Margaret Bourke-White in mostra a Milano

Un’escursione nel Novecento attraverso il lavoro di Margaret Bourke-White, un’autentica pioniera dell’informazione e dell’immagine, che ha immortalato eventi e personaggi iconici del secolo breve. Una fotografa che ha girato il mondo per raccontare la guerra e la segregazione razziale, abbattendo essa stessa barriere sia come donna sia come professionista.

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sé stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto” scrive Immanuel Kant nel saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? pubblicato nel 1784.
Vogliamo iniziare con questa definizione dell’Illuminismo per parlare di Margaret Bourke-White, una delle più importanti firme della fotografia: non è infatti un caso che Alessandra Mauro abbia scelto il titolo Prima, donna. Margaret Bourke-White per la mostra da lei curata a Palazzo Reale di Milano. Questa signora newyorkese elegante e raffinata – come testimoniano i ritratti e le videointerviste presenti lungo il percorso di visita – è una temeraria narratrice del Novecento, della sua storia e delle sue innovazioni tecnico-scientifiche, una rivoluzionaria in ambito professionale e, sebbene non sia del tutto corretto utilizzarne la vita e il lavoro quale vessillo del femminismo, un importante esempio di emancipazione da cui molte donne del nuovo millennio dovrebbero prendere esempio.
Nata nel 1904, Margaret Bourke-White non si piega al ruolo marginale e subalterno che la società dell’epoca impone alle donne: divorzia senza patemi dopo solo un paio di anni da un marito che non la rende felice e torna all’Università – la Cornell di Ithaca, New York – per conseguire la laurea. Forte delle lezioni di fotografia di Clarence H.White, uno dei protagonisti della foto-secessione americana, e di una Ica Reflex usata, Margaret si afferma come fotografa ufficiale del campus e riesce a mantenersi agli studi. L’amore per la tecnica ereditato dal padre la porta, dopo la laurea, a Cleveland, e lì, nel cuore dell’industria pesante americana, si avventura senza timore tra i macchinari in azione e le colate di metallo rovente per realizzare scatti epici che sublimano la forza del gesto creativo e conferiscono allure al prodotto finito, siano essi bulloni, cavi di alluminio, rocchetti di rayon o fogli di carta.
Le fotografie finiscono su cataloghi e brochure aziendali e, come sovente accade nel mondo della comunicazione, è la pubblicità a imporre un nuovo linguaggio e a rivelare al mondo un giovane talento. Non passa molto tempo infatti prima che Margaret Bourke-White, con questi suoi lavori arditi, attiri l’attenzione di Henry Luce che la invita a collaborare a un nuovo progetto editoriale: Fortune. La rivista, dedicata a economia e finanza, vede la luce a pochi mesi dal drammatico crollo di Wall Street e riesce comunque a farsi largo sul mercato descrivendo le ripercussioni sociali della crisi in atto e ricorrendo alla fotografia quale efficace strumento di documentazione sul campo. In quell’ambiente Margaret Bourke-White entra in dialogo con scrittori, sociologi ed economisti di fama e dal sodalizio con Erskine Caldwell nasce il suo primo libro, nonché una pietra miliare dell’editoria di settore: You Have Seen Their Faces (1937), un viaggio nel profondo Sud degli Stati Uniti falcidiato dalla siccità. In mostra è presente una selezione di ritratti estrapolati da quel reportage, scatti intensi a volti segnati dal sole e dalla fatica che narrano di una vita di lavoro indefesso, del dolore dei sogni infranti e del desiderio di riscatto.
Forte del successo riscontrato da Fortune, nel 1936 Luce rileva la storica rivista Life e la trasforma in un settimanale di fotogiornalismo, attingendo per la copertina del primo numero da un servizio di Margaret Bourke-White. La scelta cade su una veduta della Diga di Fort Peck in Montana, è un’immagine dalla grande forza evocativa che da un lato celebra la grandiosità dell’ingegneria e dall’altro ricorda architetture fortificate di terre lontane e bastioni di castelli fatati. Una visione epica e al contempo onirica che ritroviamo anche nelle fotografie che Margaret Bourke-White esegue dall’alto degli aerei, in Europa o, unico giornalista straniero, nell’URSS stalinista alle prese con il processo di industrializzazione.
