatici religiosi come il pastore della Chiesa Battista Fred Phelps.
Colpito dall’accaduto il drammaturgo e regista Moisés Kaufman, reduce dal successo di Atti osceni – I tre processi di Oscar Wilde, decide di recarsi a Laramie con i membri del Tectonic Theater Project. Kaufman e la sua compagnia intervistano amici, compagni, docenti, medici e conoscenti di Matthew, tornando a più riprese nel corso delle settimane successive per seguire gli sviluppi della vicenda e le reazioni della comunità. Dalle oltre 200 testimonianze raccolte, dalle notizie fornite dai mass media e dai diari tenuti dalla compagnia Kaufman trae Il seme della violenza. Lo spettacolo, nella versione italiana tradotta da Emanuele Aldrovandi e diretta da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, è in scena sino al 2 luglio al Teatro Elfo di Milano.
Il taglio di inchiesta utilizzato da Moisés Kaufman per la narrazione non è per nulla scontato o noioso bensì si rivela un utile strumento per seminare il messaggio di rispetto per le idee altrui, incentivando il ricorso al dialogo per imparare a vincere pregiudizi e paure. Pensieri e interviste si incastrano gli uni nelle altre grazie a un’operazione di taglio e montaggio degna di un programma televisivo di attualità, al fine di renderle più incisive.
Sul palcoscenico trasformato nella palestra dell’Università – luogo di aggregazione per antonomasia di ogni cittadina a stelle e strisce – otto soli attori danno a turno voce a oltre sessanta personaggi per ricostruire le ultime ore di vita di Matthew Shepard, la morte e come essa impatti sulla gente, tanto a livello locale quanto a livello federale. Più di un intervistato testimonia infatti come alle soglie del nuovo millennio, dietro l’apparente giovialità degli abitanti di Laramie, covino pregiudizi e timori. Un esponente della locale comunità gay spiega che la tolleranza è solo apparente, che lo slogan “Vivi e lascia vivere vuol dire che io non ti dico che sono gay e tu non mi riempi di botte”. Uno studente di teatro confida quindi il disappunto della madre, devota cristiana, nel saperlo interprete di Angels in America di Tony Kushner, opera utilizzata da Kaufman in più passaggi del proprio spettacolo per sensibilizzare le persone contro quella che è una vera e propria paura del diverso da sé, un tenere a distanza chi non si comprende. Una discriminazione figlia dell’ignoranza che lede la dignità degli esseri umani e delude quella incomparabile promessa di libertà e felicità che è la Costituzione degli Stati Uniti. Una promessa tuttavia che in più occasioni – si pensi alla lunga battaglia delle persone di colore per ottenere l’abolizione della schiavitù e l’uguaglianza dei diritti – ha applicazione discrezionale, guidata più da superstizione, paura, tornaconto personale e politico che da senso della giustizia. Il 22 ottobre del 2009, dopo i tentativi falliti di Bill Clinton, l’amministrazione Barack Obama vara il Matthew Shepard Act, legge che include nell’elenco dei crimini per pregiudizio anche quanti commessi contro individui gay, lesbiche e disabili. Un traguardo raggiunto tardi ma pur sempre prima dell’Italia come dimostra l’osteggiato percorso del disegno di legge Zan. Non è certamente una mera coincidenza che Teatro dell’Elfo – dopo il debutto lo scorso anno al Napoli Teatro Festival – programmi Il seme della violenza nel Pride month, sottolineando l’urgenza di un simile strumento, esortando di fatto i parlamentari all’approvazione del ddl senza sollevare ulteriori sterili polemiche.
Ne Il seme della violenza fantasia e realtà finiscono per sovrapporsi. Come nel visionario dittico di Kushner anche in occasione dei reali fatti di cronaca di Laramie certa opinione pubblica prova a distorcere i fatti, utilizza la scoperta che Matthew Shepard sia positivo all’HIV per screditarne l’immagine, per farlo passare da vittima a carnefice. In sua difesa Moisés Kaufman riporta le parole dell’agente Reggie Fluty che, pronta ad accettare il proprio destino, non rinnega la decisione di averlo soccorso sebbene sprovvista di guanti chirurgici, puntando piuttosto il dito contro chi non fornisce agli agenti le protezioni necessarie per compiere il proprio dovere in sicurezza.
La comunità si ribella, non riconoscendosi in tanta violenza e in nome di Matthew trova la forza di indignarsi con i giornalisti e ancor più con sé stessi. Le persone non si abbandonano allo sterile dolore ma marciano insieme consapevoli che uniti conferiscono maggior forza al messaggio. Il seme della violenza va sradicato con l’impegno di tutti e serve tenere vivo il ricordo dei fatti di Laramie per evitare si ripetano a breve, altrove.
La rappresentazione de Il seme della violenza fluisce con naturalezza lasciando che l’attore di turno esca dal coro, si porti al centro della scena e, come in uno spettacolo di danza, si esibisca in un assolo, in un pas de deux o coinvolga i colleghi in una performance di gruppo. La vorticosa successione delle testimonianze tiene alto il ritmo della rappresentazione, colpendo allo stomaco quasi senza sosta il pubblico in sala: la verità in tutta la sua crudezza si rivela più coinvolgente di qualsiasi opera di fantasia.
Margherita Di Rauso, Giuseppe Lanino, Umberto Petranca, Marta Pizzigallo, Luciano Scarpa, Marcela Serli, Francesca Turrini: questi i nomi degli interpreti dell’allestimento de Il seme della violenza co-prodotto da Teatro dell’Elfo e Fondazione Campania dei Festival, tutti straordinari nel caratterizzare i personaggi loro assegnati con le sole componenti di voce e mimica, senza altro ausilio scenico, mentre sullo sfondo scorrono i ritratti di Matthew Shepard.
Ferdinando Bruni, presente nella duplice veste di attore e regista, tra i vari ruoli che ricopre nel corso delle due ore di rappresentazione, ha l’onere di impersonare il padre del ragazzo. Nel riproporre l’intervento di Dennis Shepard in sede processuale per chiedere che la condanna a morte degli imputati venga commutata in ergastolo, senza possibilità di alcuna riduzione di pena, Bruni sublima le proprie doti drammatiche. Il messaggio, non dettato dalla pietà per i singoli individui – anzi, va contro le posizioni in merito alla pena di morte della famiglia Shepard – ma dalla necessità di “avviare un processo di guarigione” sociale collettivo, centra in pieno i presenti in sala. L’applauso è lungo e commosso.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini – sala Shakespeare
c.so Buenos Aires 33 – Milano
fino a venerdì 2 luglio 2021
orario: dal lunedì al venerdì 20.30
domenica 20 e 27 16.00
www.elfo.org

Il seme della violenza
The Laramie project
di Moisés Kaufman
e dei membri del Tectonic Theater Project: Leigh Fondakowski (head writer), Stephen Belber, Greg Pierotti, Stephen Wangh (associate writers), Amanda Gronich, Sarah Lambert, John McAdams, Maude Mitchell, Andy Paris, Barbara Pitts, Kelli Simkins (contributing writers)
regia Ferdinando Bruni, Francesco Frongia
traduzione Emanuele Aldrovandi
con Ferdinando Bruni, Margherita Di Rauso, Giuseppe Lanino, Umberto Petranca, Marta Pizzigallo, Luciano Scarpa, Marcela Serli, Francesca Turrini
luci Michele Ceglia
suono Giuseppe Marzoli
produzione Teatro dell’Elfo e Fondazione Campania dei Festival
in collaborazione con Festival dei Due Mondi di Spoleto
durata 120 minuti senza intervallo

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