Giorni di ordinaria follia

Inarrestabile, Teatro del Simposio, dopo l’applauditissima Opera Antigone, debutta al Teatro Libero di Milano con la seconda nuova produzione della Stagione 2017/18: Storia di un impiegato, lo spettacolo ispirato all’omonimo album di Fabrizio De André.

Sorprende la voglia di continua sperimentazione di Teatro del Simposio che dopo ogni successo, invece di sedersi compiaciuto sulle positive recensioni collezionate, preferisce confrontarsi con nuovi autori, nuovi generi, nuove soluzioni performative. Il flusso creativo della compagnia viene convogliato da Antonello Antinolfi in drammaturgie che spaziano dalla tragedia greca ai capolavori shakespeariani, dai quadri di Anton Čechov alla violenza di Agota Kristof sino alle inquietanti visioni di Martin Crimp. Un percorso artistico che non guarda solamente al teatro classico e contemporaneo ma trova spunti in graphic novel o, come in quest’ultimo caso, nei testi di uno dei cantautori più amati e impegnati della musica italiana. Una ricerca d’ispirazione che punta più al contenuto che alla forma. Un contenuto che, al di là della banale restituzione scenica, vuole rappresentare un importante spunto di riflessione sulla realtà contemporanea e uno sguardo critico – a tratti velato di nostalgia – su un passato recente e ingombrante che sembra volersi ciclicamente riproporre a una società incapace di imparare dai propri errori.
È questa l’impressione che si prova ascoltando Francesco Leschiera sul palco a raccontare un’esistenza di svilente monotonia, ripresa dalle canzoni di Storia di un impiegato di Fabrizio De André. Una quotidianità resa atemporale per quanto ispirata ai violenti fatti di cronaca degli anni Settanta, quando il disagio deflagra senza schema alcuno contro i simboli del potere. L’autore non descrive infatti le manifestazioni collettive sessantottine quanto la loro successiva involuzione in veri e propri sfoghi individuali di chi vede nel sistema la causa di frustrazioni private e lavorative. Una rabbia puntuale, scatenata da sogni infranti: i propri e quelli instillati da nonni e genitori che hanno lavorato duramente per offrirgli un’istruzione superiore quale strumento di scalata sociale. La scala salita in realtà sarà solo quella per raggiungere l’ufficio, in uno dei tanti palazzi anonimi sorti all’uopo in tutta Italia, per svolgere mansioni monotone, degne di una versione 2.0 del “gorilla ammaestrato” gramsciano oggetto delle riflessioni di Americanismo e Fordismo.
Nulla di nuovo perché, in fondo, anche la serie di film di Fantozzi ha fatto ridere per decenni gli italiani con l’amara constatazione che la tanto agognata scrivania, il posto fisso da impiegato, nei livelli più bassi della scala gerarchica è un’esperienza degradante che può giungere ad asciugare emotivamente e intellettualmente l’essere umano. In un’ora circa di spettacolo Leschiera sul palcoscenico attraversa le nove canzoni dell’album di Faber utilizzando tutte le sfumature negative che essere umano conosca, dallo sconforto alla rassegnazione, dal desiderio di vendetta alle minacce da concretizzare. Egli dipinge l’ufficio come un luogo ostile: qui l’uomo è più solo che mai, i colleghi sono amici effimeri, lo spirito di iniziativa viene soffocato, manca una qualsiasi forma di spirito di appartenenza societaria perciò i superiori non sono altro che nemici da beffare e annientare. Ne emerge un panorama interiore desolantemente arido eppure, come nel vaso di Pandora, in fondo si intravede il fioco bagliore della speranza.
La raffica di battute ciniche inanellate da Antonello Antinolfi prima o poi inesorabilmente desta nel pubblico la consapevolezza che in scena altro non ci sia che l’allegoria del nuovo millennio. Dopo la frizzante energia degli anni Ottanta e Novanta, complice l’avvento della tecnologia, il lavoro è tornato ad appiattirsi e gli esseri umani, animali da branco per antonomasia, hanno preso a isolarsi dal mondo per poter gestire in tranquillità vite parallele nello cyberspazio.
Ascoltiamo Leschiera infagottato nel suo completo grigio – divisa d’ordinanza da impiegato – confrontarsi con disillusione con una quotidianità vuota come il suo frigorifero: quante cose si scoprirebbero di una persona semplicemente aprendo il suo frigorifero! Intanto la rabbia e il nodo scorsoio della cravatta, che stringe sempre più, impediscono al sangue di arrivare al cervello e ragionare con lucidità.
Il monologo ossessivo e paranoico dell’impiegato è interrotto dalle esibizioni musicali degli A3 Apulia Project: i fratelli Walter e Fabio Bagnato intonano brani tratti dall’album di De André e scacciano con ironia – come farebbe l’amico saggio che ciascuno dovrebbe avere – le nubi nere dalla mente dell’uomo. Ne esce così un’opera corale, coinvolgente come non mai, in cui ci si ritrova a canticchiare brani che sono parte indissolubile del patrimonio culturale di ciascuno di noi.
La storica accoppiata Antonello Antinolfi e Francesco Leschiera – autore e regista, coadiuvato dal valido Alessandro Macchi – combina con sapienza recitato e cantato per dar vita a un ritmo cadenzato e scoppiettante. La potenza delle parole è tale da non rendere necessario null’altro, nemmeno una delle suggestive scenografie che di solito caratterizzano le produzioni di Teatro del Simposio. A una simile scelta minimalista sul palcoscenico fa da contraltare un accurato studio dell’immagine grafica utilizzata per la comunicazione, citando apertamente la copertina di Storia di un impiegato per un effetto nostalgia assicurato.

Silvana Costa

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Libero
via Savona, 10 – Milano
dal 24 al 29 maggio 2018
www.teatrolibero.it

Storia di un impiegato
da Fabrizio De André
drammaturgia Antonello Antinolfi
regia Francesco Leschiera
con Francesco Leschiera, Fabio Bagnato (chitarre e voce), Walter Bagnato (pianoforte, fisarmonica, voce), Umberto Gillio (batteria)
assistente alla regia Alessandro Macchi
produzione Teatro del Simposio/A3 Apulia Project
http://teatrodelsimposio.wixsite.com/teatrodelsimposio

 

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