Medusa

Chiara Salvucci si confronta con il personaggio di Medusa intrecciando frammenti di cronaca, passaggi del mito tramandato da Ovidio e citazioni artistiche in una pièce dal forte impatto emotivo.

Chiara Salvucci torna ad affondare le mani nella mitologia dell’età classica per restituirci un coinvolgente ritratto di Medusa inteso a spiegare come si generi un mostro e a denunciare il perdurare di tossici comportamenti ancestrali. Da un lato, il compito della mitologia consiste nel fornire una spiegazione dai toni epici a ciò che l’uomo non riesce a comprendere, alimentando di conseguenza le superstizioni, le paure e le speranze alla base delle religioni. Dall’altro il teatro, alla pari dei giullari medievali cui era concesso il privilegio di non dover scegliere tra l’onestà e la vita, trae ispirazione dall’osservazione dei comportamenti umani struggendosi di sviscerarne le dinamiche psicologiche alla base.
Medusa, in scena alla Cavallerizza di Palazzo Litta a Milano fino a sabato 13 giugno, è frutto del meticoloso lavoro di Cantiere Circe, il progetto di scoperta e di osservazione del mondo femminile promosso dalla Compagnia Corrado d’Elia il cui primo esito è stato, per l’appunto, Circe.
Aurora Lombardo, Bianca Montanaro e Chiara Salvucci, le tre autrici del testo, fanno riferimento al mito tramandato dal poeta romano Ovidio in base al quale Medusa non è la mostruosa creatura nata dall’unione di due divinità marine, Forco e sua sorella Ceto. Ovidio racconta di una bellissima sacerdotessa di Atena, violentata da Poseidone all’interno del tempio dedicato alla dea. Atena, furente per la profanazione di un luogo a lei consacrato, scaglia la propria ira contro la ragazza e non contro il dio del mare, suo antagonista sin dai tempi della fondazione della città di Atene.
Medusa viene così trasformata in un mostro, con serpenti al posto dei capelli e il potere di pietrificare chiunque ne incroci lo sguardo, obbligandola a isolarsi dal mondo.
Oggi, a distanza di millenni, le vittime di stupro continuano a chiudersi nel proprio dolore, a fuggire una società ancora nell’intimo profondante patriarcale, disposta a riconoscere all’assalitore tutte le attenuanti in quanto provocato da un gesto, da una parola gentile o dall’abbigliamento della donna. La voce fuori campo di Corrado d’Elia tempesta di domande la moderna Medusa interpretata da Chiara Salvucci ma il tono dietro la necessità di apprendere lo svolgimento dei fatti tradisce un profondo pregiudizio morale nei confronti della vittima e del suo atteggiamento. Un pregiudizio alimentato da un gran numero di citazioni da testi di varia natura.
Non sorprende quindi vedere Medusa, intimidita da questa aggressione verbale, seppellirsi sotto un fitto velo o volgere le spalle al pubblico mentre affida le proprie emozioni alla telecamera. Timore e mortificazione infine deflagrano, spingendo la donna a spingersi al bordo del palcoscenico e, con i fari che ne illuminano il volto risoluto e la postura da persona sicura di sé, ad affrontare il pubblico e vincere le superstizioni del mito.
Medusa inizia lieve, lasciando appena intuire il tema della violenza sessuale, preferendo planare sulle ali della poesia così come la protagonista galleggia nell’acqua del mare lasciando siano le onde a trasportarla. La pièce poi improvvisamente acquista vigore e i fatti prendono consistenza in tutta la loro crudezza, il pathos aumenta rapidamente e satura la sala.
L’interpretazione di Medusa offerta da Chiara Salvucci è intensa e coinvolgente, spaziando attraverso il tumulto interiore che scuote la protagonista: lo choc, lo stupore all’udire le osservazioni rivoltele, l’indignazione, la rabbia, la fuga e l’esplosione di dignità con cui decide di affrontare di petto il mondo. Un’interpretazione capace di sopperire ai passaggi a volte deboli del testo, lievi défaillance da imputare più alla giovane età delle autrici che alla loro carenza di talento o ispirazione.
Il testo è impreziosito da puntuali riferimenti alle influenze del mito sulla cultura e sull’arte mentre a livello visivo l’allestimento propone ulteriori importanti rimandi. L’ossessivo lavarsi delle mani di Medusa nel tentativo di purificare il proprio corpo violato ricorda per esempio il manifestarsi della follia in Lady Macbeth. Il celarsi sotto uno spesso velo ascrive Medusa alla serie di sculture di Antonio Corradini in cui il velo è utilizzato a simbolica protezione dell’innocenza e della purezza di anima e corpo, doti che a Medusa sono state strappate con violenza. La serie di colti riferimenti di cui è punteggiato Medusa, unitamente all’utilizzo delle riprese video, rendono la rappresentazione complessa e suggestiva anche a livello visivo. pur a fronte di una scenografia tutto sommato essenziale.
Quanto è distante il poetico di Medusa dal più crudo Lo stupro scritto e interpretato da Franca Rame nel 1975. Sono due testi figli dei propri tempi. Più intimista e sussurrato, Medusa è espressione di un contesto sociale segnato da insistenti tentativi di abrogazione dei diritti conquistati dalle donne nel corso del Novecento, annullando qualsiasi speranza di una reale parità tra i sessi. Lo stupro è più diretto e trasforma il dramma in denuncia pubblica, eppure, il finale riconduce al tema centrale di Medusa, ponendo l’accento su un atteggiamento rimasto invariato nei secoli. Ritrovatasi davanti alla questura la protagonista infatti confida: “Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi. Penso ala loro domande. Penso alle loro facce… ai loro mezzi sorrisi… penso e ci ripenso. Poi mi decido. Torno a casa. Li denuncerò domani”. Va inoltre aggiunto che Franca Rame, per non sminuire il valore della denuncia di un comportamento vessatorio nei confronti delle donne trasformando il monologo in una ricerca di solidarietà – con il rischio di tramutare invece il pubblico in pietra –, attende una dozzina d’anni prima di rivelare che il soggetto è autobiografico.
Cambiano le epoche, i contesti sociali e gli stili di scrittura ma resta immutato il disagio di Medusa nel raccontare il proprio trauma, consapevole di non poter contare su compassione e supporto da parte di chi ascolta o, peggio, dovrebbe proteggerla. È dunque la società e non la natura a forgiare il mostro.

Silvana Costa

Lo spettacolo continua:
La Cavallerizza
corso Magenta 24 – Milano
fino a sabato 13 giugno 2026
orari: lunedì – sabato 19.30
www.mtmteatro.it
 
Medusa
interpretazione, regia e scene Chiara Salvucci

drammaturgia Aurora Lombardo, Bianca Montanaro, Chiara Salvucci
assistente alla regia Beatrice Arcaini
sound design Tommaso Lescio
tecnica Francesca Brancaccio
produzione Compagnia Corrado d’Elia
durata: 60 minuti