Con l’entrata degli USA nel secondo conflitto mondiale Margaret Bourke-White, come molti altri suoi colleghi, si unisce alle truppe in partenza per il fonte dove pretende di seguire le azioni dalla prima linea, condividendo con i soldati la trincea così come un pomeriggio di sole tra i monumenti di Roma appena liberata. Se ampia parte del suo lavoro viene bloccato – e fatto sparire – dalla censura, hanno invece gran diffusione le immagini inviate dalla Germania dove, nella primavera del 1945, al seguito del generale Patton, è tra i primi a entrare nei campi di Buchenwald, Bergen-Belsen, Sachsenhausen, Dachau, Ravensbrück, Mauthausen e Theresienstadt. L’orrore è indescrivibile ma la potenza di ogni singola fotografia serve per spiegare alle truppe e ai civili le ragioni di una guerra tanto sanguinosa.
Una funzione didattica dell’immagine e un’immediatezza del messaggio che da sole bastano a gridare allo scandalo per l’ostinata prolungata chiusura dei musei – ma non solo – con il pretesto della pandemia in corso, nella palese indifferenza del ministro Franceschini. Educare è la missione con cui in epoca illuminista si aprono musei e collezioni alla popolazione ma in questo ultimo anno sembra invece che il Governo si sia speso per tenere la gente al riparo più dagli stimoli intellettuali che dal virus visto che le misure introdotte non hanno portato ad alcuna riduzione del livello di contagio. Una misura preventiva adottata esclusivamente per luoghi espostivi, cinema e teatri ma non per negozi, bar e ristoranti – attività queste invece adeguatamente supportate dai loro rappresentanti istituzionali – come se la cultura, soprattutto in un Paese come l’Italia, anche in assenza di turisti stranieri, non producesse reddito e posti di lavoro. Una discriminazione scellerata, frutto di ignoranza e superficialità, che rischia si portare allo smantellamento del sistema delle iniziative culturali dal vivo cui i tanti eventi promossi on line non sono minimamente equiparabili: è come confrontare la frutta fresca, saporita e profumata, con quella sciroppata.
Questo non è nemmeno un contesto sbagliato per sollevare polemica: Margaret Bourke-White ha sempre usato la propria macchina fotografica per dare voce a quanti zittiti dall’autorità, pensiamo ai suoi numerosi incontri con il Mahatma Gandhi; al viaggio in Sudafrica nel 1950 per denunciare l’apartheid ma pure alla segregazione razziale perpetrata nel suo stesso Paese. La sezione conclusiva della mostra è dedicata all’ultima battaglia documentata da Margaret: la sfida affrontata in prima persona contro il morbo di Parkinson che la obbliga a ridurre progressivamente la propria attività. Questa volta lei è la protagonista e dietro l’obiettivo c’è l’amico e collega Alfred Eisenstaedt.
Eppure la malattia, per quanto invalidante, non basta a fermarla: le resta la macchina da scrivere per fissare su carta invece che su pellicola le avventure di una vita, le riflessioni sulle scelte intraprese e le considerazioni sulla professione che tanto le ha tolto ma molto altro le ha donato. Nel corpo che la tiene sempre più prigioniera la mente si libra lieve e senza paura come quando in gioventù non esitava ad arrampicarsi in cima agli edifici o a salire sugli aeroplani per fotografare la città dall’alto quale inno alla libertà e al progresso.
Sono oltre 100 le fotografie provenienti dall’archivio di Life esposte in ordine cronologico nelle 11 sezioni di cui si compone Prima, donna eppure, giunti al termine del percorso di visita, se ne vorrebbero ammirare molte altre ancora, lasciando che Margaret Bourke-White racconti tante nuove storie, viaggi o eventi curiosi. Sperando Palazzo Reale possa tornare a breve a spalancare le sue porte, non perdete questa straordinaria immersione nella storia del XX secolo.

Silvana Costa

 

La mostra continua a:
Palazzo Reale

piazza Duomo, 12 – Milano
fino a domenica 29 agosto 2021
per le modalità di ingresso si veda il sito web
www.palazzorealemilano.it

Prima, donna.
Margaret Bourke-White
a cura di Alessandra Mauro
una mostra Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, Contrasto
Digital Imaging Partner Canon
con il contributo di Fondazione Forma per la Fotografia
www.formafoto.it/bourkewhitemilano/
 
Catalogo:
Prima, donna.

Margaret Bourke-White
Contrasto, 2020
24 x 30 cm, 184 pagine, 124 fotografie, cartonato
prezzo: 22,00 euro
https://contrastobooks.com/

 

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